L’incontro tra il portavoce di Unione popolare e l’ex vicepresidente spagnolo, uno dei fondatori di Podemos, ha rappresentato una sorta di gemellaggio politico e ideale a sinistra. Su temi che Iglesias affronta nella postfazione al libro di De Magistris che anticipiamo

Il 17 settembre a Napoli si è svolto il convegno “Il potere mediatico. Come l’informazione in mano ai pochi può danneggiare la democrazia”. Tra i partecipanti, Luigi de Magistris, portavoce nazionale di Unione popolare, e Pablo Iglesias, politologo, ex vicepresidente del governo spagnolo, uno dei fondatori di Podemos e adesso direttore del podcast La Base. Iglesias ha evidenziato il parallelismo tra Italia e Spagna rispetto all’ascesa delle destre e l’incontro ha sancito una sorta di gemellaggio politico tra Up e Podemos. L’incontro di Napoli è stato l’occasione per presentare in anteprima il libro di Luigi de Magistris Fuori dal sistema (Piemme), in uscita nelle librerie. Anticipiamo qui la postfazione scritta da Pablo Iglesias, mentre la prefazione è di Nino Di Matteo.

Poco dopo un vertice della Nato a Madrid, ho pranzato con l’ex presidente José Luis Rodríguez Zapatero. José Luis è una rara avis nel suo spazio politico: lo era a capo del governo spagnolo e continua a esserlo ora quale lucido analista della realtà e figura internazionale. Neanche Zapatero teme le questioni scomode per il suo stesso partito. Lo ha dimostrato in America Latina difendendo posizioni di sinistra non comuni tra i dirigenti socialisti e lo ha mostrato nel commento che mi ha fatto in quel pranzo, e che voglio usare qui come spunto per parlarvi di Luigi de Magistris.

Il vertice della Nato ha generato notevoli tensioni tra Podemos e il Psoe (alleati in un governo di coalizione) ma anche tra Podemos e altri settori della sinistra alternativa al Psoe. Di fronte all’entusiasmo atlantista dei socialisti, che non hanno esitato a presentare la Nato come un baluardo della democrazia europea e hanno insistito sulla necessità di infliggere alla Russia una sconfitta militare, non a tutti, alla sua sinistra, erano chiari gli sforzi che dovrebbero essere dedicati alla critica della Nato e all’invio di armi in Ucraina. La precandidata sindaco di Madrid del partito Más Páis è arrivata al punto di dichiararsi orgogliosa del fatto che Madrid abbia ospitato il vertice, e alcune correnti dello stesso Unidas Podemos hanno creduto di dover evitare di esporre i loro leader principali (soprattutto quelli titolari di importanti ministeri) a un dibattito sulla Nato e sulla guerra in Ucraina. Erano stati Podemos e la sua segretaria generale e ministra Ione Belarra a mantenere una posizione inequivocabile di critica alla Nato, così come avevano sempre sostenuto che inviare armi all’esercito e alle milizie ucraine fosse un errore. In un contesto nel quale tutti i media, soprattutto quelli presunti progressisti, hanno criminalizzato e spudoratamente ridicolizzato il pacifismo, la posizione di Belarra, in linea con Melénchon e Corbyn, si è dimostrata coraggiosa, in contrasto con la scelta di altri settori della sinistra di mantenere un basso profilo e persino di far propria un’infamia ampiamente pubblicizzata dai media e da gran parte dell’ala sinistra di quello che in Spagna è già noto come “partito degli editorialisti” per la sua importanza sulla stampa e in televisione, ossia che l’Ucraina era in una situazione paragonabile alla Repubblica spagnola nel 1936, quando un colpo di stato sostenuto dalla Germania nazista e dall’Italia fascista finì per distruggere la democrazia spagnola di fronte all’inerzia delle forze democratiche europee.

