Reportage del blogger alla scoperta del capoluogo siciliano. Un racconto su due piani: l’assenza della politica sui temi della disabilità e la vitalità del mondo dell’arte e dei diritti umani

“È più facile andare a Capo Nord”. “Non si va al Sud in agosto”. “Muoversi in città è complicatissimo”.
Queste erano più o meno le frasi che sentivo quando esprimevo il mio desiderio di viaggiare, di andare a Palermo in solitaria. Ho mandato tutti al diavolo, amici, parenti, conoscenti. Ho preso la mia carrozzina, la mia tetraplegia, e ho provato. Non volevo fare mio lo sguardo sociale che spesso fa corrispondere disabilità a impotenza.
È stata una trafila di telefonate, di linee che cadevano, di centralini che non rispondevano, di informazioni incomplete e contradditorie. Ma alla fine ho delineato un quadro complessivo abbastanza sicuro.

Gianfranco Falcone all’aeroporto in partenza per Palermo (foto dalla sua pagina Facebook)

Sono arrivato in volo a Palermo la sera del diciotto. Lo scirocco aveva soffiato per tutta la giornata. C’erano stati quarantatré gradi, un forno. Per fortuna nelle ore serali la temperatura era scesa. Davanti all’albergo mi sono messo a ridere. Quattro gradoni mi separavano dall’entrata. Mi hanno fatto entrare da un vicolo. Anche la stanza non era il massimo.

Sono sempre più convinto che gli albergatori italiani non abbiano idea di ciò che significa accessibilità e agibilità. Il personale ha sopperito a tutte le carenze con grande gentilezza. Ma la disabilità non è una questione di gentilezza. Spesso non è neanche un problema di disabilità. Sono un cliente. Mi hanno venduto un prodotto che non aveva le caratteristiche promesse. Poco importa. Non volevo fare un Trip Advisor sull’accessibilità degli alberghi. Mi premeva Palermo.

Ce l’avevo fatta. Ero arrivato.
Il primo impatto con la città è stato in compagnia di Gabriella, figlia di amici di famiglia.
È passata a prendermi in albergo. Ha aspettato venti minuti a causa della mia lotta feroce con le calze elastiche.
Il caldo era tollerabile. Il cielo era di un blu intenso, le nuvole erano gonfie e bianche. Sono subito stato avvolto dai frastuoni della strada, dai profumi, dai rumori delle carrozzelle trainate dai cavalli, dalle motorette Ape che portano in giro i turisti. Ci siamo avviati verso Palazzo delle Aquile, sede del municipio. Lì ci raggiunto il fratello di Gabriella, Davide avvocato a Palermo. Mi ha chiesto se volevo intervistare il sindaco Roberto Lagalla.
Ho nicchiato. Ma mi sono lasciato convincere. Il sindaco aveva passato la notte a Bellolampo dove aveva preso fuoco una delle vasche della discarica più grande del Mezzogiorno.

Ho posto alcune domande a Lagalla, anche sulla disabilità. Non mi ha sorpreso che lui, politico consumato, ma anche Fausto Melluso presidente dell’Arci di Palermo, sui problemi della disabilità non fossero pronti. Da provetto ex maestro elementare mi è venuta voglia di rimandarli a settembre, al tempo delle elezioni.
Sono stato misericordioso. Non ho ricordato loro che il problema della disabilità non è soltanto un problema di accessibilità dei luoghi. Il problema della disabilità è anche un problema di accesso al lavoro, di articolazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea); è un problema di ampliamento e di gestione dei fondi per i titoli sociali, che servono alle persone anziane e non autosufficienti per pagare i badanti. Il problema della disabilità è anche un problema di detrazioni fiscali.

Dopo il palazzo ci siamo spostati a Ballarò che mi ha investito con una sferzata di energia, di bellezza, di chiasso, con una dimensione popolare vivace e intrigante. Abbiamo pranzato lì. Ed è lì che ho iniziato a fare il gioco che mi ero ripromesso, Il conto delle rotelle.
In Italia secondo l’Istat ci sono tra i quattro e i cinque milioni di disabili. Ero curioso di vedere quante persone disabili avrei visto in giro per le strade di Palermo. La media è stata di due al giorno. Ben pochi.

