Dice Donald Trump che l’unico limite al suo potere è la propria moralità. Lo afferma mentre rivendica un’azione militare priva di autorizzazione del Congresso e mentre liquida il diritto internazionale come un orpello. La frase arriva dopo il blitz in Venezuela e mentre il Senato americano tenta, in modo simbolico, di rimettere un argine ai poteri di guerra della Casa Bianca. Il punto politico sta tutto lì: la legge arretra, la coscienza del capo avanza.
È una torsione del linguaggio familiare anche qui da noi, anche in Italia. Matteo Salvini parla spesso “da padre” quando giustifica scelte pubbliche. Giorgia Meloni rivendica decisioni prese “da madre” o in nome del “buon senso”. Il meccanismo resta identico: la legittimità smette di discendere da regole verificabili e viene ancorata a una qualità personale, presentata come naturale, immediata, indiscutibile.
Ovvio che in questo schema il diritto diventa un impaccio tecnico, qualcosa da aggirare quando rallenta l’azione. Il controllo parlamentare appare come un fastidio. I giudici come un ostacolo ideologico. Al loro posto si insedia un criterio emotivo, cucito addosso al leader, che si propone come bussola morale della comunità. Chi contesta quella bussola viene descritto come distante dalla realtà, ostile alla “gente”, prigioniero di cavilli.
Trump esplicita ciò che altrove resta implicito. Salvini e Meloni lo declinano in forma domestica, rassicurante, quotidiana. Cambiano i toni, resta la sostanza. Quando il limite coincide con la coscienza di chi governa, il limite perde consistenza pubblica. Quando la legge cede il passo al “buon senso” del potere, la politica entra in una zona grigia dove tutto diventa possibile e dove la forza trova sempre una giustificazione morale pronta all’uso.
Buon venerdì.




