Settantadue minuti. Tanto è durato l’intervento di Donald Trump a Davos. Un tempo sufficiente per un discorso. O per una diagnosi.
In settantadue minuti Trump ha confuso la Groenlandia con l’Islanda mentre spiegava perché vuole comprarla, come si fa con una multiproprietà mal riuscita. Ha minacciato un alleato NATO, la Danimarca, spiegando che il “no” verrà ricordato. Linguaggio da riscossore, contesto da forum economico globale.
Ha definito la Groenlandia “un pezzo di ghiaccio” necessario alla pace mondiale, ha rivendicato contemporaneamente il 100% di sangue scozzese e il 100% di sangue tedesco, ha raccontato una restituzione americana della Groenlandia alla Danimarca che non è mai esistita, ha sostenuto che la Cina non abbia pale eoliche mentre domina il mercato mondiale dell’eolico.
Ha annunciato un’invasione petrolifera del Venezuela smentita dagli stessi amministratori delegati delle compagnie citate. Ha dichiarato che negli Stati Uniti “praticamente non c’è inflazione” mentre i dati ufficiali dicono altro. Ha insultato in diretta il presidente della Federal Reserve, trasformando Davos in una riunione di condominio.
Ha raccontato di dazi imposti per ripicca personale, ha attribuito il crollo dei mercati all’Islanda, 380 mila abitanti, colpevole ideale. Ha rivendicato che gli Stati Uniti paghino “il 100% della NATO”, cifra inventata. Ha ribattezzato l’Azerbaigian come fosse un cocktail sbagliato.
Un flusso continuo di affermazioni false, numeri inventati, geografia a caso, minacce politiche e rancori personali esibiti come dottrina economica.
Settantadue minuti senza correttori, senza argini, senza nemmeno la pretesa di sembrare credibile. Il mondo ha ascoltato in silenzio. Una volta, per molto meno, si parlava di inidoneità. Oggi si applaude educatamente e si prende appunti.
Non per capire cosa farà Trump. Per capire quanto ancora può dire prima che qualcuno trovi il coraggio di chiedere il TSO.
Buon giovedì.