Se nelle settimane successive all’invasione russa dell’Ucraina si è assistito a un linciaggio contro Belarra e Podemos, il vertice della Nato è stato il pretesto per riproporre la stessa criminalizzazione del pacifismo che, come ho detto, si è infiltrata in misura notevole in molti ambiti della sinistra. Attenzione, non credo nemmeno che la sinistra che ha deciso di sostenere l’invio di armi in Ucraina e di non criticare troppo la Nato ritenga che mandare armi risolva qualcosa o che la Nato sia un baluardo di libertà. Penso, al contrario, che questa parte della sinistra veda nella critica alla Nato una battaglia politica già persa, e che per puro pragmatismo consideri necessario concentrarsi su questioni che attengono al progresso sociale e su una generica difesa dell’ambiente, tenendosi lontana da temi che porteranno la sinistra a isolarsi ed essere esclusa dal quadro politico. Questa sinistra si ritiene più sofisticata e concreta rispetto a ciò che interpreta come una radicalizzazione di Podemos e dei suoi principi, che allontanerebbe la sinistra dalle maggioranze sociali e la condannerebbe a un trattamento editoriale assai aggressivo da parte dei media progressisti. È convinta che criticare la Nato oggi significhi uscire dall’ineludibile perimetro di consenso imposto dal potere mediatico e pensa che attaccare i media sia un errore perché questi continuano a essere gli arbitri del gioco politico. In effetti, il dispiegamento alla radio, alla televisione e sulle colonne dei giornali di presunti esponenti di sinistra che hanno difeso con entusiasmo la Nato e le armi all’Ucraina, ha esercitato una pressione tale da spingere molti movimenti politici più a sinistra del Psoe a credere che non abbia senso combattere battaglie ideologiche che non si possono vincere, e che per una cittadinanza che fondamentalmente pensa alla bolletta della luce e al prezzo della benzina sia meglio non discutere di questi temi troppo “politici”. Allo stesso modo percepiscono che chi scommette sulla lotta ideologica su questi argomenti è condannato alla marginalità politica e a un’ostilità mediatica a cui è impossibile resistere.

Ed ecco quel che mi ha riferito Zapatero, e la sua relazione con questo libro di Luigi de Magistris. Zapatero, con la sua lucidità da vecchia volpe della politica, mi ha detto in quel pranzo: «Iglesias, guarda la faccia dei capi di governo al vertice Nato. Vediamo quanti saranno ancora in sella tra un anno». Il primo a confermare la profezia del mio amico José Luis, che non è sospettabile di radicalismo né di votare per Podemos, è stato Mario Draghi. Il terremoto italiano ha generato una crisi politica in Europa, con buona parte delle élite atlantiste europee che corrono come suore in fuga da un incendio davanti alla caduta del loro tecnocrate italiano e alla prospettiva che la nuova alleanza della destra/ultradestra italiana (con include molti vecchi putiniani oltre a berlusconiani e fascisti impenitenti) salga al governo della terza maggiore economia della zona euro dopo le elezioni del settembre 2022.

Ma la convocazione delle elezioni politiche in Italia ha anche accelerato il processo di articolazione dell’Unione popolare e la candidatura di de Magistris. Il libro di cui sono stato invitato a scrivere la postfazione risponde anche a questa urgenza e alla necessità di raccontare un progetto politico alternativo in costruzione, oltre che la traiettoria personale e il pensiero politico di chi lo guida.

Ho letto la bozza con entusiasmo durante il mese di agosto 2022. Non ho nulla da dire ai lettori italiani sulla figura di Luigi de Magistris come Pm impegnato in una tormentata e contrastata lotta alla corruzione, e nemmeno sulla sua brillante esperienza da sindaco di Napoli. I lettori italiani lo conosceranno molto meglio di me, tanto più dopo aver letto Fuori dal sistema. Ma nella parte finale del libro ho sottolineato due passaggi che mi hanno fatto ammirare quella che reputo non solo una dimostrazione di coraggio, ma anche un’immensa lucidità di leader politico da parte di Luigi. Permettetemi di riportarli qui.

«Immagino un’Italia protagonista per la pace. Un’Italia che davvero ripudi la guerra e non invii più armi come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Oltre a firmare il trattato per la messa al bando delle armi nucleari dal nostro territorio, bisognerà diminuire le spese militari in favore dei corpi civili di pace e della protezione civile impegnata in difesa del territorio e di ben altre guerre: quelle eco-ambientali, per i diritti pubblici».

