Alaa pesa 39 kg ed è una delle 1.300 persone celiache che a Gaza non riescono a nutrirsi in sicurezza. Intanto un camion di alimenti senza glutine inviato dall’Aic (Associazione italiana celiachia) è bloccato al confine. Da qualche settimana i mercati a Gaza sono tornati affollati, si stanno riempiendo con i prodotti di sempre e alcuni volontari hanno ripreso a sfornare pane più volte nell’arco della stessa giornata. Ma i profumi che in molti accendono il ricordo di momenti sereni sono solo un’illusione effimera di una normalità ancora lontana e l’ennesima sofferenza inflitta a chi, con quel cibo, non può sfamarsi. È così per Alaa, una ventenne celiaca che oggi è arrivata ad una soglia di peso ben oltre il limite della malnutrizione. La celiachia sarebbe una condizione tutto sommato semplice da gestire in presenza di prodotti senza glutine, ma a Gaza da più di due anni le forniture sono state intermittenti o sospese completamente per mesi interi.
Così, nel bel mezzo della carestia, circa 1.300 celiaci diagnosticati nella Striscia hanno vissuto con la costante paura di nutrirsi e di ingerire ciò che faticosamente riuscivano a procurarsi e a portare nei loro piatti, perché il 90% del cibo disponibile conteneva glutine. La celiachia non è un’allergia, ma una malattia autoimmune cronica: l’assunzione prolungata di glutine provoca malassorbimento e può portare a gravi casi di malnutrizione. Secondo i dati diffusi dal Palestinian Centre for Human Rights, a maggio 2025 almeno 42 pazienti celiaci avevano sviluppato una grave forma di malnutrizione e complicazioni potenzialmente letali, mentre altri 72 soffrivano di malnutrizione moderata. Ad essere più colpiti sono i bambini sotto i 5 anni di età.
Questa sensazione di vulnerabilità estrema Alaa la conosce bene. Ha scoperto di essere celiaca a 12 anni, nel 2017. Stava imparando a convivere con la malattia quando la guerra ha trasformato una condizione gestibile in una condanna quotidiana. Oltre a temere i bombardamenti e la carestia imposta da Israele, ha dovuto lottare e continua a farlo ogni giorno per avere accesso all’unico cibo sicuro. Studia inglese all’Università Islamica di Gaza e vive in un campo a Khan Younis, nel sud della Striscia, insieme a sua madre (celiaca anche lei) e a suo nonno. La loro casa è stata bombardata. Suo padre, unica fonte di reddito della famiglia, è stato ucciso durante la guerra. Adesso fanno affidamento su una tenda che si è allagata più volte nelle ultime settimane e tre sacchi di farina senza glutine, distribuiti qualche settimana fa da un’associazione locale, dopo quasi un anno di attesa. «La partita distribuita il 16 novembre è stata l’unica a superare il confine nell’ultimo anno. – racconta Alaa – È una quantità pensata per durare nei prossimi mesi, perché nemmeno le associazioni riescono a garantire che ne arriverà dell’altra. E infatti, da allora non è entrato più nulla».
L’organizzazione umanitaria Ard el-Insan, specializzata nel trattamento della malnutrizione infantile e nella cura dei pazienti celiaci di tutte le età, in più occasioni ha denunciato come i controlli sull’ingresso degli aiuti continuino a rappresentare l’ostacolo principale al loro operato. L’assenza prolungata di cibo idoneo, diventata una minaccia concreta per la vita di migliaia di pazienti, ha portato anche alla protesta. L’8 ottobre, a Khan Younis, un gruppo di celiaci si è radunato per chiedere l’apertura dei valichi e l’ingresso ininterrotto di alimenti senza glutine, ma non è servito a molto.Per quasi un anno, i celiaci non hanno ricevuto forniture regolari di alimenti, in particolare farina senza glutine. La conseguenza è stata una sofferenza prolungata e silenziosa. Molti hanno iniziato ad abbandonare la dieta per necessità, sviluppando effetti collaterali seri.
