«La flexicurity è stata un imbroglio» e «se veniamo definiti “partito della Ztl” qualcosa sarà pur successo» dice a Left l’ex ministro del Lavoro dem. E rilancia: «Subito il salario minimo ed incentivi per contratti a tempo indeterminato»

La guerra in Ucraina e la speculazione non si fermano. I prezzi del gas e delle materie prime schizzati alle stelle stanno mettendo a rischio imprese e moltissimi lavoratori. Quello che ci aspetta rischia di essere un autunno esplosivo dal punto di vista della tenuta sociale. Abbiamo chiesto all’ex sindacalista ed ex ministro Cesare Damiano un’analisi di questa difficile congiuntura sulla base delle ricerche del suo Centro studi Lavoro&Welfare. Quali strumenti mettere in campo per uscire da questa crisi che si annuncia lunga e durissima? Come invertire la rotta?

«Siamo in una situazione nella quale bisogna pesare le parole per non creare equivoci», premette Damiano. «Di fronte all’aggressione dell’Ucraina compiuta da Putin penso sia stato giusto rispondere con le armi e le sanzioni. Ma, detto questo, è giunto il momento di chiarire la questione strategica: se l’esito di questa sciagura fosse una nuova guerra fredda sarebbe un disastro per tutti. Lo dico con cognizione di causa perché appartengo a una generazione che la guerra fredda l’ha vissuta. Ho vissuto anche il tempo della ricerca della distensione fra i due i campi, Occidente e Oriente, pur in un contesto di equilibrio fra armamenti atomici. Dopo la stagione della Guerra fredda abbiamo sperimentato una globalizzazione selvaggia delle relazioni economiche, vissuta in modo troppo positivo ed acritico riguardo alla possibilità di importare ed esportare anche i diritti, le tutele e maggiore eguaglianza. Questo non è avvenuto».

Le conseguenze a cascata della guerra in Ucraina stanno colpendo su vasta scala. La strategia delle sanzioni non ha funzionato?
La narrazione, a mio avviso, ha peccato di eccessivo ottimismo. È un po’ come se avessimo messo la testa sotto la sabbia. Il risultato delle sanzioni è inferiore a quello che ci aspettavamo. Qualcuno afferma che Putin con il rincaro delle materie prime ci abbia guadagnato. Il rublo mi pare che stia tenendo. L’annunciato default della Russia non mi pare che sia alle viste, mentre le ripercussioni sull’Occidente sono state sottovalutate. Ci troviamo in una situazione dannatamente complessa e pericolosa. Basta guardare a quel che succede con l’inflazione che colpisce lavoratori, famiglie, imprese. Non ci voleva un genio per capire che con la chiusura delle forniture dell’energia avremmo corso il rischio di una recessione economica.

Si parla della potenziale chiusura in Italia di centoventimila imprese…
È uno scenario molto preoccupante. Se calcoliamo una media di tre quattro lavoratori per impresa – e mi tengo molto basso – sono 300/400mila posti di lavoro a rischio. Il mio Centro studi Lavoro&Welfare da mesi avverte che, accanto al dato della cassa integrazione complessivamente in calo (ordinaria, in deroga e fondo di solidarietà), c’è un allarme che riguarda, invece, un aumento importante della cassa integrazione straordinaria. Se guardiamo al settore della trasformazione dei metalli, per esempio, siamo al 900 per cento. Sono segnali che, a mio avviso, sono stati sottovalutati. C’è poi il tema dell’aumento del costo del gas che nei giorni scorsi ha sfondato i 300 euro al megawattora alla Borsa di Amsterdam. Tutto questo impone un intervento immediato del governo Draghi, seppur nelle more della sua azione di carattere amministrativo, visto che il governo è caduto. Insomma, a me pare che se Atene piange Sparta non ride. Quello che mi stupisce è che sia proprio Salvini, dopo che ha fatto cadere il governo, a chiedere a Draghi di intervenire. Si è accorto del danno che provocato al Paese? Il Pd, coerentemente, ritiene che un intervento sia necessario. Enrico Letta ha indicato come intervenire, sia nell’immediato sia nel lungo periodo: occorre un tetto europeo al prezzo del gas che va disaccoppiato da quello dell’energia, ma da subito occorre un regime di prezzi amministrati, per esempio per i prossimi 12 mesi. Un’altra misura importante è poi quella definita “bolletta luce sociale” per microimprese e famiglie con redditi medi e bassi, con la fornitura di energia elettrica da fonti completamente rinnovabili e gratuita fino alla metà del consumo medio (che è di 1.350kWh/anno) con prezzi calmierati nella parte eccedente.

