Era agosto del 2021 e i talebani stavano riprendendo il controllo dell’Afghanistan. Nazir Rahguzar, pittore, musicista e docente all’Università di Herat, decide di provare ad abbandonare il Paese, assieme alla propria famiglia e alle sue studentesse. Ci riuscirà, non senza varie peripezie, grazie ad un aiuto dall’Università La Sapienza di Roma. Questo è il suo racconto di quei giorni della fuga

Ero agitato, mi guardavo freneticamente attorno senza in realtà vedere niente. Cercavo di mostrarmi calmo, per le persone che erano con me. La macchina andava veloce e i pali della luce sulla strada, ormai distrutti, scorrevano davanti ai miei occhi. I miei pensieri mi tormentavano, in una lotta che sapevo di non poter vincere. Stavo lasciando indietro tutto quello che avevo, l’università, la galleria, i miei dipinti, il mio dotar, uno strumento musicale della mia regione, l’armonio, i miei libri, i miei amici e moltissimi dei miei studenti. Ma soprattutto quello che mi faceva più male era il pensiero che avessi abbandonato i miei genitori, che per tutta la vita avevano lavorato duro per garantirmi una vita migliore, proprio adesso che era arrivato il mio tempo per ripagarli di tutti i sacrifici. Invece, eccomi che andavo incontro ad un futuro imprevedibile, di cui non avevo certezze.

Era passata una settimana da quando i talebani avevano conquistato Herat, dopo diciannove giorni di battaglia, e tutti gli impegni degli ultimi venti anni erano stati sgretolati dal ritorno di questi terroristi e dalla codardia di un presidente traditore e fuggitivo. Pochi giorni prima, avevo terminato la costruzione della mia galleria. Negli ultimi cinque anni, oltre alle mie lezioni all’Università di Herat, avevo anche cominciato a lavorare al progetto della costruzione di una galleria d’arte e, con l’aiuto di alcune mie studentesse della facoltà di Belle arti, eravamo riusciti a trasformarla in uno spazio stimabile. La verità è che la nostra galleria era l’unica di Herat. Avevo investito tutti i miei risparmi, e le ragazze avevano contribuito con tutto quello che potevano, in modo da rendere la galleria un posto speciale per tutti gli studenti appassionati.

Herat, Afghanistan

Mentre la mia memoria ripercorreva i ricordi di quei giorni felici nella mia galleria, un forte scossone fece tremare il pullman, e mi riportò di colpo alla realtà. Guardando fuori dal finestrino, notai che stavamo tentando di attraversare una zona distrutta dell’autostrada Herat-Kabul. Incredibile, pensai, i talebani non avevano risparmiato nemmeno le strade e le avevano fatte saltare in aria. Tutti quegli anni di violenza per nulla, se non per distruggere la strada fondamentale per lo sviluppo del Paese, per impedire al nostro popolo di potersi modernizzare. Appena posai lo sguardo all’interno della vettura, una terribile angoscia mi riempì il cuore. Ventotto giovani donne e due bambine viaggiavano con me, in un Paese dove essere semplicemente una donna era punibile con la prigione e la tortura. Dei terribili dubbi mi tormentavano, dove sto andando? In che avventura mi stavo buttando?

Una voce interruppe la catena dei miei pensieri, «Stai bene, professore?». Mi affrettai a rispondere che sì, stavo bene, ma assicurandomi di non incontrare il suo sguardo, così che non potesse leggere nei miei occhi tutti i dubbi che mi assillavano. Erano passati esattamente due giorni da quando avevo ricevuto un messaggio whatsapp, che mi chiedeva se fossi proprio io Nazir Rahguzar, un professore dell’Università di Herat. Il messaggio era da parte di una donna di nome Mara Matta, che si era presentata come professoressa dell’Università La Sapienza di Roma, in Italia. A quanto pare, il mio amico Morteza, che era suo studente, le aveva raccontato della situazione che le mie studentesse ed io stavamo vivendo, e Mara, che in quei giorni era in vacanza in Grecia, aveva deciso di aiutarci ad uscire dall’Afghanistan. Tra di noi la chiamavamo “il piccolo angelo”. Un gruppo di persone aveva deciso di tendere una mano e dedicare tutte le loro forze e il loro tempo per aiutarci, in quel momento cardine, così critico della nostra vita.

