Con l’occhio dello storico, Fabio Fabbri, nel suo nuovo saggio “L’alba del Novecento. Alle radici della nostra cultura” indaga il terremoto culturale che si produsse durante il ventennio dal 1895 al 1914, in ogni campo del sapere umano. Disvelandone luci e ombre

Ho sempre apprezzato gli storici che continuano a fare ricerca, a onorare operosamente il loro mestiere, anche dopo che la loro carriera si è conclusa e non devono più ubbidire a compiti istituzionali. È questo il caso di Fabio Fabbri, che per anni ha studiato la storia del movimento cooperativo italiano, illustrando con numerosi volumi e saggi una pagina rilevante e originalissima della storia del movimento operaio nel nostro paese. In coerenza con tali temi, Fabbri ha più tardi scritto per Castelvecchi una Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi (2002), all’interno di una vasta opera in più volumi, dedicati a questo ambito sociale tra i più negletti dal mondo culturale italiano. Ma di questa fase di studi non si può non ricordare qui il ponderoso volume, di 600 pagine, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla guerra al fascismo (1918-1921), UTET 2008, in cui Fabbri, con una vastissima documentazione, mostra per mezzo di quale violenza omicida il movimento fascista è riuscito ad affermarsi in Italia. Vale a dire: il ricorso a incendi e saccheggi di Camere del lavoro, sedi di cooperative, di giornali e sezioni del Partito socialista; l’uccisione di militanti e assalti armati a paesi, finendo così col travolgere le strutture dello Stato liberale. Un testo che significativamente non ha ricevuto l’eco e la considerazione che meritava, perché apparso in una fase storica in cui l’antifascismo veniva svalutato quale elemento connotante della nostra democrazia.

Negli ultimi anni Fabbri, ha cambiato radicalmente spartito, ed è approdato alla storia culturale, dapprima con una collazione di saggi dedicati a personalità del mondo intellettuale e politico, e ora con un più impegnativo volume, L’alba del Novecento. Alle radici della nostra cultura (Laterza, 2022). Diciamo subito che il tratto di originalità di questo volume consiste nell’essere una storia della cultura europea e occidentale scritta da uno studioso che non è uno storico della cultura, ma un ricercatore che ha dedicato una vita ai fenomeni economici e sociali dell’età contemporanea. Questo non essere del mestiere, cioè uno storico culturale tout court, gli dà per un verso un curiosità di scoperta e una capacità di stupirsi che trasmette anche al lettore, ma al tempo stesso gli consente di illuminare il lato oscuro e come vedremo anche sanguinario della pagina di arte e di civiltà che l’Europa scrive tra Otto e Novecento.

Della capacità di stupirsi e di stupirci è esemplare il primo capitolo: Un anno di grazia: 1907. In effetti a leggerlo si rimane storditi nello scoprire di quanti e rilevanti eventi è fitto quell’anno. Si parte dal mondo dell’arte. In febbraio a Parigi nel Salon d’Automne, una imponente mostra retrospettiva incorona il genio di Cézanne; Klimt compone alcuni dei suoi capolavori, come Dafne e il Bacio; Egon Schiele emerge coi suoi disegni Spiriti d’acqua. Sul versante letterario l’anno non è meno privo di novità: a Londra Virginia Woolf prende la guida del Circolo Bloomsbury, facendone un centro culturale di prima grandezza; a Trieste James Joyce scrive I morti e conosce Italo Svevo; Henri Bergson dà alle stampe L’evoluzione creatrice; al di là dell’Oceano Jack London pubblica Il tallone di ferro; Kipling riceve il premio Nobel per la letteratura. Sempre nel 1907, mentre Gustav Mahler compone la sua Sinfonia n.8, s’inaugura un servizio regolare di radiotelegrafia fornito dalla Marconi Corporation, in grado di far lanciare SOS alle navi transatlantiche in difficoltà. Naturalmente l’anno non è che una sezione di quell’epoca di rivoluzione culturale che va dal 1895 al 1914, in cui in cui si assiste alla nascita del cinema, alla diffusione dell’automobile, ai primi voli aerei, all’illuminazione elettrica delle città, alla nascita della psicanalisi, alla fioritura senza precedenti delle avanguardie artistiche dominate dal genio di Picasso, Gauguin, Matisse, ecc.

Naturalmente l’autore ripercorre pagine molto note di storia del ‘900. L’elemento di novità che contraddistingue questo lungo racconto, in cui vengono abbracciati molteplici aspetti di un’epoca, è per un verso la ricchezza di particolari poco conosciuti. Piccole notazioni che però hanno un sicuro rilievo storico. Si pensi ad esempio a come viene accolta la psicoanalisi in Italia dal più importante giornale dell’epoca, il Corriere della Sera, che nel 1911 la bandisce come antiscientifica, il cui “valore pratico” non può però «compensare gli svantaggi inerenti alla indiscrezione quasi ripugnante dei suoi procedimenti». L’Italia bacchettona erge subito barricate di fronte alla pretesa di analizzare l’inconscio. Ma il pregio maggiore di Alba del Novecento, a mio avviso, va cercato nell’intreccio che l’autore riesce a tessere e a svolgere tra le manifestazioni della cultura, i rapidi ritratti dei grandi protagonisti dell’arte, della letteratura e della scienza di quei decenni, e i fenomeni della storia reale. Più precisamente l’autore fonde in un unico racconto lo splendore della cultura europea con le vicende dell’imperialismo, con le guerre, la repressione, i massacri che gli Stati del Continente antico vanno perpetrando oltre mare nelle loro vecchie e nuove colonie.

E lo fa soffermandosi direttamente sulla vastità mondiale dell’Impero britannico, sui possedimenti francesi e tedeschi, raccontando alcune delle guerre più sanguinose, oppure dando voce agli scrittori che ne riflettono gli orrori. Come fa con Conrad, che aveva viaggiato lungo il fiume Congo rimanendo sconvolto dalla ferocia praticata contro le popolazioni native. Oppure con Louis Stevenson, o con Pierre Loti, il quale, in qualità di ufficiale della Marina francese, entrò a Pechino dopo l’invasione delle truppe europee per la Guerra dei Boxer, e descrisse l’orrore dei cadaveri sparsi per le strade e nelle fosse della “Città imperiale”: «Corvi e cani, calatisi in fondo alla buca hanno vuotato il loro torace, mangiato gli intestini e gli occhi; in un’accozzaglia di membra, prive ormai di carne, si vedono spine dorsali tutte rosse avvolte in lembi di vestiti». La storia d’Europa di quegli anni non è fatta solo delle luminarie della Belle Epoque, quella è semplicemente la storia dei vincitori.

*L’immagine è tratta dalla copertina del libro di Fabio Fabbri “L’alba del Novecento. Alle radici della nostra cultura” (Laterza)