Attraversiamo una fase straordinaria che riserva eventi che trasformano il quadro economico politico e sociale. Una crisi pandemica che va avanti ormai da oltre due anni, il conflitto in Ucraina che prosegue e sul quale non si intravede nessuna vera e forte iniziativa per raggiungere l’obiettivo della pace, la crisi climatica che sta accelerando i […]

Attraversiamo una fase straordinaria che riserva eventi che trasformano il quadro economico politico e sociale. Una crisi pandemica che va avanti ormai da oltre due anni, il conflitto in Ucraina che prosegue e sul quale non si intravede nessuna vera e forte iniziativa per raggiungere l’obiettivo della pace, la crisi climatica che sta accelerando i suoi effetti, come dimostra la siccità che sta mettendo a dura prova il nostro Paese. Una fase cioè dove, citando Bauman, l’unica certezza è l’incertezza. In questo quadro c’è invece qualcosa, purtroppo, di certo ed evidente ed è la crisi sociale, che certamente si aggraverà nei prossimi mesi, e le profonde disuguaglianze che attraversano il nostro Paese. E la cosiddetta questione sociale è evocata un po’ da tutti (partiti, media, opinionisti vari) soprattutto nelle ore di instabilità politica e istituzionale, quasi come vi fosse una improvvisa assunzione di consapevolezza collettiva della necessità e dell’urgenza di intervenire. Poiché da tempo la Cgil e il sindacato confederale tutto sottolineano la gravità della situazione verrebbe da dire… Benvenuti nella realtà! O meglio… Dove eravate?

La crisi sociale e l’aumento delle disuguaglianze infatti non sono eventi improvvisi. Si sono stratificati, aggravati dalla pandemia e oggi dagli effetti del conflitto. Frutto di scelte sbagliate, a partire dal lavoro, che sono la radice profonda dell’impoverimento dei salari, prima fra tutti la precarizzazione del lavoro, la sua mercificazione e la riduzione di diritti e tutele. Ma per contestualizzare meglio, vorrei fare alcuni esempi che mi inducono a dubitare della reale comprensione della drammaticità della situazione e soprattutto della reale volontà di affrontarla, almeno di una parte di coloro che strumentalmente la stanno usando nel dibattito pubblico e nel dibattito politico.

I dati ci indicano inesorabilmente mese dopo mese il disastro sul versante occupazionale: precarietà e lavoro povero che rompono tutti i record in particolare tra i giovani e le donne, un quadro ormai strutturato. Eppure nonostante tutte le evidenze, non si muove niente per cambiare le leggi sul lavoro che hanno favorito la precarietà nel nostro Paese (se ci fosse bisogno di qualche idea, ricordo che è depositata in Parlamento la Carta dei diritti, la legge di iniziativa popolare sulla quale la Cgil ha raccolto milioni di firme) o per mettere in campo un piano straordinario per l’occupazione, avendo come orizzonte la piena e buona occupazione. Anzi, al contrario, assistiamo a un dibattito sociologico sui giovani che non accettano lavori sottopagati e sfruttati (pay them more, verrebbe da dire), o alternativamente alla soluzione che i partiti di destra propongono a manetta negli ultimi mesi in qualunque provvedimento normativo passi dalle Camere, cioè il ritorno dei voucher, mercificazione ulteriore del lavoro, rispondendo così alla precarietà con la ultra precarietà. Manca a questa breve rassegna, la contrapposizione strumentale del reddito di cittadinanza al lavoro. Nel momento in cui tocchiamo anche il record di poveri assoluti, quasi il 10% della popolazione, c’è chi – una forza politica – decide di raccogliere le firme per cancellare il reddito di cittadinanza, quasi che la povertà sia una colpa, invece di correggerne le distorsioni e migliorarlo.    