Avevano riaperto le piattaforme di iscrizione universitaria per le mie studentesse. Mi ricordo il giorno dopo aver ricevuto questa notizia, le ragazze avevano creato un cerchio, sedendosi intorno alla stanza. A gruppi di tre, si davano il cambio per registrarsi. Allo stesso tempo però, sapevo che stavano aspettando che dicessi qualcosa. Era impossibile non leggere angoscia e disappunto nei loro occhi. Ognuna di loro mi guardava come se potessi salvarle da quell’inferno. Pensavano che io avessi una soluzione, un asso nella manica che avrebbe risolto tutto. «Prof, qual è il prossimo passo?» chiese una di loro. Io le risposi, nel tono più rassicurante che potessi, che adesso dovevamo aspettare che i nostri benefattori si facessero sentire e ci dicessero cosa fare. Una delle mie studentesse, Nilofar, mi aveva chiesto con scetticismo quando sarebbe avvenuto. Io le avevo risposto “presto”, ma neanche io ero sicuro delle mie parole.

Quella sera, andai al club del biliardo con degli amici, ma l’atmosfera che si respirava era soffocante come mai prima d’ora. Era come se ognuno dei presenti avesse paura di qualcosa. Mentre giocavamo, ricevetti una chiamata. Sullo schermo si leggeva “sconosciuto”. Dall’altra parte della cornetta mi aspettava una donna, che lavorava per il ministero della Difesa italiano o dell’Interno. A distanza di un anno, i miei ricordi si fanno già confusi. Dopo aver chiesto il mio nome, mi disse di raggiungere Kabul il più presto possibile, e io accettai senza fare domande.

Il giorno in cui ho detto addio a mia madre, l’ho vista svenire tra le mie braccia. Lasciare andare il suo unico figlio era la cosa più dolorosa al mondo per lei, ma sapeva di non avere scelta. Era consapevole che quel dolore era l’unico modo perché suo figlio si salvasse. La stavo lasciando nelle braccia di altri. Ho lasciato di corsa la casa. Non volevo che le mie studentesse, e i miei figli, vedessero le lacrime sul mio viso. Mentre mi allontanavo, sentivo mio padre, ormai anziano, piangere, che chiedeva a Dio, Allah, di prendersi cura di me.

La macchina rallentava di nuovo. Dopo quasi venti ore di viaggio, avevamo finalmente raggiunto le porte di Kabul, la sanguinosa capitale dell’Afghanistan. Appena varcammo il confine, fummo informati che c’era stata una tremenda esplosione all’interno dell’aeroporto. Uno dei nostri compagni di viaggio aveva preso le chiavi di un appartamento a Makroryan, una zona residenziale vicino l’aeroporto. Intorno alle dieci del mattino, raggiungemmo la casa e il nostro interminabile tragitto finalmente si interruppe. Mentre tutti intorno a me si addormentavano stremati dal viaggio, a me risultava impossibile prendere sonno, e continuavo a scambiare messaggi con Mara, riguardo l’incidente all’aeroporto.

Per due giorni e due notti, il mio gruppo formato da trentatré persone visse in un appartamento di sole tre stanze. Diverse volte, durante quei giorni, le forze militari italiane che erano stazionate all’aeroporto ci contattarono per sapere la nostra posizione e per venire ad accompagnarci all’aeroporto, ma tutte le volte i nostri appuntamenti venivano cancellati per ragioni di sicurezza. Dopo aver passato due giorni e due notti a Makroryan, i talebani, che nel frattempo stavano organizzando gruppi di pattugliamento per tutta la città, cominciavano a destare sospetti sui nostri movimenti, e fummo costretti a scappare nella notte, a gruppi di cinque, per non attirare attenzione. Il nostro nuovo rifugio era l’appartamento di un vecchio vicino di casa, nel quartiere di Wazir Akbar Khan. Questo posto era più spazioso e adeguato per il numero di ospiti. Altri quattro lunghi giorni passarono, e ogni volta che tentavamo di raggiungere l’aeroporto, le nostre speranze morivano.

Appena scattata la mezzanotte del 31 agosto, il cielo di Kabul, che fino a quel momento era stato riempito dal rumore degli aeroplani, si fece completamente muto. Quel silenzio, sinistro e irreale, fu interrotto poco dopo da milioni di pallottole sparate in aria dai Talebani, che festeggiavano il ritiro della comunità internazionale. Quello che per i talebani simboleggiava la vittoria, per noi era un veleno amaro, impossibile da mandare giù. Quella notte, mi trovavo all’ospedale di Wazir Akbar Khan. Il corpo malato di Nahid, una delle mie studentesse, giaceva tra le mie braccia. Era da giorni che stava molto male per il coronavirus, e il forte rumore di colpi nell’aria la agitava. Presa dai deliri della febbre, continuava a strillare «corri, nasconditi sotto il letto», mentre cercavo di calmarla.

