Nessuno che abbia un’esperienza di almeno qualche anno in ambito psichiatrico e psicoterpeutico può ignorare le dimensioni del dramma che è la violenza sessuale, in particolare quella agita troppo spesso da familiari o amici di famiglia su bambini o ragazzi appena pre-adolescenti. È impressionante la frequenza dei racconti di abusi subiti, storie che riemergono dal silenzio, dall’annullamento, dalla perdita di senso e di speranza. Tengo a precisare che per abusi intendo tutte le forme dii violenza di tipo sessuale, dalla cosiddetta molestia fino allo stupro che andrebbero considerati un’unica scala di reati, come accade in Spagna. Le conseguenze di questi reati possono essere drammatiche, e i loro effetti perdurano per anni o per tutta la vita, se non si trova il coraggio di ribellarsi a questo che alla vittima appare come un destino.
Dal 1996 non è stata mai rivisitata la legge che qui da noi in Italia aveva finalmente compiuto la rivoluzione che trasformò lo stupro da reato contro la morale in reato contro la persona. E nemmeno lo scorso 25 novembre, dopo l’approvazione alla Camera del disegno di legge (c.d. ddl stupri) che introduceva le modifiche all’articolo 609 bis del codice penale in materia di violenza sessuale necessarie secondo la Convenzione di Istanbul (la quale nel suo articolo 36 richiede che gli Stati parte prevedano l’incriminazione penale di molteplici atti sessuali non consensuali), abbiamo potuto festeggiare il grande passo di civiltà che solleva finalmente le vittime dall’onere della prova. A sorpresa – ma per chi?- il 22 gennaio u.s. l’accordo bipartisan è stato violato, con una sterzata che riporta indietro a una concezione violenta della sessualità e suggerisce a tutti noi, grandi e piccoli, di prepararci a difenderci da assalti, minacce, intimidazioni o anche solo – si fa per dire – a respingere con forza e chiarezza atti o richieste di prestazioni che non vogliamo. Siamo tornati cioè dalla proposizione – iniziale e incerta, ma sostenuta dal cambiamento culturale degli ultimi decenni, grazie alle lotte dei movimenti femminili – della sessualità come rapporto tra esseri umani che sottintende un implicito consenso che solo la sensibilità può avvertire attimo dopo attimo, all’atavica idea dell’impulso bestiale al quale dobbiamo resistere, manifestando un esplicito dissenso che non ci salverà dall’aggressione, né tanto meno ci metterà al riparo da sconcezze come quelle che spesso sentiamo nelle aule di tribunale, dove la vittima deve dimostrare di non avere provocato il pover’uomo, lo stupratore, scatenando i suoi irrefrenabili istinti animali salvo poi sottrarsi o vendicarsi. Eppure il disegno di legge approvato dalla Camera puntava proprio a modificare questa mentalità che fra l’altro «non tiene in alcun conto il dissenso della vittima che, nella maggior parte dei casi, non è in condizione di reagire (…): basti pensare alle vittime giovanissime, alle bambine e ai bambini, alle persone con disabilità o in situazioni di incapacità determinata da alcol e droghe». Il dissenso di chi non sa o non può manifestarlo, il dissenso di chi mai dovrebbe trovarsi a combattere per sopravvivere alla violenza, delle vittime inermi che sono statisticamente le più numerose, com’è dimostrato dai dati che rilevano che la violenza contro donne e minori portatori di handicap è la più frequente.
Quando poi si parla di violenza sessuale sui bambini, si deve avere chiaro che davvero vediamo solo la punta di un iceberg che alimenta la malattia mentale di tanti che arrivano confusi, persi, disperati, nei reparti e negli studi di psicoterapia. Spesso non sanno nemmeno cosa è accaduto, si sono difesi dal dolore insopportabile con annullamenti che cancellano anche il ricordo cosciente o con la dissociazione che che silenzia il corpo negando la violenza, o hanno vissuto nel tormento del senso di colpa che una cultura violenta, omertosa, complice provoca in loro: dalla pederastia dell’antica Grecia alla freudiana giustificazione ‘teorica’ della pedofilia (il bambino “perverso-polimorfo”), alla proposta di riconoscere libertà sessuale al bambino “consenziente” di Foucault in Francia e di Vendola, negli anni 80, qui da noi. La cultura, la società, la famiglia colpevoli e omertose. Di abusi sui bambini non si deve parlare, i pranzi di famiglia continuano a svolgersi secondo la liturgia anche quando tutti sanno, e bambini e ragazzi impazziscono, restando soli con un segreto che li condanna a essere segnati a vita. Ma l’annullamento cede, prima o poi, il freddo vetro che nella scissione separa la coscienza dall’inconscio si incrina, e rinasce una speranza di cura e di lotta contro la violenza.
Una lotta che deve partire dall’elaborazione della propria storia personale per arrivare alla dimensione sociale e politica della questione. Non sorprende che dopo l’inganno della legge sul femminicidio, un dispositivo forcaiolo e propagandistico, il governo abbia gettato la maschera sul tema della violenza sessuale, per la quale vengono proposti addirittura sconti di pena. Non sorprende che sia stata cancellata dal ddl stupri la parola “consenso” e si pretenda che a dimostrare il dissenso sia la vittima, che è per definizione in una condizione di minorità che le impedisce di reagire, se non con la difesa dell’anestesia, il cosiddetto freezing, e la paralisi (anche detta tanatosi) grazie alla quale le vittime a volte sopravvivono fingendosi morte, come Donatella Colasanti, che salvò la vita ma fu rivittimizzata dalle istituzioni a tal punto che la sorella di Rosaria Lopez è arrivata a dire in una recente intervista che è stata una fortuna che Rosaria sia morta nel massacro del Circeo, perché avrebbe avuto una vita di tormenti e sofferenze.