Quelli di Palermo sono stati giorni entusiasmanti, pieni di incontri, pieni di passione, con l’entusiasmo di potercela fare. Mi sono saziato di immagini, di profumi, di colori. Mi sono rimpinzato di cibo da strada: pane con la milza maritata, cioè col pecorino; la frittola, interiora non meglio identificate che un cuoco improvvisato raccoglieva a manciate da un cesto; arancine, (a Catania sono al maschile); la stigghiola, ancora interiore cotte alla brace; calamari impanati e fritti avvolti nella carta.
La vendetta di Montezuma non si è fatta attendere. Mi ha impedito di andare a Segesta con Lina.

Lina Prosa si è comportata come una sorella. Mi ha portato in giro, mi ha coccolato.
Adoro la sua scrittura apparentemente semplice ma profonda. Ho divorato le pagine del suo Trilogia del naufragio e del suo Pentesilea. Allenamento per la battaglia finale. Insieme ad Anna Barbera ha fondato il centro Amazzone che si occupa di donne, fornendo consulenza per la prevenzione oncologica e consulenza legale. Lina con il centro Amazzone cerca di creare una sintesi tra teatro, mito e scienza, coinvolgendo le donne in spettacoli teatrali che scrive appositamente per loro.
Mi ha parlato del progetto su Le déluge che sta realizzando a Losanna. Secondo lei non vogliamo renderci conto della situazione drammatica in cui ci troviamo. Continuiamo a essere dediti alla religione del consumo mentre rischiamo l’estinzione e non abbiamo più un’Itaca a cui tornare.

Anna e Lina mi hanno portato sul Monte Pellegrino. Da lì si vede Palermo spalmata sulla piana, circondata dalle montagne. Un doppio arcobaleno ci ha inseguito per tutto il viaggio. Lina aveva un sorriso bambino. Anna ha degli occhi verdi color dell’agata di una bellezza straziante. Poeti le hanno dedicato versi. Ignazio Butitta le ha scritto una dedica «Ad Anna. La si può corteggiare a patto di non guardarla negli occhi. Perché altrimenti si cade tramortiti».
Mi piacevano i racconti di Anna sulla Palermo degli anni Settanta, su Guttuso, sulle sue acque forti. Di Guttuso ho amato i dipinti sulla Vucciria. Oggi quella Vucciria non esiste più. È semplicemente un mercato a cielo aperto.

Anche Shobha Battaglia mi è stata amica nei giorni di Palermo. Shobha è diversa da Lina. Tanto claustrale e asciutta sembra Lina, quanto rumorosa, eccessiva, diretta, colma di appetiti che ricordano i miei, è Shobha. Una gaudente le ho detto. Mi ha guardato e mi ha corretto dicendo che in India la chiamano donna tantrica. Mi è sembrata una donna senza pregiudizi, senza moralismi, capace di cogliere la bellezza del mondo, di entusiasmarsi. È una di quelle donne dotate di una creatività straordinaria che elaborano progetti a getto continuo.
Ciò che unisce Lina e Shobha è l’idea di un’arte che deve dare voce.

Lina dice che oggi l’arte fa fatica a parlare di temi essenziali come la morte e il limite. Chiedeva a me se la disabilità può rappresentare una chiave di lettura del reale, la premessa per una rivoluzione culturale. Non lo so. Forse la disabilità costringe a porsi delle domande ma non penso che la trasformazione culturale possa essere appannaggio esclusivo di una categoria.
Shobha mi ha affascinato con i suoi racconti. Mi ha parlato del festival che si tiene nel sud dell’India a Saundatti, in Karnataka, dedicato a Yellamma, la Madre della fertilità e dei diversi. Lì lavora con le donne sciamane che leggono le pietre.
«Loro fanno tre ritiri l’anno sotto la luna piena in un luogo dove arrivano cinquantamila persone, donne, si spogliano nude sotto la luna piena e fanno dei rituali di rinascita. Buttano via tutti i vestiti dell’anno, li strappano, fanno una catasta. Tu immagina tutte queste donne sotto la luna piena che danzano, urlano, si buttano a terra. E sono tutte contadine. Però nel momento in cui loro abitano la dea, perché in questi tre giorni diventano dee, sciamane, canalizzano. Quindi, cambiano».
Shobha è una globe trotter dell’arte. Lavora in India, in Asia, in Italia. Le sue fotografie sono spudoratamente belle. Lei fa poesia.