I giorni passavano, e noi eravamo confinati in casa. Aspettavamo un miracolo, che sembrava non arrivare più. Le giornate si facevano sempre più pesanti. La maggior parte delle ragazze non avevano il passaporto, e ci avevano avvertito che lasciare il Paese senza i documenti sarebbe stato impossibile. Cercavo di mantenere alto il morale delle mie ragazze, e giocavamo a qualche gioco per tenerci occupati. Le spese erano tante, e i nostri fondi si stavano esaurendo. La professoressa Mara cercava di aiutarci mandando soldi dall’Italia, così che potessimo sopravvivere, ma le condizioni diventavano sempre più pesanti. Cose belle, brutte e terribili accaddero in quei giorni, che per motivi di spazio e di sicurezza non posso raccontare in questo articolo.

Dopo quindici giorni, mi comunicarono che un aereo ucraino stava aspettando all’aeroporto di evacuare i suoi cittadini dal Paese, e che erano stati dedicati dei posti per me e la mia famiglia. «Non è possibile evacuare le tue ragazze adesso, ma se esci dal Paese, forse potrai fare ancora di più per loro. Potrai informare il mondo di quello che sta accadendo, rilasciare interviste, partecipare a conferenze…». Quindi parlai con le mie ragazze, tutte loro votarono perché partissi, sperando che dall’Italia potessi difendere la loro causa e accelerare la procedura. Il 18 settembre la mia famiglia ed io lasciammo la casa per raggiungere l’aeroporto.

Il momento degli addii con le mie studentesse fu ancora più difficile che quello con i miei genitori. Tutti mi guardavano in lacrime e potevo leggere il disappunto nei loro occhi nonostante mi avessero convinto a partire. Io rispondevo ai loro sguardi con un sorriso, che però mi sembrava ridicolo. Quel giorno promisi a me stesso che avrei fatto qualsiasi cosa perché anche loro potessero raggiungere, il prima possibile, l’Europa.

La diaspora afgana

L’aeroporto non era affollato quando arrivammo, ma il personale della polizia talebana era ovunque e si guardava in giro con aria minacciosa, alcuni di loro avevano fruste tra le mani. La mia famiglia ed io eravamo in fila per entrare nell’aeroporto, la folla cresceva rapidamente e i talebani fustigavano qualcuno ogni momento. Passarono quattro ore, e i talebani ancora non ci avevano permesso di entrare. Ad un certo punto, un uomo con una lista in mano si mise a confabulare coi talebani, e lesse ad alta voce una serie di nomi, tra cui i nostri, e così finalmente ci permisero di entrare. Passammo diversi controlli di sicurezza, e ad ognuno rileggendo la lista dei nomi.

Raggiungemmo la zona dove venivano stampati i passaporti della gente che era in lista ma non aveva i documenti necessari per partire. Con mille paure e speranze, i nostri passaporti furono stampati. Il mio primo compito fu quello di mandare un messaggio a Mara, la sua collega Lucia e al resto del gruppo.

La nostra felicità ebbe vita breve, perché improvvisamente diversi talebani irruppero nella sala, cancellarono il nostro volo senza comunicarci nessuna motivazione e distrussero i nostri documenti. Noi non potemmo fare altro che restare a guardare impotenti. Ero terribilmente amareggiato, ma cercavo di confortare me stesso. Alle sette e mezza raggiungemmo finalmente casa, stanchi morti e con tutti i nostri bagagli, e le ragazze, nonostante fossero già a conoscenza della notizia, mi guardavano sorprese come se pensassero che fossi stato io a decidere di non partire. Nonostante questo, nessuno osava fare domande.

Ricevemmo ben presto un altro messaggio, dove ci convocavano all’aeroporto per la mattina seguente, e sentii un barlume di speranza. Non riuscii ad addormentarmi prima che fosse l’alba, e la mattina dopo vennero replicati gli addii del giorno prima. Questa volta però, appena arrivammo all’aeroporto, decisi di prenotare una stanza nell’ostello proprio davanti: avevo imparato la lezione del giorno precedente e sapevo che stare vicini sarebbe stato più comodo. Quella mattina non fecero entrare nessuno, e rimanemmo tutti stipati in una stanzetta che puzzava terribilmente fino alle sei del pomeriggio, assistendo per tutto quel tempo al terribile e umiliante trattamento dei talebani che la povera gente presente doveva subire. La descrizione di queste scene esula dall’ambito del mio articolo, ma sono immagini che non scorderò mai. Alle sette di sera, dopo aver atteso dodici ore, tornammo a casa e dovemmo affrontare di nuovo gli sguardi disperati delle ragazze, che si trovavano in una situazione anche peggiore della nostra, e poi di nuovo ci ordinarono di presentarci all’aeroporto per un terzo tentativo.

