Nell’aprile del 1955, ventinove Paesi del Sud del mondo, compresa la Cina, si riunirono a Bandung, in Indonesia, per dire no al colonialismo. L’incontro terminò con l’adozione dei principi di non ingerenza e neutralismo, rimasti da allora le direttrici della politica estera cinese, nonché la pietra angolare dei rapporti con l’Africa e i paesi emergenti.

Oggi, quasi settant’anni dopo, la Cina torna capofila del Sud globale. Mentre il conflitto russo-ucraino ha riportato la guerra in Europa, ad Addis Abeba, in Etiopia, il 21 giugno si è conclusa la conferenza cinese per la pace nel Corno d’Africa. Un’iniziativa storica in quanto è la prima del genere a coinvolgere il gigante asiatico. Dalla fine degli anni 90 la Cina è diventata un’assidua frequentatrice dell’Africa: ha superato gli Stati uniti per interscambio commerciale e investito centinaia di miliardi di dollari in progetti di trasporto. Ma, fedele al comandamento della non interferenza, mai si era addentrata nello scivoloso terreno del “peacebuilding”.

La due giorni, che ha visto protagonista il nuovo inviato cinese per il Corno, Xue Bing, ha confermato l’importanza attribuita da Pechino alla regione con affaccio sullo stretto di Suez e ricca di risorse naturali. Strategica, quindi, ma scossa da colpi di Stato, lotte tribali, e minacciata dal terrorismo islamico. Xue ha annunciato che il governo cinese continuerà a supportare gli stati del Corno nella promozione del trasferimento di tecnologia, nello sviluppo delle infrastrutture e nel rafforzamento del settore finanziario. Di più. «La Cina sosterrà i Paesi della regione nella lotta al terrorismo, garantendo così pace e stabilità», ha dichiara l’inviato speciale. 

L’iniziativa nel Corno d’Africa ribadisce la…

L’articolo prosegue su Left dell’1 luglio 2022 

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