Il secondo esempio riguarda l’impoverimento dei salari e delle pensioni. L’aumento dell’inflazione, a causa dei prezzi dei beni energetici schizzati per il conflitto in Ucraina, tocca l’8% a giugno e picchia duramente sui redditi bassi e medio bassi. Anche in questo caso dobbiamo ricordare che non è tema nuovo: sul versante salariale il quadro di progressivo impoverimento trova le sue cause da un lato nella precarietà e nella competizione svalutativa sul lavoro – determinata nel nostro Paese dalle leggi che l’hanno favorita- e dall’altro nella disuguaglianza fiscale e nella assenza di politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza. Anche in questo caso i fatti vanno in direzione diversa rispetto alle intenzioni. Cgil e Uil a dicembre scorso hanno proclamato uno sciopero generale per rivendicare una riforma fiscale progressiva e per contrastare l’intervento fiscale previsto in legge di bilancio che, paradossalmente in una fase in cui l’inflazione stava già crescendo, dava di più a chi aveva redditi più alti. Ma se ciò non fosse sufficiente, la Camera, solo poche settimane fa ha licenziato la legge delega fiscale che congela e aggrava tutte le disuguaglianze in essere impedendo qualunque intervento progressivo e redistributivo.

Adesso in un quadro peggiorato dall’inflazione diventa necessario ed urgente rivedere questi interventi e accompagnarli con uno strumento che fin da subito sostenga e difenda sul versante fiscale il potere di acquisto di lavoratori e pensionati come chiesto dalla Cgil e aprire concretamente la discussione sul salario minimo e sulla legge sulla rappresentanza per mettere fuori gioco i contratti pirata. Infine più che di una rimozione, parlerei di negazione per quello che riguarda la riconversione verde e le politiche industriali che la devono accompagnare. Stiamo parlando di migliaia di posti di lavoro da difendere, da riconvertire e da creare. Questo tema non è proprio pervenuto nelle scelte economiche messe in campo dal governo ed è particolarmente grave in un quinquennio dove grazie alle risorse del Pnrr dovremmo trasformare la specializzazione produttiva del Paese. Anche in questo caso la guerra ha amplificato il problema sul versante energetico e oggi ci troviamo ad affrontare questa fase con alle spalle mesi di balbettii, ambiguità e inerzie dei due ministri che avrebbero avuto la responsabilità al contrario di gestirla con decisione. Questi temi non esaustivi ma prioritari nel perimetro della questione sociale – da aggiungere sicuramente la difesa e il potenziamento dell’istruzione e della sanità pubblica, la riforma delle pensioni, la vertenza sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro – sono le richieste e le proposte che abbiamo fatto durante questi ultimi mesi.

Bisogna agire con urgenza, non solo evocare le questioni. Non sappiamo mentre scriviamo cosa accadrà in merito alle dimissioni del presidente del Consiglio e alla discussione parlamentare che seguirà. Possiamo invece affermare con certezza che non dare risposte concrete ai bisogni e alle esigenze e aspettative delle persone, non mettere al centro dell’agenda politica – qualunque sia la sua ampiezza temporale, pochi mesi o una legislatura – il lavoro e la questione sociale non può che allargare la distanza con le istituzioni, oltre che con le forze politiche di una parte consistente dei cittadini e delle cittadine. La nostra organizzazione non intende arretrare su questo merito, evocando pomposi quanto vacui contenitori. È la sostanza delle scelte che ci interessa. Quello che serve è assumere concretamente questi temi come strategici sia per l’emergenza delle condizioni materiali di lavoratori e pensionati, ma anche per la costruzione di un orizzonte diverso, un nuovo modello di sviluppo basato sul lavoro di qualità, sulla cura delle persone e dell’ambiente. Questo ci chiedono le persone che rappresentiamo. E la Cgil sta sempre dalla stessa parte: dalla parte dei lavoratori delle lavoratrici, dei giovani, le donne e i pensionati e le pensionate di questo Paese.

 

* L’autrice: Gianna Fracassi è vice segretaria generale della Cgil

L’articolo è tratto da Left del 22-28 luglio 2022 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO