Nel memoir "Limbo. La vita che torna da me", Giuliano Pavone intreccia autobiografia e storia collettiva per raccontare la perdita di orizzonte dell’Italia contemporanea, a cominciare dalla questione socio economica

Nel memoir di Giuliano Pavone, la perdita di senso individuale e collettivo, fra riflessioni sulla scrittura e uno sguardo sulla parabola socioeconomica italiana. Ecco la genesi del libro nel racconto dell’autore

Ogni decennio ha avuto una sua luce. Quella degli anni Sessanta era esangue e artificiosa, come di una pellicola in bianco e nero che qualcuno si è messo a colorare. La luce dei Settanta, invece, era tagliente e contrastata, a effetto stencil, piena di ombre, di vuoto-pieno, di zone indefinite. Quella degli Ottanta: rotonda e circonfusa. Dorata e colante. Flou.

Poi i decenni sono finiti, o almeno si sono fatti meno comprensibili. E non solo da un punto di vista fotografico. I fatti, il tempo, i simboli hanno smesso di irreggimentarsi, di mettersi in fila indiana, iniziando invece a sparpagliarsi, come canzoni ascoltate online in modalità random, libere e sperse, improvvisamente affrancate dalla sequenza da album.

Storia di una dissolvenza

Quella che racconto in Limbo. La vita che torna da me (Laurana) è la storia di una dissolvenza, di una perdita di senso. Il punto di partenza è il tentativo di rispondere a due domande: da dove arrivano le idee di uno scrittore? Cos’è una storia prima di diventare tale? La riflessione sul processo creativo si tinge inevitabilmente di autobiografia, perché la materia dello scrivere non può che essere costituita da ricordi: persone ed episodi, ma soprattutto tempi e luoghi che tornano in mente alla rinfusa, in modo quasi onirico. Ma l’esperienza individuale si mischia con quella collettiva, e quindi la riflessione diventa anche politica.

Un futuro ucciso in culla

L’idea di un passato più univoco, non necessariamente migliore ma di sicuro più leggibile del presente, può dipendere da motivi generazionali, e quindi soggettivi, ma anche dall’oggettivo e graduale sfilacciamento a cui abbiamo assistito in tutti i campi, dal mercato del lavoro fino all’intrattenimento tv. Quando mio padre metteva su famiglia, l’Italia era composta in gran parte da lavoratori dipendenti, il cui status socioeconomico era facilmente deducibile dalle tre cifre del modello Fiat che possedevano. Erano gli anni Sessanta, quelli del boom: “un’alba della civiltà in cui non si aveva paura del futuro, a tal punto da ucciderlo in culla, quel futuro, bloccargli lo sviluppo a suon di debito pubblico e speculazione edilizia”. Il sogno di un progresso senza intoppi sfumò, in parte perché fu tradito successivamente e in parte perché già dall’inizio celava in sé i germi della decadenza. Posso ben dirlo io, da tarantino, perché la mia città – pur avendo avuto una storia del tutto peculiare – è per certi versi la metafora della parabola economica e sociale del nostro Paese: “Inurbamento centripeto: la città attira uomini e sputa fuori cemento. Taranto si espande, ed espandendosi si sgonfia. Mantiene al suo interno spazi vuoti, bolle di nulla, lotti rugginosi e scalcinati infestati di sterpi secche”.

Quel che resta dell’industria

Ed ecco che i luoghi che mi vengono a trovare sono soprattutto città industriali, o postindustriali. C’è Napoli Est, dove sembra che tutto sia già successo: “una sala macchine della nave Napoli, attraversata da cinghie di trasmissione, come un sottocoperta in cui è negata la vista del mare, che è proprio lì accanto ma rimane nascosto”. Ci sono Ivrea (“Penombra sul sogno illuminato, una patina di disillusione ammanta il quartiere modello”), Trieste (“Una time capsule del 1973. Boiserie, sgabelli pesanti, le sedute imbottite e coperte di finta pelle marrone”) e Milano (“Emergono, come nebbia bassa, scuole prefabbricate nei parchi, biblioteche a mattoncini, orologi in cima ai pali che segnano l’ora elettrica. Decoro comunale. Echi di afflati comunitari”).  C’è, poi, anche Consonno, “la Las Vegas Brianzola”, bizzarro simbolo della grandeur arrogante e provinciale di alcuni capitani d’industria, che dopo un fugace periodo d’oro decadde inevitabilmente, trasformandosi in una città fantasma: “Consonno ora è solo silenzio stralunato, scoria non biodegradabile di un immaginario scaduto. Ruggine, rampicanti e muffa invadono un segnale stradale spezzando in due il toponimo. Con sonno”.

La bandiera rossa

Così, al termine di un viaggio fra tempi e luoghi diversi, e subito prima che la storia smetta di vivere solo nella mia testa e si faccia libro, mi viene da tornare nella Taranto della mia infanzia, quella dei Settanta. Un decennio insieme vitalissimo e terribile in cui la mia città viveva un bacato miracolo economico fuori tempo massimo. E in cui a me, bambino inconsapevole, capitava di sentire, mentre ero a cena con la mia famiglia, i comunisti in strada che marciavano e cantavano Bandiera rossa.  “E allora io la immagino, la bandiera rossa, la immagino solo per quello che è, come mai più potrò fare dopo: semplicemente un pezzo di stoffa di un colore intenso attaccato a un’asta. Rimaniamo a tavola, io e miei genitori, con loro due che si scambiano sguardi pieni di allusioni silenti, mentre sotto una finestra la lotta di classe attraversa la città operaia. Il battere ritmato di passi, le voci s’ingrossano, si fanno rotonde, ci scuotono, mi strappano un sorriso, poi si affievoliscono fino a dissolversi”.

L’autore: Giuliano Pavone è autore di oltre venti libri, fra cui le commedie L’eroe dei due mari (2010) e 13 sotto il lenzuolo (2012), entrambe pubblicate da Marsilio. Per Laurana Editore ha già scritto il romanzo letterario Gli scorpioni (2022) e la storia di formazione Per diventare Eduardo (2024). Limbo. La vita che torna da me è stato pubblicato in paginescure, la nuova collana di novelle di Laurana: fiction che attraversa tematiche urgenti con sguardo critico alla ricerca di nuove sensibilità.