Come è noto, il ddl Semplificazioni convertito in legge il 18 dicembre scorso ha introdotto nuove modalità di accesso al registro elettronico: Spid o Cie sono diventati obbligatori e, nel primo ciclo di istruzione, la consultazione è riservata ai soli genitori.
Al netto delle polemiche sull’opportunità di vincolare l’accesso al registro elettronico a un servizio a pagamento come lo Spid, questa modifica che investe il rapporto scuola-famiglia comunica qualcosa di chiaro: il registro elettronico è uno strumento pensato per i genitori, non per gli studenti. La cosa è singolare, considerando che proprio questi ultimi dovrebbero essere la ragion d’essere dell’istituzione scolastica e il centro di qualsiasi riforma che la investa. Eppure, già prima di quest’ultimo decreto, il registro elettronico aveva mostrato come la comunicazione scuola-famiglia, animata dal lodevole intento di far lavorare di concerto i due ambienti educativi, abbia finito per dimenticare quelli che avrebbero dovuto esserne i soggetti principali: i ragazzi.
Il registro elettronico sembra nascere dalla necessità dei genitori di controllare passo passo non solo il rendimento scolastico dei figli – per il quale sarebbero sufficienti colloqui e riunioni semestrali – ma la totalità della loro vita scolastica. Questo approccio tradisce una scarsa fiducia riposta negli educatori, dei quali si ritiene di dover esaminare costantemente l’operato, e finisce per invadere lo spazio scolastico che dovrebbe essere quello dell’autonomia degli studenti.
Gli insegnanti – sottoposti allo sguardo di genitori che sempre più spesso se ne sentono clienti, pronti a lamentare che la classe sia troppo indietro di storia o corra troppo in matematica – si riducono così a meri calcolatori di medie. La ricerca dell’oggettività ha cancellato il dato umano. Non conta più se quel 6 rappresenta una conquista per chi partiva da una grave insufficienza o una caduta per chi stava andando meglio; se dietro a un voto c’è una situazione familiare difficile o un ragazzo che, se spronato, potrebbe fare molto di più. Il registro elettronico non fa distinzioni: una sufficienza è una sufficienza è una sufficienza.
Un app sul telefono può così illudere un genitore di sapere cosa succede in classe come e meglio del figlio, come e meglio del professore. L’insufficienza in matematica dipende senz’altro dal fatto che l’argomento è stato spiegato troppo di recente; il tema di italiano e il compito di inglese sono troppo vicini; il carico di lavoro non è ben calibrato. Non solo: se gli interlocutori principali non sono più i ragazzi, ma adulti ipercritici alla ricerca del meglio per i figli, la didattica rischia di piegarsi al racconto che se ne può fare, costruendo lezioni teoricamente affascinanti ma che non rispondono alle esigenze della classe.
Queste osservazioni rischiano di essere lette come parte della consueta contrapposizione tra genitori e insegnanti, ma il punto non è la buona o cattiva fede dei singoli, bensì l’effetto strutturale di uno strumento che incentiva l’intervento costante e anticipato degli adulti nella vita scolastica.
C’è tuttavia un’altra, più sottovalutata, misura in cui gli studenti si trovano sfrattati dall’ambiente scolastico: il registro elettronico nelle mani dei genitori li deresponsabilizza, togliendo loro uno spazio di autonomia che è anche uno spazio educativo informale. Le difficoltà quotidiane, i piccoli conflitti, gli inciampi sono momenti di crescita di cui i ragazzi rischiano di essere privati: il tentativo di recuperare un’insufficienza prima dei colloqui, la scelta del momento giusto per comunicare un brutto voto, il ritardo perché ci si è attardati a parlare con un amico sono tutte esperienze formative, pur non essendo sussumibili sotto un numero sul registro.
Il registro elettronico si traduce così in uno strumento non di trasparenza ma di controllo. Una scuola che mette al centro il controllo rassicura gli adulti, ma non educa i ragazzi. L’autonomia non è un premio da concedere alla fine del percorso, ma una competenza che si costruisce nel tempo, anche attraverso errori e contraddizioni. Toglierla in nome della trasparenza significa confondere l’educazione con la sorveglianza.
La riforma ha introdotto lo Spid obbligatorio e riserva l’accesso ai soli genitori, ignorando l’autonomia degli studenti




