Il dibattito sulla “cancel culture” dagli Usa si è diffuso anche in Europa. Secondo le destre vandalizzare o abbattere monumenti di personaggi che hanno esplicitamente appoggiato colonialismo, razzismo o sessismo sarebbe un atto aggressivo e totalitario. Ma la realtà è ben diversa. Come spiega la studiosa Neelam Srivastava nel libro a più voci “Non si può più dire niente?” edito da Utet, di cui vi proponiamo un estratto

L’attacco politico alla statua di Indro Montanelli nei giardini pubblici di Milano ha prepotentemente inserito anche l’Italia nella geografia del dibattito sulla cancel culture, esploso in questi anni a proposito dell’abbattimento (o mancato abbattimento) di statue e monumenti pubblici. Il clamore, anzi il furore, che ne è conseguito nella sfera pubblica italiana ha seguito lo schema piuttosto semplicistico e riduttivo tipico del modo in cui i social media inglobano e metabolizzano le discussioni di carattere politico. I social, soprattutto Twitter e Facebook ma anche TikTok e altri, tendono a costringere il dibattito entro uno schema molto rigido e manicheo. Vale solo la presa di posizione, l’hot take (l’affermazione semisloganistica mirata a catturare lo Zeitgeist), la frase che simboleggia l’appartenenza a una determinata tribù politica, ideologica o sociale.

Il problema che è sorto intorno alla “cancel culture” – termine coniato nelle sfere mediatiche americane – è che conservatori e commentatori di destra si sono impossessati di questo concetto per farne un uso strumentale. Hanno sostenuto che le persone di sinistra, che cercano di promuovere un messaggio politico femminista, inclusivo, antirazzista e antifascista, vogliano “cancellare” dalla sfera pubblica (che in questo caso diventa sinonimo dei social) personaggi “scomodi” come Indro Montanelli, e che questo costituisca un pericolo alla libertà d’espressione. In altre parole, fare ricorso alla cancel culture viene visto dalla destra conservatrice come un modo antidemocratico per zittire o silenziare affermazioni e prese di posizione invise alla sinistra.

Il professore di Storia all’Università di Toronto Joshua Arthurs esamina le argomentazioni usate da parte della destra per opporsi alla legge Fiano, proposta dal parlamentare del Pd Emanuele Fiano, che aveva l’obiettivo di introdurre il reato di propaganda fascista. Il partito Fratelli d’Italia invocava la libertà di espressione per bloccare la legge alla Camera, affermando che la sinistra, nel prendere di mira la propaganda fascista, si stava comportando in maniera antidemocratica. Come Ignazio La Russa nel 2018, i proponenti di destra sui social che oggi attaccano la cancel culture si ergono a difensori dei valori liberali e democratici e tacciano i loro avversari di sinistra di essere dei comunisti sostenitori di una visione totalitaria dell’opinione pubblica. Tutto ciò dimostra che “cancel culture” è un termine in realtà coniato per criticare lo sforzo progressista di attivisti e militanti per la giustizia sociale, o quantomeno per criticare i mezzi impiegati per gettare luce su posizioni politiche e ideologiche discutibili e controverse. È anche vero che i sostenitori della posizione opposta controbattono in maniera veemente e il conflitto diventa subito estremamente polarizzato; la mediazione, il dialogo e il compromesso non si offrono più come soluzioni possibili. Tuttavia, si potrebbe dire, a difesa dei…

L’autrice: Neelam Srivastava è professoressa di letteratura postcoloniale e comparata all’Università di Newcastle, in Inghilterra. Si occupa di letteratura indiana in lingua inglese, di cinema anticoloniale e della storia del colonialismo italiano

L’articolo prosegue su Left del 3 giugno 2022 

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