Che relazione c’è tra la creatività e l’evoluzionismo? E cosa sarebbe successo se l’antico ominide avesse avuto la meglio sul Sapiens? Ne parla l’artista, protagonista del lungometraggio di Antonello Matarazzo presentato alle Giornate degli autori della Mostra del cinema di Venezia

Oggetti trovati come ready made, neanderthalensis siamo.
Dalle Fantasticherie di un passeggiatore solitario di Rousseau dovremmo ripartire, con questa voglia di riscoprire il mondo in cui una volta si è passeggiato. L’uomo che si riscopre così anche collezionista di sé stesso. Perché in fondo la prima forma di sensibilità simbolica viene attribuita ad un australopiteco; una linea diretta che darà vita all’homo sapiens. La percezione che consiste nell’aver capito che l’ominino di secoli fa si era trovato tra le mani un minuscolo oggetto, una pietrina con incisa come una faccetta, in quella sperduta regione chiamata Makapansgat, nel sud Africa, e se lo era portato scientemente con sé. Senza sapere oltre. In questa sua volontà si riconosce la prima vera sensibilità che milioni di anni dopo darà vita alle reali forme di arte.

Raccogliere è così conoscenza di ciò che ti circonda, non si può definire onanismo. È cercare nella natura il vero stimolo. Ammirare. Oggi potersi riferire ad un aspetto del mondo antropologico e biologico vuol dire ritrovare le proprie radici, come fermarsi immobili, affascinati, davanti ai riflessi di un coleottero.
Ecco anche Dunchamp che ci torna a far pensare e ci fa tornare indietro, alle nostre radici e origini oscure. Riannoda il pensiero e proietta teorie antiche e modernissime sul piatto della contemporaneità.

Frame del lungometraggio Pablo di Neanderthal di Antonello Matarazzo

«Mi piace Duchamp perché nulla c’è da guardare, ma solo da leggere». Così mi dice Pablo Echaurren al limitare della proiezione del lungometraggio che lo ha visto protagonista e narratore, tra gli eventi delle Giornate degli autori al Festival di Venezia edizione 2022. Lo ha chiamato, insieme al regista Antonello Matarazzo e allo sceneggiatore e storico dell’arte e dell’immagine in movimento Bruno Di Marino, semplicemente Pablo di Nearderthal, dove il catenaccio recita di arte, evoluzione, bricolage. Che è un modo manifesto e vezzoso, da wunderkammer, di mescolarsi alla sua stessa storia, alla sua stessa vita. Come un modo di entrare dentro una sua opera, quelle meravigliose scatole parlanti e semoventi che oggi realizza e rendersi così figurina animata, essere parlante tridimensionale, che cerca nell’elettronica e nel digitale anche un nuovo modo di essere e di pensare.

Si schermisce Pablo Echaurren se lo incalzi sul suo fare artistico. Dopo essere stato indiano metropolitano, illustratore di libri, pittore puro, bassista, sia suonatore roccioso che vero grande collezionista, esperto di futurismo e in fondo lui stesso avanguardista e futurista mille anni dopo, ora dice di aver smesso di produrre arte. Preferendo questi piccoli mondi di object trouvé, composti con grazia e con malizia, con armonia e sottili prospettive. Racchiusi dentro scatole. Finti teatrini che animano e rilanciano il suo stesso pensiero. E chissà se si ricorda di Herbert Pagani? Prima pittore in quel di Parigi con le sue finte cattedrali alla Escher e poi cantante e cantautore.

Pablo Echaurren in un frame del lungometraggio di Antonello Matarazzo

Il lungometraggio di Matarazzo, regista esperto in esperimenti arditi di arti visive, un medialista insomma, come oggi si ama dire, ovvero uno che mescola e integra vari media, ma capace di farlo con sapienza e coraggio, ci spiazza e ci sorprende, ci cattura e si fa guardare come una grande inchiesta ad personam e sovrapersonale, suffragata da una lucida e spasmodica visione dell’arte.
«Anche se non sempre si hanno le prove per suffragare tutto – chiosa Pablo Echaurren, con quel suo modo pacato e dolcemente sofferente di parlare, avvolto dentro una sottana giapponese – ogni teoria, ogni storia. Certi caratteri negativi sono stati introdotti dal Sapiens nella storia dell’uomo. Le autoregolamentazioni di tipo gerarchico chissà chi le avrà mai create».

Il lungometraggio ha uno slogan, un sottotitolo, un sottopancia che più o meno recita: Cosa sarebbe successo se l’uomo di Neanderthal fosse prevalso sull’Homo sapiens? Come si sarebbe sviluppata la nostra specie? Che relazione c’è tra l’arte e l’evoluzionismo? E perché mai l’evoluzione si comporta come un bricoleur? E infine: cosa c’entra in tutto questo Marcel Duchamp? Questo non è un documentario e non è il portrait dell’artista Pablo Echaurren, ma una riflessione in forma di caleidoscopio sul nostro passato, sul nostro presente e sul nostro futuro.

