La millenaria e variegata tradizione dello sciamanesimo fa parte della tradizione dei popoli siberiani ma anche di quelli africani. E non solo. Al museo delle scienze di Trento (Muse) e al Museo etnografico trentino San Michele una articolata esposizione, prorogata fino al 6 ottobre, ne indaga la storia e le radici, con uno sguardo multidisciplinare

Negli spazi di Palazzo delle Albere a Trento e del Museo etnografico trentino San Michele, un grande progetto espositivo esplora da punti di vista diversi e complementari un tema affascinante come lo sciamanismo. Si tratta di un grande e originale percorso espositivo che vuole indagare un fenomeno complesso a partire dalle sue implicazioni con diverse discipline e chiavi di lettura: dall’etnografia alla storia delle religioni, dall’arte all’antropologia culturale, realizzato da diversi soggetti, dal Muse (il Museo delle Scienze di Trento) al Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) al Mets (Museo etnografico trentino San Michele).
Gran parte dei reperti esposti provengono dalla collezione privata di Sergio Poggianella, un gallerista e collezionista d’arte il quale ha seguito un percorso unico nel suo genere che lo ha portato, a seguito di un incontro avvenuto in Siberia con uno sciamano durante un suo viaggio (in quella occasione ebbe l’opportunità di assistere a un rito sciamanico) a raccogliere e collezionare oggetti legati al mondo degli sciamani e successivamente a studiarli in modo rigoroso e sistematico. Questo incontro, che determinò una svolta radicale nei suoi interessi e nella sua vita professionale avvenne nel 2000, quando, in occasione di un viaggio a Budapest, conosce l’antropologo e presidente dell’International Society for Shamanistic Research (ISSR) Mihály Hoppál, grazie al quale viene invitato a Yakutsk, in Siberia, in occasione della conferenza internazionale “Musical Ethnographhy of tungus-manchurian peoples” organizzata nell’agosto dello stesso anno dall’Acccademia delle scienze della Repubblica di Sakha, o Jakuzia (il ramo siberiano dell’Accademia Russa delle Scienze).
A raccontare il suo incontro con lo sciamano è lo stesso Poggianella in una lunga intervista raccolta in un video proiettato in una sala della mostra. A partire da quel momento, oltre a collezionare oggetti legati al mondo degli sciamani, Poggianella ha cominciato a studiarlo in modo approfondito (nel 2008 si laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università Bicocca di Milano). Nel 2013, per raccogliere la collezione, che nella sua sezione dedicata all’arte sciamanica dell’Eurasia attualmente conta oltre 3000 reperti, è stata creata la fondazione Sergio Poggianella, dalla quale provengono i pezzi esposti nella mostra Sciamani.

Nella sezione ospitata dal Museo etnografico trentino di San Michele sull’Adige, alcuni oggetti legati al mondo degli sciamani (principalmente maschere e amuleti) sono disseminati tra le sale dedicate al mondo delle tradizioni popolari del Trentino, allo scopo di creare un dialogo tra mondi lontani, ma uniti dal profondo e arcaico legame con la natura all’insegna di un comune panteismo cosmico. «I popoli siberiani non distinguono tra il materiale e lo spirituale, tra l’animato e l’inerte (..) La minima particella di un tutto possiede un’anima» scrive Ugo Marazzi nell’introduzione a Testi dello sciamanesimo siberiano e centroasiatico.
Nella sede di Trento, che ospita la parte più importante della mostra, i reperti esposti sono accompagnati da un ampio e approfondito apparato didattico, che accompagna il visitatore in un viaggio all’interno del mondo sciamanico. Il piano superiore del Palazzo delle Albere invece è dedicato agli artisti contemporanei che in modo diretto o indiretto si sono riferiti a quel mondo.
La prima difficoltà con cui si sono dovuti confrontare i curatori della mostra (tra loro figura anche l’antropologo Massimiliano Nicola Mollona dell’Università di Bologna), era proprio quello di organizzare una materia così vasta e complessa e renderla fruibile anche al più vasto pubblico di non-specialisti. Quello degli sciamani rappresenta un mondo vastissimo, che non possibile nemmeno circoscrivere in un preciso orizzonte spazio-temporale. Non è possibile stabilire una data di inizio neanche in modo approssimativo, Si tratta inoltre di un mondo esistente e vivo anche nella contemporaneità, che coesiste con quello globalizzato. Anche dal punto di vista geografico, non può essere confinato a una precisa regione. Infatti sono fin troppo evidenti le sue connessioni con analoghe tradizioni del mondo animista africano o dell’America pre-colombiana. E d’altronde è possibile intravedere alcune affinità anche con le radici più arcaiche del mondo mediterraneo o di quello nord-europeo dei Celti, degli Slavi e dei Germani.