«Ci sono stati giorni in cui ci siamo completamente astenuti dal mangiare per evitare di star male. Altre volte è capitato di non riuscire a rispettare la dieta, ma ne risento ancora oggi», racconta Alaa. Due anni fa è nata la Palestinian Celiacs Association, iniziativa per ora informale creata dal basso che cerca di far valere le istanze dei celiaci presenti nella Striscia. Alaa fa anche parte di un gruppo WhatsApp, uno spazio di mutuo aiuto in cui si condividono ricette economiche, informazioni sulla disponibilità dei prodotti e supporto per chi ha ricevuto una diagnosi recente. Nel tentativo di adattarsi, alcune famiglie hanno provato a produrre delle alternative sicure. «Abbiamo fatto il pane con farina di riso e lenticchie, ma il sapore era inaccettabile e la consistenza troppo secca, inadatta al consumo per lunghi periodi di tempo». Negli ultimi due anni a Gaza la dieta senza glutine si è ridotta all’essenziale. «Spesso desideravo riso con verdure o riso e tonno, poi mi rendevo conto di non avere soldi e finivo per cucinare altro», ricorda Alaa.
«La mujaddara (piatto tipico palestinese a base di riso e lenticchie) è stata la nostra fedele alleata. L’abbiamo mangiata quasi ogni giorno». Durante il periodo più duro della carestia, qualsiasi genere alimentare era venduto a prezzi esorbitanti. Anche frutta e verdura erano inaccessibili e in alcuni momenti il pollo importato da Israele ha raggiunto i 100 euro al chilo, pur arrivando in condizioni tali da non essere destinato al consumo umano. Anche se nelle ultime settimane i costi di alcuni prodotti generici sono diminuiti, per molte famiglie il problema non è il rincaro ma l’assenza totale di risorse economiche. In ogni caso, a Gaza continuano a non entrare alimenti specifici destinati ai celiaci e diversi pazienti versano ancora in condizioni di salute molto critiche.
Dall’Italia è partito un camion di aiuti inviato dall’Associazione Italiana Celiachia, giunto quasi a destinazione grazie alla collaborazione dell’Associazione Celiachia della Giordania. Da settimane, però, il carico è fermo al valico di Al Zarqa, perché Israele non ne consente l’ingresso nei territori palestinesi né la successiva distribuzione da parte di associazioni e volontari locali. L’AIC ha lanciato un appello per chiedere alle istituzioni italiane la creazione di corridoi umanitari in grado di garantire il passaggio sicuro degli alimenti e l’evacuazione all’estero dei pazienti in gravi condizioni di malnutrizione che necessitano di cure urgenti per sopravvivere.
In attesa che questo primo carico ottenga le autorizzazioni per entrare nella Striscia di Gaza, altri pallet di alimenti senza glutine salvavita sarebbero già pronti a partire.La celiachia a Gaza non può essere trattata come un problema secondario. È parte integrante della condizione di fame imposta dal blocco israeliano che, anche dopo il cessate il fuoco, continua a utilizzare la privazione di cibo come strumento di pressione, negando anche a chi soffre di patologie croniche il diritto all’alimentazione e, dunque, alla vita.Il dolore e la frustrazione di Alaa, come quelli di molti altri palestinesi, ricordano che due anni di carestia e distruzione non si cancellano con un cessate il fuoco fragile, né con un piano di pace privo di giustizia, responsabilità e aiuti concreti.
Con i sacchi di farina senza glutine ricevuti a novembre, Alaa sta pensando di cominciare a preparare dei dolci da vendere nel campo, vicino alla sua tenda, per sostenersi. Senza un reddito e in assenza di aiuti, acquistare cibo senza glutine per sé e sua madre, medicine, coperte o altri beni di prima necessità, resta quasi impossibile. Vorrebbe lavorare con un’organizzazione umanitaria, per questo continua a studiare, spesso restando sveglia fino a notte fonda, quando internet funziona meglio. A volte prepara biscotti ripieni di datteri, mentre cerca di convincersi che con tutta la sofferenza accumulata in questi anni abbia già “guadagnato un posto in paradiso”.
Foto di Jorge Fernández Salas su Unsplash