Perfetta mimesis dell’evoluzione dello stesso artista Echaurren. Ma lui si schermisce se lo chiami tale. E così nell’estrema impresa di rintracciare coerenza di movimenti e di ricerca, nuovi fermenti nel bricoleur dell’arte, mette in scena in tridimensione, quasi una second life del suo evolversi o regredire verso quell’ominino che raccoglie selci e faccette misteriosamente apparse sulla pietra.

Mario Tozzi in un frame del lungometraggio di Antonello Matarazzo

«Fino a poco tempo fa l’evoluzione umana era vista come una linea continua dal basso verso l’alto, oppure in orizzontale. Perché da una scimmia l’uomo si fosse evoluto insomma». Apre proprio con queste parole il film. «In questa progressione si pensava che l’uomo di Neanderthal fosse il nostro antenato», mi racconta Pablo, ma non vuole convincermi, sia detto per inciso. La vita sulla terra e la sua evoluzione, se riavvolgessimo il nastro daccapo, suffraga il mega esperto Mario Tozzi, sarebbero diversi, non li rivedremo così come li abbiamo visti, studiati, certificati. E dunque? Ci sarà sempre una variazione, un’imperfezione che cambierà il risultato finale. Come una partita a scacchi, sottile, creativa. Ma se la creatività non fosse la semplice rappresentazione della realtà. Ma qualcosa bensì di più astratto e celebrale, concettuale? Come rispondere a queste domande complesse?

Il film ci dice in fondo che gli uomini fanno tanti errori, non usano sempre il cervello nel modo migliore. Come nella vecchia poesia citata ad arte di Salvatore Quasimodo: ”Ma tu sei ancora uomo della pietra e della fionda”?
Nel cammino di Pablo Echaurren che da ologramma di se stesso si mette in marcia verso luoghi ricchi di reperti della preistoria, ci accompagnano le splendide musiche di Rocco De Rosa e il suono curato da Canio Loquercio. Due ricercatori preistorici della musica capaci di entrare nel bricoleur del pentagramma.

È una maniera furba, intelligente di raccontarsi e di legare il proprio cammino di artista a quello dell’evoluzionismo. Ma con un sintagma, un punto oscuro: e se Neanderthal battesse Sapiens? Si potrebbe spalancare un futuro bricoleur, ode alla fine proprio a Duchamp. Sì perché Neanderthal, che fino ad oggi in molti hanno sempre visto come primitivo, ovvero involuto, aveva altresì un ben diverso carattere e misterioso sapere e sensibilità. Mai aggressivo e persino premuroso verso i suoi cari. Echaurren e il regista Matarazzo piano piano ci tirano così dentro questa teoria e ce la fanno sospirare e poi ce la regalano con grazia, dolcezza, stupore e soavità.

Ci interessa tutti questo discorso, che è poi quello della nostra specie, antenati, figli, padri. Ci riguarda tutti e ci fa immaginare un nuovo futuro antico
«Neanderthal – mi confessa Pablo al termine del nostro incontro – con un pizzico di malcelata dolce civetteria, mi permette di fare quello che facevo da bambino: passeggiare, guardare le pietre, poterle toccare, raccoglierle. Tu raccogli una pietra che è stata in mano ad una persona risalente a 200-300mila anni fa. Prima c’erano stati altri homo. Questi oggetti trovati o ritrovati sono in fondo per me il pre ready made. E per questo motivo uso l’espressione Duchamp neanderthalensis. Di Duchamp oggi si tende ad imitare l’atteggiamento artistico, il tipo di arte o di investimento che si mette nel proprio fare, poco o nulla invece si è dedicato a quello che era il suo insegnamento esistenziale che ha spiegato nelle tante interviste rilasciate, in cui racconta cosa pensa del ruolo dell’artista. Un anti artista, un anti esteta. Nel suo comportamento vive il vero terremoto: Duchamp non ha mai venduto un’opera, non ha mai fatto una mostra. È il suo disprezzo rispetto ad un sistema che ormai è capitalistico. E lui certo non era un uomo di sinistra. Ma capace di arrivare ad estreme conseguenze, come a dire che un artista non può che essere underground, ovvero clandestino».

Make art, not money. Come da una antica mostra di Pablo stesso. O come scrive nell’antico pamphletto Duchamp politico: «Duchamp, malgrado la sua orgogliosa laicità, è un po’ come certi santi la cui vita, sebbene vissuta in costante ritiro, lontano dai richiami della vanità, nella cocciuta rinuncia dei beni materiali, finisce per diventare pubblica, per manifestarsi in tutta la sua potenza di attrazione e di esortazione collettiva verso una scelta cruciale».
Tutto sta anche nell’attaccamento al lavoro nel senso più umile e nobile del termine. Travail desinteresse è travail superieur.
Lo pensava, a ben guardare questo film, anche Neanderthal. Nostro compagno di strada.