«Le biblioteche sono ancora veramente dei luoghi pubblici in cui può entrare chiunque e chiunque può trovare conforto, anche solo nel riparo di una giornata difficile, riparo emotivo e intellettuale» dice lo scrittore, critico letterario ed editor di Einaudi, Francesco Guglieri, che l'11 novembre interviene alla Biennale tecnologia di Torino

Il progetto illuminista di creare biblioteche per un più ampio accesso pubblico al sapere è ancora un faro. Ma molto c’è ancora da fare per realizzarlo pienamente, dice lo scrittore, critico letterario ed editor di Einaudi, Francesco Guglieri, che su questo tema interviene l’11 novembre alla Biennale tecnologia di Torino, in dialogo con il direttore del Museo Egizio Christian Greco.

Mentre le biblioteche pubbliche più prestigiose in Italia (e non solo) rischiano purtroppo di soccombere sotto la scure dei tagli, quelle virtuali promosse da grandi piattaforme presentano opportunità ma anche molte ombre. A partire dall’intervento di Guglieri nella monografia Biblioteca edita da Treccani, gli abbiamo chiesto di aiutarci a capire di più degli scenari che si aprono.

Guglieri, il sogno delle biblioteche dell’Illuminismo non si è ancora realizzato?
Penso che le promesse dell’illuminismo debbano essere sempre tenute vive. Ma le conquiste rischiano sempre di essere cancellate o perdute. Le biblioteche e un certo tipo di editoria non devono essere scatole nere. Devono essere possibilità aperte, pubbliche, a cui tutti possono accedere. Al contrario le tecnologie informatiche in cui si muove ormai anche chi fa cultura editoriale rischiano di essere proprio scatole nere. Non conosciamo come funzionano gli algoritmi, lo sa solo chi li ha progettati. Sappiamo che solo loro ricavano profitto e questo mi sembra il contrario di ogni promessa illuminista.

Come immagina il futuro del libro per citare il titolo di un famoso saggio di Robert Darton?
Domanda impegnativa. Ogni settimana escono dei nuovi titoli che modificano, tanto o poco, la nostra idea di che cosa è un libro. Ma allo stesso tempo, direi che c’è un nucleo, un cuore forte, che rimane tutto sommato immutato, legato all’idea di libro e anche all’idea di autore e dunque anche di editore, che poi è il soggetto che nei fatti accompagna l’autore nel mondo.

Come sta cambiando la biblioteca nell’era digitale?
Già oggi le biblioteche non sono più solo degli scaffali da cui prendere libri ma sono dei poli culturali, di ritrovo, di riconoscimento della comunità locale; sono anche luoghi di sperimentazione tecnologica perché ci sono innovazioni come mlol che dà accesso in forma digitale ai libri e all’emeroteca. Insomma, nonostante i pochi finanziamenti, le biblioteche si impegnano ad essere sempre più dei veri e propri laboratori di comunità.

Vediamo però che le biblioteche sono state depauperate di risorse, di funzionari e addirittura di direttori con la riforma del 2014 che ha spostato tutto sui grandi poli museali. I bibliotecari precari di Firenze e Prato hanno protestato. Così come gli scontrinisti pagati a rimborso spese alla Biblioteca nazionale di Roma. C’è una discrasia fra le potenzialità del patrimonio e le condizioni materiali di lavoro?
Sì è così. E la pandemia ha acuito i problemi, insieme al caro energia dovuto alla guerra e non solo. Mentre scrivevo le mie note per il libro Biblioteca edito da Treccani la biblioteca di Torino riduceva il personale. Mancanza di finanziamenti e di assunzioni del pubblico impediscono il lavoro di persone che possono permettere alla biblioteca di vivere e questo è un problema che nessuna forza politica ha affrontato negli anni. Lo abbiamo visto anche in campagna elettorale: il tema della cultura è stato marginalizzato. Eppure le biblioteche sono come un ospedale, come una caserma di pompieri che ci deve essere in ogni zona, come dei lampioni, se iniziamo a spegnerli la vivibilità dei quartieri diminuisce.

Le biblioteche sono anche un luogo di uguaglianza, chiunque può entrare e leggere un libro a prescindere dalla propria condizione sociale. Al Pompidou avevano aperto stanze dove i senza tetto potevano lasciare in deposito i loro cartoni e coperte, che ne pensa?
Dovremmo fare una riflessione su quanto siano aumentati i luoghi dove c’è una soglia di accesso giusta o ingiusta. Parlo di luoghi pubblici a cui puoi accedere perché appartieni a una certa classe sociale o ceto. In questo quadro le biblioteche sono ancora veramente dei luoghi pubblici in cui può entrare chiunque e chiunque può trovare conforto anche solo nel riparo di una giornata difficile, riparo emotivo e intellettuale.

