Nell’ambito di Fabbrica Europa il 10 settembre va in scena lo spettacolo realizzato nel corso di un progetto di cooperazione internazionale. Rafael Gonzáles Muñozel: «Abbiamo pagato le conseguenze del bloqueo, ma gli artisti hanno reagito con una visione universale»

«Viaggiare al futuro e tornare: è questa la responsabilità di noi scrittori e artisti» afferma Rafael Gonzáles Muñozel, direttore dell’Associazione Hermanos Saìz (Ahs). È un viaggio nel tempo e nello spazio, sorvolando l’oceano da L’Avana fino ad arrivare a Firenze. Da qualche giorno Gonzáles Muñozel è arrivato nel capoluogo toscano e attende con emozione il 10 settembre, quando verrà messo in scena lo spettacolo preparato nel corso del progetto di cooperazione internazionale “Juntarte, la cadena creativa que hace la escena inclusiva” (Arteinsieme, la catena creativa che rende la scena inclusiva), iniziato nel 2021 a Cuba e gestito da Cospe onlus.

Juntos, insieme. Nuovi legami internazionali gettano le basi per il futuro che Gonzáles Muñozel (nella foto sotto), come molti altri artisti, spera per la cultura cubana. Un’arte che dialoghi e a cui sia permesso dialogare con il globale, che crei catene di solidarietà. «È compito di noi artisti alimentare uno spirito collaborativo e solidale; siamo chiamati a trascendere frontiere e a cercare un’unione universale al di là di credi, sistemi e forme di pensare. L’importante è immaginarsi un mondo più umano e vivibile» dice, mentre descrive la vivacità della scena artistica cubana in tutte le sue manifestazioni, tradizionali o moderne che siano. Ma che senz’altro fatica a farsi conoscere. Ed è questo il futuro che sogna, uno scambio che alimenti le connessioni globali oltre che un’interazione locale.

D’altronde in questa direzione si muove il progetto Juntarte che da più di un anno ha unito artisti cubani provenienti da percorsi di ogni tipo, oltre che da diverse aree geografiche di Cuba. Un incontro che ha permesso e sta permettendo un’attenta e progressiva decostruzione di confini sociali e di etichette rigide, lasciando irrompere con nuova potenza il tema della diversità e dell’inclusività nel panorama artistico cubano. Tra gli stessi partecipanti al progetto, molti sono membri della comunità Lgbtiq+ , che hanno apportato nuovi punti di vista capaci di raccontare temi urgenti nell’isola, come dimostra il referendum che si terrà il 25 settembre a Cuba per chiedere l’approvazione di un nuovo Codice della famiglia in grado di garantire maggiori diritti per le donne e la comunità lgbtiq+.

Dopo un’indagine sullo stato dell’arte a Cuba, progetti di vario tipo sono stati esposti e presentati nell’isola, fino ad arrivare oggi in Italia. Dieci danzatori e coreografi della scena contemporanea cubana stanno prendendo parte in questi giorni alla XXIX edizione di Fabbrica Europa, festival promotore dell’intreccio di culture e linguaggi. «Oltre che formare, il mio ruolo era quello di accompagnare gli artisti in un percorso autoriale attraverso il dialogo e lo scambio» racconta Cristina Kristal Rizzo, coreografa di Fabbrica Europa, mentre ricorda le settimane passate a Cuba per il progetto Juntarte. E continua: «È importante essere riusciti a portare in Italia per quest’occasione alcuni dei partecipanti al progetto. Nei miei giorni a Cuba ho potuto percepire il desiderio degli artisti cubani di stringere relazioni più forti con il resto del mondo».

L’embargo ha reso complicato per l’arte cubana (intesa in tutte le sue forme) farsi spazio nella scena culturale internazionale. «Non è che la cultura cubana sia chiusa, ma ci è stato precluso farci conoscere e apprezzare» commenta Gonzáles Muñozel. Le conseguenze dell’embargo si sono fatte sentire più profondamente a seguito della caduta dell’Unione sovietica, causando un periodo di crisi che ha impattato anche nella dimensione artistica e culturale cubana. Ma già da anni, anche prima della suddetta crisi, Cuba si era scontrata con l’isolamento della comunità internazionale. «Dal 1959, con il trionfo della rivoluzione, ogni tentativo di internazionalizzare l’arte locale è stato fortemente ostacolato. La globalizzazione culturale tende a standardizzare prodotti e renderli egemonici. Ciò che non passa e viene legittimato da Hollywood o ai saloni artistici di Miami, per esempio, rimane al margine del panorama artistico globale».

Gonzáles Muñozel cerca le parole giuste per descrivere le difficoltà vissute nel Paese. Parola dopo parola, racconta delle conseguenze della scarsità di materiale, scarsità data dall’alto costo delle importazioni provenienti da Paesi lontani, come la Cina. «Abbiamo pagato le conseguenze dell’embargo, non potendo accedere ai mercati vicini. La scelta di essere un Paese indipendente ha pesato anche in ambito artistico. Le gabbie imposte dalla comunità internazionale hanno avuto impatti forti, ma noi ci siamo appropriati di queste gabbie risignificandole e risemantizzandole» riflette Gonzáles Muñozel.

Per quanto Cristina Kristal Rizzo noti le difficoltà materiali e infrastrutturali del Paese, narra il suo stupore dopo il primo impatto con il mondo culturale cubano: «È stato interessante interfacciarsi con un modo diverso di concepire la produzione artistica. Per noi l’arte è una forma di economia all’interno del sistema capitalista. Per molti di loro non è necessariamente legata al profitto: ho visto artisti con talenti straordinari lavorare per ore e ore senza alcun compenso, capaci di creare un rapporto con la propria arte di una potenza straordinaria. Poi certo ci sono anche dei limiti». La possibilità di svilupparsi e mantenersi per le nuove generazioni si fa sempre più difficile e diviene tanto più urgente creare nuove connessioni con il panorama artistico globale e trovare nuovi modi sostenibili, anche a livello economico, di fare arte. «Il progetto ha permesso a Cospe, Asociaciòn Hermanos Saiz, Centro Oscar Arnulfo Romero (OAR) e altre associazioni di incontrarsi. Abbiamo stretto nuove relazioni di cooperazione con Paesi stranieri, come l’Italia. E inoltre, non meno importante, abbiamo avuto la possibilità di accedere a fondi europei riuscendo in tal modo a portare avanti studi, ricerche, workshop, laboratori ecc.», spiega Gonzáles Muñozel.

Lo scambio previsto da Juntarte non si muove solo su un piano culturale, ma sull’idea stessa di produzione dell’arte, aprendo un varco di possibilità che cerchi di sfidare le difficoltà che gli artisti cubani si trovano a dover affrontare, sostenendo un processo di cambiamento della percezione sia del valore produttivo ed economico che della funzione sociale e politica del settore. Conclude Rafael Gonzáles Muñozel: «Creare legami con la scena artistica globale e internazionalizzare l’arte è per noi una priorità. Vogliamo uno scambio, vogliamo che l’arte cubana possa essere apprezzata globalmente».