Continueremo a leggere di interrogatori umilianti e sentenze assurde come quella che nel 2016 in Spagna scatenò un’insurrezione. Uno stupro di gruppo avvenuto a Pamplona, noto come “La Manada”, uno dei più discussi nel Paese per come si risolse a livello giudiziario: fu accolta dai giudici la lettura degli avvocati dei cinque imputati secondo cui le riprese video che mostravano la ragazza immobile durante lo stupro erano la dimostrazione del suo consenso. La sentenza fu poi ribaltata dal Tribunale supremo, e nel 2022 è stata approvata la legge del Solo sì es sì, ovvero la norma che impone all’imputato l’onere della prova del consenso della vittima. Le maggiori critiche alla legge del “Solo sì es sì” riguardano la dimostrabilità del consenso in aula. Per questo, la dottrina spagnola stabilisce una serie di procedure e indagini che vanno dalla deposizione della vittima con ricostruzione dei fatti, agli esami medici e psicologici, oltre a interrogatori specializzati volti a verificare se sussistano determinati requisiti, quali la credibilità e l’assenza di moventi come la vendetta.
Il pregiudizio nei confronti della vittima come si vede è duro a morire. Il vero problema è il riconoscimento della violenza, e non può trovare soluzioni tecniche, come quelle proposte dai diversi modelli di diritto penale; consensuale puro, che definisce violento ogni atto sessuale compiuto senza “consenso libero, preventivo e revocabile”, adottato dalla Spagna e più recentemente dalla Francia sull’onda del caso Pelicot; consensuale limitato, che si focalizza sul dissenso e ritiene necessaria una manifesta volontà contraria della persona che subisce violenza, dimostrabile in tribunale, quello tedesco al quale si ispira la modifica apportata dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno; infine il modello vincolato, il più diffuso, non attribuisce al consenso un ruolo centrale, ma si basa sul fatto che le aggressioni sessuali, per essere perseguite, debbano avere certe caratteristiche, violenza, minaccia, costrizione e perciò ignora gli abusi che si verificano senza violenza manifesta. Per assurdo quest’ultimo modello potrebbe essere il migliore, se solo contemplasse la violenza invisibile, che invisibile spesso è solo per chi non vuole vedere. Nessun modello attuale tutela veramente le vittime, perché il vero problema è il riconoscimento della violenza come tale.
Il paradosso denunciato dalle manifestazioni di piazza del 2016 in Spagna sta nella perversione di negare la violenza anche quando è evidente come in uno stupro di gruppo, fenomeno peraltro in spaventoso aumento tra i giovani nel nostro paese e non solo. Eppure la violenza è riconoscibilissima: il violento individua le sue vittime tra le persone vulnerabili, per una fragilità, per la situazione in cui le trova, ad esempio la solitudine, o per la condizione di isolamento e di sudditanza a cui le riduce. La violenza presuppone una sproporzione di forze, altrimenti, logicamente, non potrebbe darsi. Il profilo psicologico del violento è ben noto, che lo si definisca di volta in volta narcisista maligno, schizoide o psicopatico. Le conseguenze della violenza sono diagnosticabili con estrema facilità, purché si abbia una formazione personale e un minimo di preparazione e cercarne i segni e i sintomi, fisici e psichici, a sviluppare il sospetto che una persona che presenta certi segni possa aver subito una violenza, anche quando non ne parla: questo vale per il personale sanitario e giudiziario, ma non solo, vale per tutti gli esseri umani.
Perché la lotta contro la violenza riguarda tutti noi, e nessuno può vincerla da solo. Finché le vittime dovranno temere di non essere riconosciute, non chiederanno aiuto, perché non c’è niente di più doloroso che aver subito una violenza ed essere violentati ancora e ancora da chi non capisce, non vuole vedere, da chi è complice di un sistema violento. Un sistema che diffonde una pedagogia nera (la Schwarze Pädagogik di Katharina Rutschky (1941-2010),) dai chiari disvalori: la vendetta, l’esaltazione della violenza come prestanza fisica, il ripudio della fragilità come debolezza, l’esibizione della ricchezza materiale come forza.
L’Italia ha visto rare sollevazioni popolari di protesta contro sentenze che negano gravemente la violenza di cui abbiamo saputo dai media, e sono certamente una piccola parte delle tante, troppe, di cui sanno solo le vittime e gli addetti ai lavori. Forse – e lo speriamo vivamente – questa legge che pretende di ripotarrci indietro ai processi per stupro del secolo scorso, questa legge fascista che protegge gli uomini violenti risveglierà la rivoluzione femminista dal torpore del compromesso politico.
L’autrice: Barbara Pelletti è psichiatra e psicoterapeuta, presidente dell’associazione Cassandra
In apertura, la senatrice Giulia Bongiorno
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