L’assassinio di una giovane afgana addetta alle cucine di una base militare italiana. L’intervento di un poliziotto capace, ma corrotto. Un Paese dilaniato dai conflitti. Da qui si dipana “Il caso Karmàl”, il nuovo romanzo di Maurizio Maggi che sceglie la forma del giallo d’indagine per raccontare un popolo che da troppi anni vive senza pace e diritti

Può un romanzo riportare al centro dell’attenzione una questione dolorosa e colpevolmente sottaciuta come quella dell’Afghanistan, a un anno dalla caduta di Kabul, il 15 agosto 2021, ad opera dei talebani? Sì, ed è quello che è riuscito a fare Maurizio Maggi con il suo nuovo libro, Il caso Karmàl, pubblicato di recente da Bollati Boringhieri.

La storia raccontata da Maggi prende spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto, l’assassinio di Nadia Anjuman, «morta a venticinque anni per una poesia», cui il romanzo è dedicato, e si presenta quasi come un libro giallo, nel quale compare come protagonista un poliziotto Alì Zayd, capace ma moralmente traviato, seguito come un’ombra dal suo assistente Umar, che indaga sulla morte, apparentemente banale, di una donna addetta alle cucine di una base militare italiana, Nadia Karmàl, rivela Maggi a proposito del suo libro.

L’indagine porterà Alì a scoprire un volto nascosto e scomodo del suo Paese, di come era e di come potrebbe ancora essere, di un Afghanistan democratico che la sua generazione ha rimosso, ma che continua a esistere e a resistere, nonostante la ferocia del regime talebano, grazie all’attività clandestina di Ong come l’Associazione rivoluzionaria delle donne afgane (Rawa) sostenute dal Coordinamento italiano sostegno donne afgane (Cisda), che da tempo si batte per la libertà e i diritti delle donne dell’Afghanistan, con cui Maurizio Maggi collabora.

E, in fondo, Maggi con il suo romanzo, raccontando attraverso i suoi protagonisti le vicende di un Paese dolorosamente dilaniato, intende proprio assumere un impegno militante che squarci una inaccettabile coltre di silenzio e inviti tutti a riflettere su cosa sia possibile fare per sostenere un popolo che da troppi anni vive senza pace e diritti: “Morire senza una storia è il modo meno dignitoso di lasciare questo mondo” è l’amara riflessione di Alì. Se ogni libro ha una domanda, questo si chiede: come può ognuno di noi lasciare un segno a chi verrà?

Ecco, di seguito, un breve estratto dal primo capitolo del libro Il caso Kàrmal di Maurizio Maggi.

La prima volta che mi parlarono delle ragazze scomparse fu in un cupo pomeriggio ad Herat: la tempesta di sabbia in arrivo dal deserto persiano dava al cielo il colore del sangue rappreso. La mente corse subito a quel posto in Messico. Ciudad Juàrez dove c’erano state più di quattromila vittime, e solo di una su dieci si era trovato il cadavere. Ma quelle donne lavoravano fuori casa e rientravano la sera, da sole e con il buio: erano facili prede. In Afghanistan era un’altra faccenda. Cento persone non spariscono da un momento all’altro senza testimoni o senza lasciare traccia. In una zona rurale oltretutto, dove le donne quasi non escono di casa se non per andare al pozzo a prendere acqua. E sempre in gruppo, anche perché è l’unico momento in cui possono stare fra loro fuori dalla famiglia: era difficile crederci, non avevo mai sentito nulla del genere. Ma ciò che chiamiamo sorprese spesso sono solo la conseguenza della nostra distrazione. Come la tempesta in arrivo: era prevista, eppure ci aveva colti alla periferia nord della città, lontani da casa, come una comitiva di sprovveduti turisti occidentali…

 

* In alto: “Footprints of war”, un artwork dell’artista afghana Shamsia Hassani, da lei pubblicato sul proprio canale Twitter