Oggi, 2 giugno, una nuova strage negli Usa, questa volta in un ospedale a Tulsa. 4 morti e una decina di feriti. Il bollettino senza sosta. Solo qualche settimana fa, a metà maggio, la strage a Buffalo nello Stato di New York. A fare fuoco è stato un diciottenne, Payton Gendron, che si dichiarava emulo […]

Oggi, 2 giugno, una nuova strage negli Usa, questa volta in un ospedale a Tulsa. 4 morti e una decina di feriti. Il bollettino senza sosta.

Solo qualche settimana fa, a metà maggio, la strage a Buffalo nello Stato di New York. A fare fuoco è stato un diciottenne, Payton Gendron, che si dichiarava emulo dello stragista della Nuova Zelanda, Brenton Tarrant. Il ragazzo aveva sviluppato una ossessione fantasticando di una imminente, (quanto del tutto inesistente) sostituzione etnica a danno dei bianchi. L’ideologia suprematista aveva “dato ragione” al suo delirio, alimentato dal razzismo di presidenti d’assalto come Trump ma anche da sovranisti nostrani. Gendron, infatti, via Tarrant aveva preso ad esempio Luca Traini, ex candidato della Lega con simpatie neonaziste che il 3 febbraio 2018 tentò una strage di cittadini immigrati a Macerata.

L’America aveva ancora davanti agli occhi quell’assalto al supermercato in cui sono state uccise dieci persone ed ecco che, come un macabro rituale, pochi giorni dopo un’altra strage, a Uvalde in Texas, compiuta, anche questa volta da un diciottenne, Salvador Ramos. È stato un agghiacciante massacro di bambini il ragazzo ne ha uccisi 19, insieme a due insegnanti.

All’indomani Trump, come niente fosse, è andato a parlare alla convention dei costruttori di armi, una lobby così potente da riuscire a imporre i propri presidenti degli Stati Uniti. In un bagno di folla è tornato a benedire come sacrosanto il secondo emendamento che garantisce agli statunitensi la libertà di armarsi, come da noi la Costituzione parla di diritto al lavoro. Dopo che Biden, campione di invio di armi all’Ucraina, aveva balbettato qualcosa a proposito della necessità di regolamentare l’acquisto di armi in patria, Trump, riaccendendo i fantasmi dell’assalto a Capitol Hill, ha gridato di volersi riprendere il Paese, promettendo di comprare più armi. Pistole e fucili da mettere in mano anche ai docenti, obbligandoli così a pervertire il loro compito di educatori, addestrandoli e abituandoli all’eventualità di sparare contro i propri studenti, qualora se ne dia il caso. Già adesso nelle scuole del Texas, come ha raccontato a tutta la città ne parla di Radio3 lo scrittore Andrea Bajani (che da qualche tempo vive là) i giovanissimi fanno esercitazioni per essere pronti in caso si trovino di fronte un mass shooter nei corridoi o in classe. Come fosse normale. Come se fatti agghiaccianti di questo genere fossero ineluttabili, come se la natura umana fosse abitata da una violenza innata, che al più si può solo cercare di controllare con la ragione e con le armi. Questo è il perverso, angosciante, messaggio di rassegnazione e impotenza che le istituzioni americane trasmettono ai più giovani. Senza preoccuparsi di indagare le cause di quel che accade, senza interrogarsi sul perché e per come un ragazzino possa arrivare a fantasticare una strage e attuarla. Non parlano di malattia mentale, di isolamento malato, di patologica perdita di rapporto con la realtà e con la realtà umana in modo particolare come invece fa lo psichiatra Fernando Panzera su Left.

Come è possibile che nessuno intorno a Salvador si sia accorto di quanto stesse male? Perché in questo e in molti altri casi, tutti molto simili – da Columbine del 1999 alla strage nella Sandy Hook elementary school, in Connecticut nel 2012 – non si è potuto o voluto vedere e prevenire? I segnali c’erano ma nessuno li ha voluti davvero cogliere.

Salvador Ramos era stato del tutto abbandonato a se stesso, dai familiari, dalla scuola, dai vicini…. Che cultura è quella di un Paese che si dice democratico e che risulta così “indifferente”? Che cultura è quella che esalta la “libertà” di armarsi fino ai denti, di vincere sugli altri, di affermarsi a qualunque costo? Che cultura è quella che esalta l’ideologia della guerra, che ammette la pena di morte e considera normale isolarsi in preda a un assoluto vuoto interiore? Non abbiamo letto sui giornali e non abbiamo ascoltato in tv non dico risposte, ma almeno domande radicali su questi temi. E ci è sembrato importante tornare ad esplorarli. Il nostro compito e la nostra ragione di essere come settimanale non è descrivere la realtà, e tanto meno giudicare, ma andare oltre la cronaca, provare a leggere oltre la superficie delle cose ricostruendo i contesti indagando l’humus culturale in cui certi fatti avvengono. Cercando di comprendere le dinamiche di ciò che – come in questo caso – appare del tutto incomprensibile. E che tale non è.

L’editoriale è tratto da Left del 3 giugno 2022 

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