Alcune studentesse di una scuola religiosa a Kabul, 11 agosto 2022

Questa scena si replicò di nuovo, salutai le mie ragazze, prenotai la stessa stanza, aspettammo per tempi interminabili dentro l’aeroporto, vedemmo i talebani prendersela con gente innocente. Non potei fare a meno di notare le mie due figlie, di quindici e vent’anni, stremate, appoggiate sulle loro valigie, i loro occhi mi sembravano spenti, la luce che li aveva sempre distinti sembrava essersi spenta. Questa visione non faceva che aumentare in me la determinazione a lasciare l’Afghanistan. La stessa persona che avevamo incontrato due giorni prima era tornata con la lista in mano e, dopo esserci messi in fila, seguimmo le stesse procedure, una dopo l’altra.

Alle sei del pomeriggio, eravamo finalmente arrivati alla parte in cui i nostri passaporti sarebbero dovuti essere timbrati. In quel momento, un leader dei talebani, con uno sguardo molto duro, ci comunicò che il volo era stato cancellato. Ancora una volta, fu come se avessero svuotato un secchio di acqua bollente sulle nostre teste. Ci disse che la torre di controllo dell’aeroporto era sotto la supervisione del Qatar, e che il loro turno finiva alle sei di pomeriggio. La situazione precipitò e la tensione salì alle stelle. In quel momento, uno dei talebani aveva notato che stavo segretamente riprendendo la nostra conversazione. I talebani presenti si avvicinarono con aria minacciosa e con tutta l’intenzione di arrestarmi per il crimine di “diffusione di bugie sul loro conto”. Alla fine, presero il mio telefono e lo distrussero, poi mi intimarono di andarcene. Cosa potevamo fare se non tornare a casa? Non mi ero mai sentito così esausto nella mia vita. Nessuno se la senti di farmi alcuna domanda. Presi due pillole e mi sdraiai, per cercare di riposare. Non riuscivo a concentrarmi su niente, non riuscivo a pensare al mio passato né tanto meno al futuro delle mie ragazze e della mia famiglia.

Anche quella sera avevamo ricevuto il messaggio che ci diceva di raggiungere l’aeroporto l’indomani, ma questa volta non guardai in faccia nessuna delle studentesse e mi infilai velocemente in macchina. I talebani ci guardavano da ogni lato, come se fossimo criminali di guerra. Mai nella mia vita mi ero sentito così umiliato come durante quei giorni. Mai avrei pensato che sarei stato trattato così dal mio stesso Paese, un Paese che era stato ricostruito dall’impegno della gente come me. E adesso mi ritrovavo intrappolato, costretto a scappare come un codardo. Ero consapevole che, se non fosse stato per i miei figli e le mie studentesse, non avrei mai tentato di abbandonare il Paese. Mille pensieri attraversavano la mia mente e furono interrotti solo da un talebano che, puntandomi la canna del fucile sul fianco, mi intimava di camminare. Seduto nella solita stanza, aspettavo solo che ci comunicassero che anche quel giorno il volo era stato cancellato, e leggevo negli occhi delle mie figlie che anche loro avevano perso le speranze. Avrei voluto abbracciarle, ma sotto il regime dei talebani anche quel gesto avrebbe portato ad una punizione.

La moschea blu di Mazar-i-Sharif a Balkh

Ad un certo punto, ci dissero che potevamo salire sull’aereo, e ognuno di noi si diresse al proprio posto, non potendo fare a meno di scrutare tutto e tutti con fare sospettoso. Il pilota annuncio che saremmo partiti a momenti, e l’aereo cominciò a muoversi in direzione della pista di decollo. Il rumore del motore si faceva sempre più forte. Il mio cuore batteva così forte che avevo l’impressione che sarebbe scoppiato. Quando l’aereo lasciò finalmente il suolo, la realizzazione che stessi veramente lasciando l’Afghanistan, e con lui tutti i miei sogni, mi travolse appieno. I ricordi del mio passato scorrevano davanti ai miei occhi. Mia madre, mio padre, la mia università, i miei amici, i miei studenti. L’aereo stava partendo, ma io avevo le lacrime agli occhi. Nel cielo di Kabul, mi sembrava di vedere Goli, Susan, Nilufar, che mi guardavano pregando di aiutarle. Abbassai velocemente gli occhi, mentre la capitale spariva dalla nostra vista, e noi ci dirigevamo verso un futuro sconosciuto.

Traduzione a cura di Ileana Amadei

  • Nell’immagine di apertura, Nazir Rahguzar e le studentesse della facoltà di Belle arti dell’Università di Herat, in uno scatto dal profilo Instagram del professore