In questi mesi si è rimessa in moto, in tutta Italia, quella grande organizzazione che è “Il Treno della Memoria” ed il suo pellegrinaggio laico, attraverso i luoghi che incarnano le ferite del Novecento inferte all’Europa, e che culmina ad Auschwitz, il monumento per eccellenza all’odio dell’uomo sull’uomo. Un viaggio della memoria strumentalizzato dalla ministra Roccella e dal governo Meloni, sull’onda dell’incapacità politica di posizioni chiare nel conflitto palestinese e di un’incontrollabile tensione negazionista. Il problema però è il prodotto di queste affermazioni, un dibattito che ha tentato di liquidare le atrocità di Gaza in una nuova reductio ad Hitlerum, la retorica dell’analogia assoluta: Israele viene assimilato al nazismo; Gaza a un nuovo ghetto; la Palestina intera ridotta alla violenza di Hamas. Condannare Israele potrebbe equivalere ad un nuovo antisemitismo, andare ad Auschwitz diventa divisivo e le celebrazioni per la “Giornata della Memoria” ormai prossima, fanno agitare sulla sedia amministratori e dirigenti scolastici. La “Giornata della Memoria” del 27 gennaio non è una sospensione rituale del tempo politico, ma il suo banco di prova più severo. Essa non ci chiede di ricordare soltanto ciò che è stato, ma di interrogarci su come quel passato continui a operare – spesso in modo distorto – nel presente. I nomi che tornano, come il Ghetto di Varsavia e Auschwitz, le leggi razziali ed i forni crematori, non sono icone immobili, ma dispositivi morali che obbligano al pensiero.
È proprio quando la storia viene mobilitata come arma politica – come accade nel conflitto che oppone Israele e Palestina e nella tragedia in corso a Gaza – quando i simboli diventano identitari e smettono di essere monito, che la memoria rischia di essere tradita nel suo significato più profondo. Il Ghetto di Varsavia è una figura del mondo. È il punto in cui la città, spazio della convivenza, viene rovesciata nel suo contrario, dove l’urbanità diventa tecnica di esclusione. Fu il laboratorio in cui il potere moderno imparò a ridurre una popolazione a residuo biologico: non era ancora lo sterminio, ma ne costituiva la grammatica. Il ghetto fu la soglia in cui la vita smetteva di essere diritto e diventava concessione. Quando Gaza viene evocata come simbolo, non è per sovrapposizione storica, intellettualmente irresponsabile, ma per analogia morale. Gaza è metafora tragica di uno spazio chiuso, dove una popolazione intera è esposta a una violenza ricorrente, privata della continuità dell’esistenza. Gaza è la normalizzazione dell’emergenza; non è lo sterminio programmato, ma è la precarietà strutturale della vita. Dal ghetto di Varsavia a Gaza, il filo che unisce non è l’identità delle tragedie, ma dello spazio che diventa destino, la responsabilità della memoria. Contro questa deriva, la lezione di Hannah Arendt resta decisiva. La banalità del male non ci parla di mostri eccezionali, ma della normalità con cui il male può amministrarsi quando il pensiero abdica e il linguaggio si svuota. Per questo la Shoah non è una metafora: è un limite storico che resiste a ogni banalizzazione analogica. Applicare questa consapevolezza al presente significa, anzitutto, distinguere. Distinguere tra Stato, governo, popolo e ideologia.
Lo Stato di Israele è un soggetto politico e giuridico; i suoi governi sono contingenti e storicamente responsabili; il popolo ebraico è una pluralità diasporica, irriducibile a qualsiasi Stato; il sionismo è un movimento politico nato in un’Europa antisemita, plurale nelle sue forme e non coincidente né con l’ebraismo né con l’insieme degli ebrei. Confondere questi livelli non è un errore ingenuo: è la riproduzione, in altra forma, della logica della colpa collettiva. È proprio per questo che le scelte scellerate di Israele, in quanto Stato – dall’occupazione prolungata alla gestione militarizzata della vita palestinese, fino alla devastazione sistemica di Gaza – devono poter essere giudicate senza esitazione. Non condannarle per timore di essere tacciati di antisemitismo, significa concedere alla memoria della Shoah una funzione impropria: quella di scudo preventivo contro ogni critica. Ma l’operazione inversa è altrettanto pericolosa: trasformare la memoria del genocidio in un atto d’accusa ontologico contro Israele, significa tradire la Shoah stessa, riducendola a strumento polemico. Qui emerge una delle aporie centrali del nostro tempo politico: Israele come presagio di un mondo occidentale in bancarotta.
Non perché Israele incarni un male assoluto, ma perché in esso si concentrano le contraddizioni di un Occidente che, dopo aver fondato il proprio ordine morale sulla memoria del genocidio degli ebrei, fatica oggi a tradurre quella memoria in giustizia universale. Il peso morale attribuito alla Shoah, finisce così per influenzare in modo sproporzionato le ricomposizioni politiche contemporanee, generando paralisi, doppi standard, silenzi colpevoli. La Palestina, a sua volta, rischia di essere risucchiata in una narrazione speculare: o vittima assoluta, o entità indistinta coincidente con Hamas. Anche qui la reductio ad Hitlerum opera come una macchina di semplificazione violenta, cancellando la società, la storia, la pluralità del dolore palestinese. In entrambi i casi, la memoria non libera: incatena. Condannare Israele non è antisemitismo; rifiutarsi di farlo per paura di esserlo è una forma di rinuncia al giudizio.
Ma allo stesso modo, accusare un intero popolo o dissolvere la Shoah in una metafora polemica è una forma di revisionismo morale. La memoria autentica non protegge né accusa in blocco: esige responsabilità senza essenzialismi. Per questo Auschwitz resta centrale, oggi più che mai. Non come luogo di proprietà identitaria, ma come spazio universale di interrogazione. Condannare i viaggi della memoria in nome del conflitto israelo-palestinese significa consegnare Auschwitz alla sua strumentalizzazione definitiva. Auschwitz non insegna chi è il nuovo Hitler; insegna a riconoscere le condizioni in cui il male smette di apparire eccezionale e diventa procedura, emergenza permanente, necessità storica. Tenere insieme Auschwitz e Gaza non significa sovrapporli, ma lasciarli in una tensione tragica e feconda. Il primo ci ricorda il limite invalicabile; la seconda ci interroga sulla nostra capacità di giudicare senza distruggere, di condannare senza essenzializzare, di ricordare senza rovesciare la memoria contro se stessa.
La Giornata della Memoria, allora, non è il giorno delle risposte, ma quello della responsabilità più ardua: pensare senza scorciatoie, distinguere senza assolvere, ricordare senza trasformare il passato in un’arma. Esercitare memoria che non giustifica, non assolve, non seleziona il dolore in base all’appartenenza; che, se è fedele a se stessa, non smette mai di inquietare il presente. In questo esercizio fragile – e mai concluso – risiede l’unica fedeltà possibile alla memoria.
Testo e foto Valentina Colli