Tutto questo si somma a problemi preesistenti: la precarietà, l’impoverimento dei salari, lavori non di qualità, disoccupazione. Problemi che, durante la pandemia, hanno colpito soprattutto donne e i giovani. Quali sono gli strumenti da mettere in campo non solo per l’immediato?
Mi auguro davvero che la politica riconquisti la capacità di avere una visione strategica: dovrebbe essere in grado di mettere insieme le scelte che riguardano il futuro con le contingenze immediate, quotidiane, che colpiscono la condizione materiale delle persone. Cosa intendo dire? Il primo punto è stare nel solco del Pnrr. Si può migliorare sicuramente. Ma non si può mettere in discussione questo strumento essenziale per il nostro Paese. Semmai si può precisare il suo cammino a fronte di queste emergenze. In secondo luogo, come ho già ricordato, bisogna intervenire subito per quanto riguarda il tema del prezzo dell’energia. Giustamente i commercianti espongono nelle vetrine il pagamento dei canoni di un tempo e di quelli attuali: basta vedere la differenza, la moltiplicazione assurda dei costi che rischiano di far chiudere le attività. E poi dobbiamo saper selezionare alcuni interventi, da una parte per quanto riguarda le imprese, dall’altra per quanto riguarda il lavoro, che in Italia, ormai, è povero e precario.

Provvedimenti come il Jobs act hanno prodotto precarietà. Le destre poi si sono infilate nel disagio sociale come lama nel burro?
A me quello che fa specie è che la destra che ha teorizzato la flessibilità del lavoro che si è trasformata in precarietà, l’ha praticata con le sue leggi, non ha mai curato l’aspetto della stabilità del lavoro, adesso si voglia far paladina della sua tutela. Ho letto una notizia che per la mia storia è sconvolgente. Gli operai della Mirafiori interpellati in una inchiesta di Repubblica hanno dichiarato che voteranno per Giorgia Meloni. Da giovane ero un funzionario della Fiom alla Mirafiori quando in quella azienda c’erano 60mila dipendenti, non i 10mila attuali la cui sopravvivenza è legata alle commesse che vengono decise oltralpe. Quei lavoratori, nel Novecento, votavano in prevalenza per il Pci per il Psi. Alcuni votavano altri partiti come la Dc, fino al Msi, ma questa era una parte assolutamente minoritaria. Adesso siamo al capovolgimento. È noto che il Partito democratico è poco votato dai lavoratori e dai ceti più deboli. Se veniamo classificati come il partito della Ztl qualcosa sarà pur successo. Se c’è un distacco dai ceti più popolari che facevano parte della nostra tradizione, questo è il risultato della cura non soltanto di Matteo Renzi presidente del Consiglio, ma anche di Renzi segretario del Pd: ha reso più facili i licenziamenti dei lavoratori e ha introdotto nel mercato del lavoro una flessibilità che si trasforma in precarietà. Oggi il Pd è tornato ad essere il partito che parla alle persone, a chi ha un lavoro dipendente o autonomo che sia, e che chiede di guardare con attenzione ai cambiamenti in corso senza essere abbandonato. Non si tratta di tornare al passato ma si tratta di riscrivere il nostro profilo politico culturale.

