Dopo l’accordo tra Calenda e Letta, l’alleanza tra Partito democratico, Sinistra italiana ed Europa verde – che era data per certa – ha ripreso a fibrillare. Si aprono dunque nuovi scenari nel panorama progressista in vista delle elezioni

Ormai il quadro delle elezioni sembrava definito. Con l’accordo tra Letta (segretario Pd) e Calenda (leader di Azione) e con l’accompagnamento di Della Vedova per più Europa, il vecchio centrosinistra viene sussunto in un’alleanza politica liberale, segnata dall’atlantismo e dalla cosiddetta “agenda Draghi”. A questo punto però l’alleanza con Sinistra italiana e Verdi, che era data per fatta, ha ripreso a fibrillare (l’incontro previsto per martedì 3 agosto è stato rinviato). D’altronde l’accordo “liberale” è così chiaro e dettagliato – definendo per altro una divisione 70 a 30 delle candidature sul totale di quelle da spartire tra dem e Azione – da lasciare ben poco spazio politico agli altri aggregati cui i contraenti principali pensano di concedere magari qualche nota programmatica. Tra questi, appunto, anche la lista congiunta di Sinistra italiana (che ha per altro deciso a maggioranza di puntare all’alleanza coi dem, ma con molte contrarietà interne) ed Europa verde.

Nei giorni scorsi De Magistris, che sarà in campo con la lista di Unione popolare, aveva molto insistito per un’alternativa di governo sia alle destre che ai liberali proponendo un patto a Cinquestelle, Sinistra italiana e Verdi, intellettuali e movimenti. Ma né Conte né Bonelli né Fratoianni avevano risposto. Cosa succederà ora dopo l’accordo Calenda-Letta?

Il testo di Letta e Calenda – l’uno già europarlamentare del gruppo dei liberali, l’altro attualmente a Bruxelles nel medesimo gruppo – è segnato dal neo atlantismo, dal riferimento stretto alle norme europee. Cosa preoccupante se si pensa che dal primo luglio la Bce ha posto fine agli acquisti senza limiti di titoli di debito pubblico per passare ad acquisti a richiesta e condizionati. Entra poi nel dettaglio, in negativo, su punti su cui i verdi hanno una visione assai differente, come i gassificatori. E sulla “revisione” del reddito di cittadinanza. L’accordo non riflette né la drammaticità della crisi sociale né di quella democratica. L’antifascismo è sussunto dall’antiputinismo. Infatti non ci sono attacchi diretti a Meloni che è assolutamente filo atlantica. La Costituzione, per la quale molti temono, neanche viene citata. E d’altronde i soggetti contraenti hanno partecipato più volte alle sue manomissioni come con l’inserimento del pareggio di bilancio, la riforma del titolo quinto, il taglio del Parlamento. Ed ora vogliono l’autonomia differenziata.

Oltre la contesa tra questi due blocchi di destra e liberale, ad ora e in attesa di possibili colpi di scena, ci saranno i Cinquestelle, quello che ne rimane dopo la rapida dissipazione del loro patrimonio. E ci sarà Unione popolare, unica lista pacifista e alternativa, nata dall’impegno di De Magistris, ex sindaco di Napoli, di ManifestA, gruppo formato da parlamentari uscite dai Cinquestelle, Rifondazione comunista, Potere al popolo e altri soggetti politici, sociali e intellettuali che si stanno allargando viste anche le scelte fatte da altri e potrebbe rappresentare una sorpresa positiva.

A destra, invece, le tre principali forze avevano già da tempo messo a punto la propria alleanza. Sicuramente contraddittoria, ma non per questo meno efficace. Divise sul governo Draghi – Lega e Forza Italia lo appoggiavano, Fratelli d’Italia no – si sono ricongiunte con un cambiamento anche dei ruoli. Fratelli d’Italia, forza erede della destra storica ora al primo posto nei sondaggi, è il partito che garantisce la totale fedeltà altantica e alla Nato e la prosecuzione dell’invio delle armi in Ucraina. Non che Salvini e Berlusconi propongano cose molto diverse, ma su di loro le accuse di filo putinismo sono più insidiose. Al contrario, Forza Italia e Lega sono la continuità con Draghi. E tutte e tre soffiano sul malessere sociale che è molto pesante.

Per la prima volta nella Storia del Paese in Italia si voterà a settembre, il 25, e non come da tradizione in primavera. La crisi è precipitata in tempi rapidissimi e altrettanto rapidamente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sciolto le Camere e il Consiglio dei ministri ha fissato la data per le elezioni. Questa accelerazione rende più difficile la partecipazione democratica considerando che la formulazione e la presentazione delle liste deve essere fatta in pieno agosto. Per altro, per una norma approvata in extremis, mentre quasi tutti i partiti o soggetti politici così come modificati dai tantissimi cambi di casacca in Parlamento saranno esentati dal raccogliere le firme per presentare le liste, pochi altri dovranno invece avere decine di migliaia di sottoscrizioni di cittadini certificate formalmente per poterlo fare.

Tra le forze che dovranno affrontare una raccolta firme impegnativa c’è Unione popolare. La lista che si rifà esplicitamente all’esperienza della Nupes di Jean-Luc Mélenchon in Francia ed è la sola che propone un’alternativa pacifista, di sinistra, ecologista e sociale. La lotta di Unione popolare si muove su due fronti. Contro le destre ma anche contro il macronismo del Pd. De Magistris, Rifondazione e molti altri hanno molto insistito perché i Cinquestelle, Sinistra italiana ed Europa verde convergessero in un’alleanza da terzo polo invece che andare da soli, i Cinquestelle, o col Pd, Si e verdi. Una convergenza su temi fondamentali come la pace, il salario minimo, il reddito di cittadinanza, la difesa della Costituzione, il rilancio del pubblico. Se purtroppo non sarà così. Unione popolare comunque sarà in campo perché, come si è visto in Francia, serve una proposta alternativa. Le crisi, economica, sanitaria, bellica, climatica, ormai si sommano e le vecchie politiche e le vecchie classi dirigenti si mostrano totalmente irresponsabili. Serve una alternativa per l’Italia e per l’Europa.