«Il nostro Paese deve impegnarsi senza sosta per creare un’Europa dei popoli, delle città, della fratellanza, della giustizia ambientale, del lavoro, della libera circolazione delle persone, anziché un’Europa unita solo dall’euro e dai vincoli di bilancio, asservita alla finanza e alle banche. Un’Europa umana, e quindi protagonista nella corsa al disarmo. In quest’ottica, l’Italia non deve rinunciare all’amicizia con gli Usa, ma non da sudditi e subalterni: anzi, bisogna pensare al superamento della Nato, organizzazione che non aiuta a costruire in Europa rapporti pacifici dal Portogallo alla Russia. La guerra illegale e sanguinaria di Putin, non così diversa dalle guerre illegali americane e della Nato, non può essere il pretesto per costruire la nuova guerra fredda in Europa. E un’Europa che tagli i ponti con la Russia non può esistere, e sarà ancora più subalterna agli interessi statunitensi e forse della Cina in ascesa».

Il pensiero di de Magistris non è quello di un leader della sinistra radicale avulso dal senso comune generale. Basta leggere questo libro per verificare che Luigi è soprattutto un democratico, un difensore dei diritti umani e dello spirito sociale e antifascista che è nel Dna della Costituzione italiana. Ma in questo paragrafo che vi segnalo, mostra un’enorme lucidità quando si tratta di comprendere le sfide che affrontano i democratici e la sinistra in Europa.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia (il cui sistema politico autoritario, peraltro, è stato elogiato fino all’altro ieri dalle democrazie europee, da quando l’autocrate Eltsin prese il potere) ha conferito alla Nato un ruolo di primo piano in Europa senza precedenti dai tempi della guerra fredda. Ma la Nato non è un’organizzazione militare delle democrazie, come sostengono le destre e i sedicenti partiti socialdemocratici, ma piuttosto uno strumento geopolitico degli Stati Uniti per la loro lotta fino alla morte contro la Cina. La strategia politica della Nato è oggi una delle principali minacce a ciò che resta delle libertà e dei diritti sociali nell’Unione Europea, e ha messo i Paesi membri dell’Unione davanti a una crisi energetica ed economica ancora difficile da calcolare, la quale ha fermato i timidi passi che si stavano compiendo per contrastare la crisi climatica e si sta aggravando in una dinamica che spinge a destra i media e le società europee e che minaccia, oggi in Italia ma molto presto in altri Paesi, i minimi comuni denominatori della democrazia liberale.

Affrontare con decisione e senza scuse la durezza dell’imminente battaglia ideologica è il più grande esercizio di pragmatismo politico che possa esistere per una sinistra europea che, ancora una volta, è chiamata a difendere la democrazia e i diritti dei lavoratori. Il successo di Melénchon in Francia, con un discorso ideologico senza complessi di inferiorità, indica la strada a chi è ancora convinto che rinunciare a posizioni ideologiche sia un esercizio di intelligenza politica. L’Italia, che ha avuto la sinistra elettorale, sociale e ideologica più forte di tutta l’Europa occidentale, è oggi la migliore prova del fallimento di una certa propensione al compromesso.

C’è chi ha interpretato come sintomo di lucidità che nel 1976 Berlinguer abbia rivendicato «l’ombrello della Nato» dalle pagine del Corriere della Sera. Non sarò io a giudicare se sia stato un successo allora, ma oggi, ovviamente, non lo sarebbe. Al di là della realtà dei blocchi geopolitici, la lotta culturale e ideologica continua a essere il terreno fondamentale della politica, e sicuramente l’insegnamento più attuale del maestro Gramsci.
Mi riempie di orgoglio vedere Luigi de Magistris e i suoi compagni impegnarsi in questo compito.

Nella foto: frame di un video de Il Mattino sull’incontro a Napoli il 17 settembre tra Luigi de Magistris e Pablo Iglesias