Veniamo alla questione delle nuove tecnologie. Nell’introduzione al libro Biblioteca, lei ci ricorda che il termine library in inglese indica le biblioteche ma viene usato comunemente anche per indicare un archivio informatico. Cosa ha significato questo passaggio?
Nel linguaggio di chi fa programmazione il termine library è usato per indicare l’insieme delle serie di Netflix, l’insieme delle canzoni su Spotify ecc. Ogni giorno noi abbiamo accesso a centinaia di archivi digitali in cui sono memorizzati film, libri ecc.

Come è cambiato il concetto di library sul web da quel lontano 1993 degli albori?
Mi ricordo ancora quando nel 1993 per la prima volta ho avuto accesso a uno di quei server. Ero all’università di Stanford in California. Il primo file che scaricai era un racconto di fantascienza. Mi sono reso conto solo a decenni di distanza che quello era un archivio di racconti di libri che qualcuno aveva organizzato perché altri vi avessero accesso. Era una biblioteca diversa. Così straordinariamente grande che non la vediamo neanche adesso che ci siamo immersi.

La nascita di Google books è stata un passo avanti nel rendere accessibili testi oppure un falso movimento?
È stato un fatto importante che ha coinvolto all’inizio soprattutto le biblioteche di ricerca negli Usa. Poi, a mano a mano, il fenomeno si è allargato a biblioteche centrali nazionali. Cosa prevedeva? Che Google scannerizzasse il patrimonio librario delle biblioteche e che lo rendesse disponibile al pubblico. Sulla carta sembrava un progetto utopistico senza lati oscuri. Poi si è capito che dietro c’era un attore molto grosso, Google, che non divide le fette della torta in parti uguali. Così da molte parti questo progetto è stato additato come la privatizzazione di un bene pubblico che è il patrimonio librario conservato nelle biblioteche.

In che modo il patrimonio pubblico veniva privatizzato con Google books?
Il punto è che anche quando Google lo rende disponibile gratuitamente (e non sempre lo fa) dai navigatori estrae informazioni. Tutti noi, quando facciamo ricerche su Google e su Google books forniamo dati a Google da cui ricava profitto. C’è una sproporzione fra investimento pubblico e il privato che ci estrae del valore dalle biblioteche pubbliche.

Perché non c’è e non ci sarà mai uno Spotify dei libri?
Eco aveva ragione quando scriveva che il libro di carta è una invenzione insostituibile come la forchetta o il cucchiaio. Negli anni Novanta del secolo scorso e nei Duemila il digitale ha invaso tutti gli ambiti del business culturale, la musica, il cinema, la tv. L’editoria cartacea e la produzione di libri in qualche modo hanno resistito a questa ondata.

Perché e per come ha resistito la carta?
Per varie ragioni forse anche perché parliamo di un mercato piccolo che non desta troppa voglia di conquista. Ma direi anche perché il libro cartaceo ha una sua “resilienza”, una sua comodità, una sua utilità, praticità, che non viene superata dal digitale. Certo, sono nati altri formati come gli ebook. Vivono accanto al libro cartaceo dando anche la possibilità di innovare, di sperimentare, ma di certo non sostituiscono e non sostituiranno nei prossimi decenni il libro di carta per come lo conosciamo.

Libri di carta che non devono inseguire gli algoritmi, altrimenti l’editore è destinato a fallire?
Mi ha colpito un articolo di Martin Scorsese, apparentemente dedicato a Fellini ma di fatto un J’accuse contro le case produttrici di oggi e in particolare il cinema dei super eroi che vampirizza il cinema d’autore, che toglie risorse a registi che vogliono fare altri tipi di film. Se pensiamo al cinema come un modo per soddisfare le richieste che ci fanno gli algoritmi allora, dice Scorsese, smettiamo di fare film, non ha più senso fare film per un regista. Lo stesso accadrebbe se un editore non pensasse più a fare libri non per una comunità di lettori ma iniziasse a lavorare per delle piattaforme come sono Amazon, Netflix per altri contesti, snaturerebbe del tutto la sua vocazione, che a mio avviso è una vocazione illuminista perché ci possa essere una comunicazione pubblica a cui tutti possano accedere e partecipare.