La strage non è un evento naturale. È il prodotto di scelte precise: esternalizzare le frontiere, delegare a Paesi terzi la gestione della violenza, trasformare il soccorso in un fastidio politico

Il ciclone Harry ha fatto quello che le politiche europee cercano da anni: cancellare le persone senza lasciare traccia. Almeno mille, dicono oggi le ong, mentre il conteggio ufficiale si ferma a 380 dispersi. La differenza tra questi numeri è lo spazio in cui prospera l’irresponsabilità istituzionale. In quei giorni, dal litorale tunisino sono partiti almeno ventinove barchini, molti in ferro, spinti in mare durante una tempesta annunciata. Due soli sono arrivati o sono riusciti a tornare indietro. Gli altri sono diventati silenzio.

Le testimonianze raccolte da Refugees in Libya parlano di partenze forzate, di trafficanti che accelerano, di raid della Guardia nazionale tunisina negli accampamenti intorno a Sfax. Una pressione che spinge verso il mare anche quando il mare è una condanna. I racconti coincidono: barche spezzate, scafi capovolti, corpi tra le onde. Un ragazzo della Sierra Leone, Ramadan Konte, è rimasto aggrappato per ore a un relitto. Attorno a lui, decine di cadaveri. Su quella barca c’erano suo fratello, sua cognata, suo nipote. Nessuno è sopravvissuto.

Malta ha recuperato dodici corpi. Uno è stato riportato a terra dalla Ocean Viking per garantirgli un nome, almeno una sepoltura. Tutto il resto è rimasto in mare. Italia e Malta- denunciano Mediterranea e le altre ong – hanno taciuto. Nessuna operazione di ricerca su larga scala, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna parola pubblica mentre le famiglie aspettano notizie sulle due sponde del Mediterraneo.

Ma la strage non è un evento naturale. È il prodotto di scelte precise: esternalizzare le frontiere, delegare a Paesi terzi la gestione della violenza, trasformare il soccorso in un fastidio politico. Il mare, ancora una volta, viene usato come strumento di governo. E i morti diventano un dettaglio contabile.

Buon martedì. 

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