La base di Sinistra italiana è chiamata nel fine settimana ad esprimersi sull’accordo con il Pd e imbarca Calenda, Gelmini and co. Una decisione difficile e travagliata. Ma che ha acceso un ampio e articolato dibattito di cui rendiamo conto con questo intervento di Stefano Ciccone della direzione nazionale

Le polemiche televisive dopo la caduta del governo si consumano tra ultimatum e penultimatum, veti e appelli: spesso cortine fumogene che nascondono trattative, posizionamenti e piccole furbizie. Se proviamo a diradare un po’ della polvere lo scenario appare certamente problematico, ma meno confuso.

Cominciamo dall’analisi della crisi: i grandi media hanno raccontato una “crisi incomprensibile” alimentando la retorica del populista dall’alto che contrappone “gli italiani,” mobilitatisi per il premier, al Parlamento e ai partiti. L’enfasi sulla competenza e l’affidabilità contro l’improvvisazione promuove implicitamente la governance affidata alle élites contro la partecipazione dei cittadini. L’ostilità alle misure di solidarietà e redistribuzione si maschera con l’omaggio al merito e all’uso oculato delle risorse, ma fa pagare la crisi e l’inflazione a chi lavora, contrastando un aumento delle retribuzioni.  La crisi di governo non è, dunque, solo frutto di impazzimento della politica: rivela la debolezza della delega a una guida tecnocratica e l’emergere non più rinviabile di interessi divaricanti.

Sinistra italiana ha approcciato la crisi con la proposta di una coalizione larga e plurale che comprendesse la sinistra le forze ecologiste, il Pd e il M5Stelle. Questa proposta è venuta meno mostrando la fragilità del riferimento al “campo largo”. Le questioni su cui il M5Stelle ha confusamente e tardivamente chiesto al governo un segno di discontinuità erano largamente condivisibili. Lo stesso presidente del Consiglio ha contribuito alla involuzione della crisi, inserendo nel decreto aiuti anche misure eterogenee ed estranee al patto di governo, e poi ponendo la fiducia sul decreto senza stralciare scelte come l’inceneritore di Roma. La scelta successiva di rassegnare le dimissioni davanti al presidente della Repubblica è stata una “drammatizzazione” del conflitto. Il Pd non ha provato a dialogare sul merito con quello che indicava come potenziale alleato, ma ha vincolato possibili alleanze al sostegno a Draghi e alle sue politiche. Altre forze come Italia Viva ne hanno approfittato per chiedere uno spostamento a destra della coalizione di governo e per una virata presidenzialista e antiparlamentare. In questo contesto il centrodestra ha colto l’occasione per andare al voto nella realistica prospettiva di vittoria, una vittoria, non a caso, trainata proprio dal partito che ha scelto di porsi all’opposizione di questo governo.

Cosa fare ora per battere le destre? Mi si dirà tutto questo fa parte delle recriminazioni sugli errori compiuti, ora si tratta di battere una destra aggressiva e pericolosa che potrebbe manomettere la Costituzione. Questo allarme risulta obiettivamente meno efficace dopo 18 mesi di governo di unità nazionale con le destre e dopo troppe iniziative promosse da forze di centrosinistra che hanno aggredito garanzie e assetti costituzionali. Ma proprio per chi si è opposto a quel governo e a quelle sciagurate iniziative contrastare le destre resta una priorità.

Per questo appare irresponsabile la scelta del Pd di chiudere all’alleanza con il M5s, incentrando la campagna elettorale e la propria proposta politica sulla riproposizione delle politiche del governo Draghi. Una scelta sbagliata, politicamente regressiva e chiaramente perdente sul piano elettorale. Le destre, peraltro, non si battono sommando percentuali elettorali, ma contrapponendo un’alternativa credibile in risposta alla sofferenza sociale. Per contrastare il prepotente ritorno della destra sarebbe necessario che alla “’Agenda Draghi”, si sostituisse una “Agenda sociale e ambientale”: salario minimo a 10 euro l’ora, una legge sulla rappresentanza che stabilisca valore generale per i contratti firmati dai sindacati più rappresentativi, tassazione degli extra utili di Società energetiche, banche e assicurazioni, reddito minimo, reddito di cittadinanza, reale riconversione ecologica, chiudendo il ciclo dei rifiuti, uscendo dai combustibili fossili e cambiando modelli di consumo e mobilità.

Ma l’accordo politico siglato tra Letta e Calenda disegna una prospettiva e un approccio completamente diversi. Le minacce di abbandono da parte del leader di Azione per incompatibilità con la sinistra e le forze ambientaliste non sancivano una centralità di queste nello scontro sulla definizione del profilo della coalizione ma si sono rivelate un riferimento retorico giocato nella contrattazione.

Togliendo, dunque, un altro po’ di fumo dal campo della discussione risultano chiari altri elementi. Non è in campo una “coalizione per battere le destre”, e non c’è dunque nessun “accordo tecnico” tra forze diverse per perseguire questo obiettivo. Il Pd mette in conto la sconfitta della coalizione e mira esplicitamente a focalizzare lo scontro sulla polarizzazione tra sé e Fratelli d’Italia anche con l’effetto di fagocitare i propri eventuali alleati facendo agire il “voto utile” anche su chi aderisse alla coalizione. C’è una coalizione con un suo profilo politico programmatico prevalente. L’agenda Draghi non è un richiamo residuo ma un riferimento politico chiaro che resta al centro del dibattito.

