Unica sopravvissuta della sua famiglia naufragata nel Mediterraneo, Rezwana Sekandari, che all’epoca aveva solo 13 anni, oggi ha deciso di dare parole a quel dolore. Il risultato è l’intenso "Sospesa. Una vita nella trappola dell’Europa", scritto con Mariangela Paone

È un video muto, sul canale YouTube della Ong spagnola Open Arms. Le parole non servono quando le immagini sono inequivocabili, ma pur in quel silenzio riusciamo a udire il fragore delle onde che inghiottono corpi, la voce cavernosa e perentoria dell’abisso pronto a risucchiarli. In una linea obliqua di mare, priva di orizzonte ma frenetica di attività, vediamo braccia che annaspano e si afferrano ad altre braccia o a una corda, a un qualsiasi appiglio, nel tentativo di issarsi sul ponte di quel che sembra un piccolo peschereccio. Sono immigranti naufraghi. Naufraghi a ottobre nel mare di Lesbo, infagottati in indumenti invernali che sarebbero dovuti servire a proteggerli dalla rigidità climatica dell’Europa e che nell’acqua si trasformano invece in letali zavorre. Molti, troppi, insopportabilmente troppi i bambini in quelle scene.

Il video ha dieci anni, e se in numerosi altri àmbiti della vita occidentale dieci anni si considerano un’era geologica lontanissima, superata, queste immagini, che oggi si ripetono identiche, testimoniano tutta la nostra immobilità, la mancanza di progresso o, per meglio dire, di una volontà dotata di intelligenza verso il futuro. Tra i volti dei bambini di quel naufragio ce n’è uno che ora buca la bolla gigantesca del nostro sguardo assuefatto, della velocità dell’oblio che l’infossicazione provoca in noi: è quello di Rezwana Sekandari.

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