Mi è venuta in mente la sua fotografia che ritrae due ragazzi down. Lei stringe tra le mani il volto di lui con uno sguardo innamorato. È uno scatto colmo d’amore, di tenerezza. Rappresenta «un momento sospeso prima del bacio, dove si intuisce che quel momento d’amore, che ognuno vuole, è possibile».
È stata Shobha a dirmi che «Palermo si evolve e si involve continuamente. Ed è una malattia questa. Perché arriviamo all’estasi. Poi cadiamo nella merda, nella depressione. Quindi, Palermo è bipolare».
Se Palermo è così posso sicuramente affermare che invece Milano è maniacale.

Nelle ore in cui sono stato solo ho visitato il Centro Internazionale di Fotografia, la Cappella Palatina, la cattedrale, divertendomi ad essere carogna con gli impiegati del bar del Teatro Massimo, che non ha una toilette accessibile. Ma del resto non c’è l’ha neanche La Feltrinelli. Avrei potuto fare spallucce. Sarebbe stata la cosa più semplice. Invece, mi sono ostinato a chiedere spiegazioni. Se La Feltrinelli mi crea problemi sia a Palermo che a Milano significa che la proprietà ha qualche problema con la disabilità.
Alla Cappella palatina mi hanno aiutato gli addetti Sebastiano, Zaira, Giuseppe, portandomi a braccia la dove i montascale erano rotti.

A Palermo ho incontrato anche Luigi Carollo, organizzatore del Palermo Pride. È stata una conversazione effervescente. Dialogando con lui mi sono reso conto che il mondo della disabilità dovrebbe prendere spunto dal modo in cui la comunità Lgbt presenta i propri corpi, le proprie istanze. Purtroppo il mondo della disabilità è ancora troppo frammentato per riuscire ad avere una voce forte, in grado di diventare lobby.
Ci sono stati incontri voluti ma anche incontri fortuiti. A Molti Volti, centro che fa parte della più grande associazione antimafia Libera, ho incrociato i ragazzi del Teatro al Verso che, provenienti dalla provincia di Siena, erano a Palermo di passaggio per partecipare al PaceFest a Caltabellotta. Ho chiesto di recitarmi qualche battuta dello spettacolo che avrebbero presentato. Lucrezia è stata un momento in silenzio poi ha iniziato.
«Prima di combattere la mafia bisogna farsi un auto esame di coscienza. E dopo averla sconfitta dentro di te puoi passare a combattere la mafia nel giro dei tuoi amici. Perché la mafia siamo noi e i nostri comportamenti. È il nostro modo sbagliato di comportarci.
Erano le parole che Rita Atria, testimone di giustizia, scrisse su un biglietto prima di lanciarsi dalla finestra, dopo la strage di via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta».
Non c’è stato bisogno di dirci altro.

A Palermo mi sono sentito coccolato, accolto, tant’è che sto cominciando a fantasticare di andare a Bombay a trovare Shobha insieme a Lina. Immergendomi ancora una volta in un mondo femminile ricco e potente.

L’autore: Gianfranco Falcone è un blogger (Viaggi in carrozzina,  DisAccordi) e collabora con la rivista on line Mentinfuga, dove scrive di temi culturali, di teatro e diritti. Da alcuni anni è costretto a vivere su una sedia a rotelle 

Nella foto: i cieli di Palermo (dalla pagina Facebook di Gianfranco Falcone)