L’adesione ad una coalizione basata sull’agenda politica programmatica dello scorso governo, come chiarito in più occasioni dal Pd, sarebbe un atto incomprensibile, anche senza l’ingresso al fianco del Partito democratico, dei transfughi di Forza Italia Brunetta Gelmini, di Azione, Di Maio, ecc. L’inclusione di Sinistra italiana in un’alleanza che, nel perimetro e nelle proposte, si identifica nel precedente esecutivo a cui si è opposta fin dall’inizio, ne determinerebbe la disgregazione e ne annienterebbe la funzione, con un impatto devastante sulla sua credibilità politica.

Non si tratta solo di posizionamenti elettorali: a ben vedere la guerra ha determinato un ulteriore passaggio che non riguarda solo l’invio delle armi e l’accettazione della cronicizzazione di un conflitto bellico nel cuore dell’Europa, ma implica l’assunzione di una retorica atlantista che seppellisce il riferimento a un modello europeo autonomo sul piano economico e istituzionale.

Lo scenario appare dunque più intellegibile e potrebbe anche motivare a una mobilitazione in grado di attivare energie e parlare a quella parte del paese che è stata colpita dalla crisi e dalla sua gestione e che appare priva di rappresentanza e fuori dalle rappresentazioni, muta e frammentata e dunque tentata o dall’indifferenza o dall’urlo. Ma qui si misurano altre difficoltà, alcune, di nuovo frutto del polverone di cui sopra, e altre più profonde e difficili da aggredire.

Davvero non c’è alternativa? Molti a sinistra, confondendo spesso la rassegnazione con la lucidità d’analisi paiono sposare il famoso slogan adottato da Margaret Thatcher per affermare la fine della storia e di ogni spazio di conflitto: “non c’è alternativa”. In questo modo il reale diventa l’unico possibile e ogni tentativo di svolgere un’azione soggettiva, un “cercare ancora” viene condannato come velleitario e ideologico. Passando dai grandi assetti sociali alle piccole vicende della politique politicienne che si consuma sulle agenzie di stampa, l’obiezione che si propone è che non siano praticabili altre aggregazioni elettorali. Chi rifiuta di aggregarsi alla coalizione a guida Pd potrebbe solo scegliere l’onorevole prospettiva di andare da solo: una sorta di non-scelta valida più come spauracchio che come alternativa reale.

Una possibilità di aggregazione a sinistra. Eppure, anche in questo caso, a voler vedere oltre la cortina fumogena delle dichiarazioni e controdichiarazioni, la possibilità di un’aggregazione a sinistra, comprendente il movimento cinquestelle è stata in campo fin dall’inizio. Ovviamente i processi politici vanno costruiti: non si può affermare che si sceglie un’opzione e si ricorrerà all’altra solo come soluzione di risulta. È normale che gli interlocutori in questo caso si attrezzeranno anche nella loro propaganda a motivare la rottura. Anziché attendere che si definiscano degli assetti rispetto ai quali collocarsi, è urgente svolgere un’iniziativa per far emergere un’aggregazione di cambiamento che assuma un ruolo nella definizione di un quadro politico più avanzato. Possiamo dire molte cose sulla natura controversa del movimento cinquestelle, che ha però affrontato una difficile scissione su un conflitto politico chiaro con il trasloco della componente Di Maio (non certo meno controversa) nella coalizione a guida Pd. Ma è evidente che il dato prevalente è oggi l’aggregazione potenziale attorno ad esso di una proposta alternativo alle destre distinta dal centro ad egemonia draghiana.

In questo passaggio si misura il ruolo e l’utilità di una sinistra autonoma, riconoscibile, capace di incidere sul contesto politico e di proporre una reale transizione ecologicamente sostenibile, socialmente equa e in grado di rispondere alle sfide che troppo spesso vengono solo evocate retoricamente.

Una sinistra che contrasti l’egemonia di un polo neocentrista e provi a costruire aggregazioni larghe, ma capaci di cambiamento. Non un polo identitario e autosufficiente ma un’aggregazione consapevole della propria pluralità e disponibile, a partire dalla propria autonomia, a costruire convergenze e alleanze dopo il voto, per dare al paese la proposta di governo più avanzata possibile.

Le nostre scelte devono tener conto innanzitutto del bene del Paese, conquistare una rappresentanza istituzionale della sinistra e preservare il patrimonio di radicamento, impegno e credibilità che Sinistra Italiana ha costruito con le scelte di questi mesi come condizione per costruire una proposta sociale ed ecologista per il futuro. Come abbiamo scritto nel documento promosso da circa trecento iscritte e iscritti di tutte le regioni e come abbiamo confermato nel documento presentato nell’assemblea nazionale, noi non ci rassegniamo. I tempi sono strettissimi e bisogna vincere resistenze, diffidenze reciproche, ritardi nella costruzione di pratiche condivise nella società a cui fare riferimento, ma è ancora possibile far vivere la possibilità di un’alternativa.

Sinistra Italiana e il suo gruppo dirigente possono svolgere un ruolo prezioso, con l’urgenza imposta dai tempi, per costruire un campo ambientalista, di sinistra e pacifista, aperto e plurale, con un programma chiaro, che metta al centro della campagna elettorale la drammaticità delle questioni sociale e ambientale.

*L’autore: Stefano Ciccone fa parte della direzione nazionale di Sinistra Italiana