Il centrosinistra deve, in primis, tornare ad occuparsi di lavoro?
Ora il programma del Pd, guidato da Letta, ha ripreso il filo di un ragionamento sui temi del lavoro, anche se ci vorrà del tempo prima che si riconquisti la fiducia di chi si è rifugiata o nel populismo della destra o nell’astensionismo. Quale è questo filo? Parliamo del lavoro precario che rappresenta una parte importante nel mercato del lavoro. Io credo, come c’è scritto nel programma, che sia importante affermare un principio: che la stella polare della sinistra deve essere il lavoro a tempo indeterminato che va sostenuto con assunzioni incentivate. Oggi non è esattamente così.

In concreto?
Prendo un esempio facile: la decontribuzione sud. Come è stato certificato dall’Istituto nazionale di analisi delle politiche pubbliche (Inapp) con essa si é realizzato un importante volume di nuove assunzioni attraverso gli sgravi fiscali, al lavoro stabile al lavoro a termine. Il risultato però è che l’85 per cento di quelle assunzioni è con contratto a termine, occasionale, interinale o stagionale. Solo il 15 per cento è andato a vantaggio del lavoro a tempo indeterminato. E poi ci lamentiamo della precarietà. Si tratta di cambiare strada. Dobbiamo affermare un principio: quando il lavoro è stabile deve costare di meno all’imprenditore, quando è flessibile deve costare di più, non l’esatto contrario, se vogliamo davvero puntare alla qualità del lavoro.

Questo è un principio che lei sostenne fattivamente come ministro del Lavoro del secondo governo Prodi e che oggi appare più importante e attuale che mai come dimostra anche la recente, riuscita, riforma spagnola. Quanti danni ha fatto la flexicurity?
È stato un un imbroglio, dobbiamo dirlo con chiarezza. La flessibilità c’è stata in abbondanza, la sicurezza no. E la flessibilità senza sicurezza si trasforma in precarietà soprattutto per le giovani generazioni. Io sostituirei quella formula con una nuova: flessibilità e stabilità. Ha senso accettare l’idea di una flessibilità della prestazione di lavoro: la banca delle ore, la salita e la discesa dei turni di lavoro a seconda delle stagioni, la salita e la discesa degli orari di lavoro. Se produci frigoriferi d’inverno lavori 48 ore alla settimana e 32 d’estate, i week end di lavoro possono essere gestiti nella grande distribuzione. Si può adottare il part time volontario e non imposto e la possibilità di usare modelli basati sul lavoro agile, che ti consente di cogliere le esigenze di una nuova organizzazione del lavoro per obiettivi. Ma in cambio bisogna assicurare un contratto a tempo indeterminato, questo deve essere il nuovo orizzonte. Mi pare che il programma del Pd vada in questa direzione. Come Letta ha giustamente ribadito non è giusto che i ragazzi in Italia incontrino gli stage e tirocini gratuiti come primo rapporto di lavoro e poi il lavoro nero, e poi il lavoro grigio e poi il lavoro precario e forse, arrivati ad una certa età, uno straccio di lavoro a tempo indeterminato. La filosofia del rapporto fra lavoro e modalità di assunzione va completamente rovesciata rispetto alla stagione della flexicurity, che può andare bene in Danimarca, un Paese che ha 6 milioni di abitanti. Non tutti i modelli funzionano allo stesso modo nelle situazioni in cui vengono applicati.

In questi giorni di campagna elettorale le destre e Azione-Italia Viva chiedono a gran voce l’abolizione del reddito di cittadinanza che a loro dire spingerebbe i giovani a non lavorare, a stare sul divano. Dal suo punto di vista?
Il reddito di cittadinanza c’è in tutta Europa e va mantenuto. Ma va fatto meglio. Fare troppe parti in commedia non funziona. Il reddito di cittadinanza deve essere destinato alle persone realmente in stato di povertà, ai nuclei familiari che non ce la fanno, a chi non approderà facilmente al lavoro, perché in quei nuclei familiari esistono delle condizioni oggettive di disagio, di difficoltà che rendono necessario un sostegno. Legare l’erogazione di quel reddito anche all’offerta di lavoro secondo me lo trasforma in un oggetto improprio.