I reperti esposti nella mostra sono antichi e contemporanei allo stesso tempo (in una sezione si fa un interessante raffronto con le primissime rappresentazioni dell’uomo, le stilizzazioni dei graffiti rinvenuti nelle caverne dove si ritrovavano gli uomini nella preistoria), ma concepiti esclusivamente per la celebrazione di riti, e non per essere esposti in un museo o catalogati in un archivio. Tuttavia è presente ed evidente anche un elemento estetico, che può giustificare la loro inclusione in una collezione di oggetti d’arte. Del resto sono stati gli artisti del novecento che si sono ispirati, in tempi e modi diversi, ad alcuni aspetti dello sciamanesimo (il concetto stesso di “performance” rimanda in modo diretto o indiretto ai riti degli sciamani, come testimoniano i riferimenti nella sezione dedicata agli artisti contemporanei alle figure di Marina Abramovic e Joseph Beuys, che hanno fatto della performance il loro principale mezzo di espressione artistica). Quindi è il nostro concetto stesso di arte che si è esteso fino a ricomprendere dentro i suoi confini anche elementi del mondo sciamanico, nel quale, tra l’altro la donna da sempre gode di pari diritti di cittadinanza rispetto all’altro sesso. Lo sciamano infatti può essere uomo o donna. La cosa curiosa è che nelle regioni dell’Asia dove il fenomeno è testimoniato, il termine per indicare la sciamana è sempre lo stesso (udayan presso gli Iacuti, utayan presso i Turchi sud-siberiani, uduyan/udagan presso i Mongoli e udagan/odigon presso i Buriati), mentre quello per indicare lo sciamano varia tra le diverse popolazioni (ciò ha fatto ipotizzare una origine femminile dello sciamanesimo).
Occorre infine sottolineare un aspetto fondamentale del mondo sciamanico: il valore “terapeutico” del rito (ma anche in questo caso è possibile scorgere una possibile connessione con le origini del teatro, compreso quello greco antico). Non è uno spettacolo fine a se stesso quello che mette in scena lo sciamano, non è una rappresentazione, ma è un vero e proprio viaggio in una dimensione “altra” allo scopo di compiere un atto terapeutico. Tuttavia non è un atto privato, ma si svolge in pubblico, all’interno della comunità nella quale lo sciamano è riconosciuto tale. I primi testimoni europei che ebbero la possibilità di assistervi parlarono prima di possessione diabolica, poi di manifestazioni isteriche. Successivamente alcuni studiosi hanno messo in relazione con altri fenomeni legati allo stato psicofisiologico della trance.


Lo sciamanesimo è un fenomeno vivo e attuale che ha attraversato tutti i secoli di storia del pensiero umano dalle origini ai giorni nostri e che non smette di meravigliare per le sue, vere o presunte, guarigioni, incuriosire gli studiosi, ispirare gli artisti di tutto il mondo e che da poco è oggetto di studi e di ricerche, del quale si potrebbe e dovrebbe parlare ancora a lungo.
Agli organizzatori di questa mostra va il merito di avere puntato i riflettori su un fenomeno antichissimo, che continua a mettere in discussione lo statuto, le demarcazioni e i limiti di diverse discipline e campi di studi: dalla proto medicina alla storia dell’arte, dalla storia delle religioni all’antropologia culturale, dalla storia della scienza alla filosofia.