Siamo dominati da una disinformazione pilotata che ha celato all’opinione pubblica i programmi ultra miliardari di cosiddetta “modernizzazione” delle armi nucleari

Il pericolo di una guerra nucleare non è mai stato così alto dai tempi di Hiroshima e Nagasaki, ed è addirittura aumentato negli anni recenti: il Doomsday Clock, l'”Orologio dell’Apocalisse”, istituito dal 1947 dal Bulletin of the atomic scientists, aveva toccato durante gravissime crisi 2′ 30″ dalla fatidica Mezzanotte, ma da una ventina d’anni il rischio si è progressivamente aggravato finché tre anni fa il board del Bulletin è stato costretto ad avvicinare le lancette ad appena 100 secondi.

La guerra in Ucraina poi ha riportato d’attualità l’incubo nucleare. A dire il vero, siamo dominati da una disinformazione pilotata che ha celato all’opinione pubblica i programmi “triliardari” di cosiddetta “modernizzazione” delle armi nucleari, in tutti i Paesi che ne sono dotati (ovviamente in proporzione alle rispettive risorse), i quali hanno invertito i processi di disarmo nucleare degli anni 90, ed aggravato i pericoli in misura senza precedenti. Perché è vero che gli arsenali nucleari mondiali si sono ridotti dal picco demenziale di 70mila testate del 1985 a circa 12mila attuali (più del 90% di Usa e Russia), ma queste ultime non hanno paragone con quelle di 30 anni fa: basti pensare che una super-spoletta nucleare realizzata 5 anni fa ha triplicato, a parità di numero, l’efficacia dei missili nucleari della marina americana. Si è aggiunta poi l’ipertecnologizzazione dei meccanismi di controllo e lancio di queste armi, motivata dal pretesti di evitare l’“errore umano”, ma qualsiasi macchina è soggetta ad errori, e (quanto più è sofisticata) può essere ingannata, e un errore sarebbe irreparabile; così un articolo del Bulletin qualche mese fa recitava: «Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari potremmo essere tutti morti».

In questo contesto generale si è conclusa a fine agosto a New York – nel disinteresse dei media italiani -, dopo quattro settimane di lavori, la decima Conferenza quinquennale di Revisione del Trattato di non proliferazione, RevCon del Tnp (rinviata della data prevista del 2020 a causa della pandemia), ma si è conclusa senza riuscire ad approvare un documento finale condiviso: cosa che è stata denunciata in generale come un fallimento della RevCon.

Più che formulare giudizi tranchant, vorrei cercare di impostare un ragionamento critico generale sulle 10 RevCon, quindi sulla funzione del Tnp relativamente al “disarmo” nucleare. Non v’è dubbio che questo fosse “anche” un obiettivo del trattato del 1970, sebbene sia importante osservare l’accennata lievitazione degli arsenali atomici da quasi 37mila a 70mila testate fra il 1970 al 1985 (+27mila dell’Urss, −5mila degli Usa). Infatti il Tnp aveva lo scopo prioritario di sbarrare la strada ad ulteriori Paesi che intendessero dotarsi della bomba atomica. Eppure, del Tnp faceva parte integrante l’art. VI, che imponeva negoziati “in buona fede” per arrivare al disarmo completo: di fatto, dall’entrata in vigore del Tnp nel 1970, tutte le RevCon hanno visto i Paesi non (dotati di) armi nucleari contestare agli Stati nucleari di avere disatteso in modo flagrante l’art. VI.

Fallimento della RevCon, o di una strategia?
Torniamo alla Conferenza di Riesame del Tnp conclusa il 26 agosto a New York, che si è conclusa senza un accordo unanime su un documento finale, cosa che ovviamente si deve deplorare. Intanto vale la pena ricordare che l’ultima volta che gli stati sono riusciti ad adottare un documento consensuale e un piano d’azione per il Tnp fu nell’ottava conferenza del 2010, ma la bozza di documento fu notevolmente annacquata per avere il sì di Usa, Francia, Gb e Russia (sebbene un anno prima il presidente Obama avesse pronunciato il discorso visionario di Praga): comunque il documento consensuale comprendeva la decisione di indire una conferenza internazionale per promuovere una Zona libera da armi nucleari e di distruzione di massa (Nefz) in Medio Oriente, alla quale Israele si è sempre opposto strenuamente, ma non è mai stata realizzata. E c’è chi ha indicato la questione della Nefz come una delle ragioni principali della mancata produzione di un documento finale consensuale nella successiva conferenza di revisione del 2015 (intanto l’Assemblea generale dell’Onu surrogò l’iniziativa realizzando due conferenze internazionali per la costituzione della Nefz nel 2019 e nel 2020, la terza fu sospesa per il Covid e dovrebbe tenersi nel prossimo novembre).