Per potersi presentare alle urne però Unione popolare dovrà raccogliere decine di migliaia di sottoscrizioni, nonostante a questa lista contribuiscano diverse parlamentari che, uscite da tempo dai Cinquestelle e avendo fatto opposizione di sinistra a Draghi, hanno dato vita alla Camera e al Senato a frazioni parlamentari con la denominazione “ManifestA- Potere al popolo Rifondazione comunista”. Un fatto importante in quanto queste compagne uscendo dai Cinquestelle hanno scelto di rappresentare quella sinistra che per non venire a compromessi con forze ambigue e moderate era risultata esclusa nelle scorse elezioni. Quando “a sinistra” si presentarono due liste, Potere al popolo (con dentro Rifondazione comunista, il Partito comunista italiano e Sinistra anticapitalista) e Liberi e uguali (Leu, composto da D’Alema ed altri ex del Partito democratico e Sinistra italiana). Leu elesse, e poi successivamente la quasi totalità dei suoi parlamentari si trovò ad appoggiare il governo Draghi mentre Sinistra italiana no.

Il governo Draghi, sostenuto da una grandissima maggioranza che andava dal Pd alla Lega, con la sola opposizione consistente di Fratelli d’Italia, sembrava destinato ad arrivare a termine di legislatura. La crisi invece è stata repentina e fragorosa. La sua dinamica lascia aperti molti interrogativi sulle cause. Infatti il casus belli è stato un provvedimento non votato dai Cinquestelle, come era già accaduto con altri provvedimenti da parte di altri componenti della maggioranza, su cui il governo aveva posto la questione di fiducia. Anziché andare avanti, Draghi ha scelto la drammatizzazione. Ha chiesto una verifica della fiducia senza alcuna vera trattativa sui punti programmatici problematici. Cinquestelle, Lega e Forza Italia non hanno partecipato al voto di fiducia e Draghi si è dimesso. Nessun altro governo è stato tentato. I Cinquestelle hanno chiesto chiarezza programmatica. Lega e Forza Italia un governo senza di loro. Ma le Camere sono state sciolte.

La cosa che ha più colpito è che il Partito democratico aveva puntato tutta la sua politica sull’alleanza strategica con i Cinquestelle. Mentre nel momento della crisi di governo li ha accusati di irresponsabilità e ha rotto con loro. Scelta che consegna i favori della vittoria alle destre che dopo essersi divise sul governo Draghi si sono ora riunite. Col Pd invece stanno andando gli scissionisti dei Cinquestelle capeggiati dal ministro Di Maio già capo politico della formazione. Proprio la scissione avvenuta prima del precipitare della crisi era un segnale significativo. Sempre con le forze centriste alleate al Pd stanno collocandosi diversi esponenti provenienti da Forza Italia che non hanno approvato la caduta di Draghi.

Il quadro politico che viene fuori risulta molto spostato a destra. Pd e forze centriste e già di destra. Magari dopo le elezioni si punterà a ciò che è successo già più volte e cioè una difficoltà politica da cui riemerga una larga coalizione, meglio se di nuovo con Draghi. Le destre riunite ma sempre concorrenti tra loro. Le accuse sono di irresponsabilità o di “filo putinismo”. In realtà le due coalizioni, destra e centrosinistra, come abbiamo detto sono entrambe filoatlantiche e a favore delle armi all’Ucraina.

Proprio qualche distinguo sull’excalation nell’invio di armi da parte dei Cinquestelle potrebbe aver influito sul precipitare della crisi. Così come la condizione di estrema difficoltà economica e sociale del Paese con l’impennata inflattiva, i redditi sempre più bassi e un’economia in crisi strutturale se non per i profitti delle multinazionali. Il governo Draghi aveva galleggiato senza neanche quelle misure che ad esempio su lavoro e lotta al carovita sono state prese dal governo spagnolo. D’altronde tutte le forze della sua maggioranza erano liberiste con qualche differenza nei Cinquestelle.

I Cinquestelle avevano rappresentato una rottura col bipolarismo italiano che da trent’anni vede il Pd andare alle elezioni chiedendo voti contro il nemico del momento, prima Berlusconi, poi Salvini ora Meloni, salvo poi votare spessissimo le stesse cattive leggi e fare addirittura molti governi insieme. Questa rottura è rimasta molto superficiale lasciando i Cinquestelle passare dal non allearsi a farlo prima con la destra, poi col Pd, poi con entrambi e, infine, essere fatto sostanzialmente fuori. La cosa migliore fatta, addirittura col governo con la Lega, è stata il reddito di cittadinanza. Pessimi i decreti Sicurezza, sempre con la Lega ma non abrogati dai governi successivi, e il taglio dei parlamentari. Che fa sì che ora si voti per Camera e Senato assai più piccoli, con una pessima legge elettorale, l’ennesima fatta per inseguire il modello maggioritario. Il Pd parla di rischio di vittoria delle destre. Cosa reale. Ma con buona parte di queste destre ha governato. Con i Cinquestelle ha rotto. E, soprattutto, ha fatto da trent’anni scelte che colpendo i ceti popolari hanno seminato tra essi un profondo malcontento. Non a caso le inchieste sugli elettori dicono che il Pd è più votato dai ceti sociali medio alti e i Cinquestelle tra quelli più in difficoltà. Mentre l’astensione sfiora il 50%. Ma i giochi non sono ancora tutti fatti.