Per esempio?
Il salario di un cameriere è di 1.500 euro lordi mensili, il che corrisponde a 1.150 netti. Rappresenta una cifra superiore rispetto al reddito di cittadinanza, che è pure indirizzato a un nucleo familiare. Quando si parla di lavoro rifiutato difficilmente si parla di queste cifre. Siamo sicuri che il lavoro rifiutato sia un lavoro full time, regolare, che rispecchia gli standard dei contratti di lavoro oppure è un part time con un’aggiunta di lavoro nero, sotto pagato e chiaramente poco concorrenziale rispetto al reddito di cittadinanza? Va fatta chiarezza e si possono fare miglioramenti.

In questi giorni si è tornati anche a parlare di riduzione del cuneo fiscale. Sembrano tutti d’accordo ma a ben vedere destra e sinistra ne hanno una visione opposta?
La riduzione del cuneo fiscale deve andare tutta a vantaggio dei lavoratori. Io non condivido l’idea del centrodestra: due terzi ai lavoratori, un terzo alle aziende, perché se lo diamo a tutte le imprese corriamo il rischio di regalare la diminuzione del costo a imprese che fanno extra profitti. Io sono invece per darlo tutto ai lavoratori e, per quanto riguarda le imprese in difficoltà, sono per definire interventi di carattere specifico.

Letta ha rilanciato anche la campagna per il salario minimo. Che ne pensa di questa misura che inizialmente aveva fatto discutere i sindacati?
Dobbiamo adottare il salario minimo legale. Il salario minimo non serve per aumentare il potere di acquisto, serve per sconfiggere i contratti pirata. Fissare un minimo legale, categoria per categoria, differenziandolo, può essere utile: chi sta al di sotto è fuori legge e quindi quel contratto deve essere cancellato. Ipsoa ha fatto una indagine su circa 200 contratti e ha visto che questi contratti al 75 per cento hanno salari minimi compresi tra i 7 e i 9 euro lordi orari. Sto parlando di paga base e contingenza. Quali sono i contratti che stanno sotto a quella soglia? Quelli mal pagati. Ne possiamo elencare alcuni: i lavoratori domestici, i florovivaisti e gli addetti alla cultura. L’Italia è il Paese della cultura, ma gli addetti alla cultura sono fra i peggio pagati. A causa della scarsa rappresentatività sindacale sono contratti deboli e possono essere oggetto di un intervento particolare. Governo e parti sociali, possono creare un osservatorio per questi settori per un adeguamento del salario minimo proprio perché al di sotto di uno standard dignitoso.

In conclusione?
La situazione è particolarmente complessa, ma ci sono alcuni interventi che possono dare il segno di una vera equità: quando ho parlato del cuneo fiscale tutto a vantaggio dei lavoratori condivido totalmente l’obiettivo che si è dato Letta di fare in modo che attraverso questa misura il risultato sia una mensilità in più a loro vantaggio. Così come una mensilità in più a vantaggio dei pensionati potrebbe esserci con una rivalutazione, almeno fino a 1.500 euro mensili, della cosiddetta quattordicesima mensilità che io avevo instituito nel 2007 per i pensionati più poveri e che è ancora in vigore. Dobbiamo dare segni tangibili di attenzione agli ultimi, a chi sta in difficoltà sia sotto il profilo del lavoro stabile, della qualità del lavoro e della retribuzione.

Direttore responsabile di Left. Ho lavorato in giornali di diverso orientamento, da Liberazione a La Nazione, scrivendo di letteratura e arte. Nella redazione di Avvenimenti dal 2002 e dal 2006 a Left occupandomi di cultura e scienza, prima come caposervizio, poi come caporedattore.