Dunque, arrivare o meno a un documento finale condiviso è l’indice univoco del Successo di una RevCom? Sarebbe lungo discutere quante sono state nella storia delle RevCon le indicazioni e raccomandazioni dei documenti condivisi che sono rimaste lettera morta: basti ricordare le 13 misure, “Thirteen steps”, del documento finale della sesta RevCon del 2000 nientemeno che «per gli sforzi sistematici e progressivi di attuazione dell’articolo VI», a posteriori suona come una presa in giro; o anche ai 64 punti programmatici del 2010.

Insomma, le raccomandazioni delle RevCom sono aria fritta se non sono supportate dalla volontà comune a tutti gli Stati nucleari! Ma anche in questo caso, che è comunque piuttosto raro, le decisioni cruciali trovano applicazione o meno assolutamente al di fuori dall’ambito di quelle conferenze, o dell’Onu. Gli accordi decisivi per la riduzione delle armi nucleari sono nati da negoziati indipendenti, soprattutto fra Stati Uniti e Unione Sovietica/Russia: la prima fu tra i presidenti Reagan e Gorbachev e portò al Trattato Inf (Intermediate nuclear forces) del 1987, che eliminò i missili nucleari a raggio intermedio ponendo così fine alla Crisi degli Euromissili; né il Tnp e tanto meno le RevCon giocarono alcun ruolo. Lo stesso può dirsi del trattato Nuovo Start del 2010, come pure delle difficoltà intervenute per il suo rinnovo: oggi il trattato è a rischio, ma la RevCon non ne ha discusso direttamente, sarebbe un’interferenza negli affari di due Paesi, eppure è un problema cruciale relativo agli armamenti e ai rischi nucleari.

Con queste argomentazioni non intendo in alcun modo negare che a questa decima RevCon si sia persa l’occasione per affermare alcuni punti importanti: la bozza del documento finale non approvata avrebbe infatti espresso profonda preoccupazione «per il fatto che la minaccia dell’uso di armi nucleari oggi è più alta che mai dall’apice della Guerra fredda e per il deteriorato ambiente della sicurezza internazionale», e avrebbe anche impegnato gli Stati aderenti al trattato «a compiere ogni sforzo per garantire che le armi nucleari non vengano mai più utilizzate». “Impegnato”? Ho appena discusso tante “promesse da marinaio”…

Ma vale la pena ricordare che proprio negli stessi giorni della RevCon la premier britannica Liz Truss (la Gran Bretagna è un Paese che ha deciso di aumentare il numero delle proprie testate nucleari, in barba al Tnp), ha dichiarato impunemente che sarebbe pronta a premere il bottone nucleare se fosse necessario: notare che il no-first-use era contemplato nel primo draft proposto alla conferenza, anche se poi cancellato dagli stati nucleari nell’ultima settimana a porte chiuse nella quale erano esclusi i rappresentanti della società civile, esempio eloquente del livello della “democrazia” in campo nucleare.
Sulla mancata condivisione del documento finale è poi opportuno specificare che in questa decima conferenza il tema si è allargato da quello delle armi nucleari alla denuncia dei rischi che siano le centrali nucleari per usi civili ad essere bombardate: ovviamente il riferimento era alla centrale di Zaporizya occupata dai russi, sebbene le accuse di bombardamenti siano rimpallate sia da parte ucraina che russa. In ogni caso, la guerra in Ucraina è entrata nei lavori della conferenza introducendo, nel bene e nel male, un tema squisitamente politico: così la Russia si è espressa contro il documento finale. Forse era stato messo nel conto.

Uno fra gli innumerevoli commenti sulla lista internazionale Ican, del giapponese Kawasaky, osservava con sconforto: «Penso che sia necessario creare un’ondata di opinione pubblica internazionale che accerchi le potenze nucleari in modo tale che non ci sia una situazione in cui le potenze nucleari abbiano potere di veto». A me sembra che sia come dire l’Onu ha fallito, e con esso il Tnp: da dove si ricomincia? … dal Trattato di proibizione nucleare?

In effetti, per completare succintamente il quadro generale c’è da aggiungere che proprio la frustrazione per il persistente rifiuto delle potenze nucleari di ottemperare agli obblighi dell’art. VI motivò circa 15 anni fa la Campagna internazionale per l’abolizione della armi nucleari (Ican), la quale diede origine al negoziato all’Onu che portò il 7 luglio 2017 al Trattato di proibizione della armi nucleari (Tpnw in inglese) approvato da 122 Stati. Il Tpnw, raggiunto il numero necessario di 50 ratifiche, è entrato in vigore il 22 gennaio 2021 nel diritto internazionale. A giugno di quest’anno si è svolta a Vienna la prima Conferenza degli Stati parte del Tpnw. Ad oggi il numero di ratifiche ha raggiunto 66, altri 20 Paesi hanno firmato ma non ancora ratificato: gli Stati parte del Tnp sono 191.

Insomma, il cammino per liberarci dalle armi nucleari è ancora lungo: è probabile che il pericolo di queste armi incomberà per molto, auguriamoci che non precipiti.