Mona Abuamara è la neo ambasciatrice di Palestina a Roma. Nella Capitale è anche rappresentante permanente presso le agenzie delle Nazioni Unite Fao, Ifad e Wfp. Le abbiamo rivolto alcune domande per fare il punto sulla situazione a Gaza

L'ambasciata di Palestina a Roma offre una splendida vista sulle terme di Caracalla. Un luogo ufficiale, che gode di uno status diplomatico anche se per l’ambasciatrice Mona Abuamara tra gli obiettivi principali c’è quello di poterla definire ambasciata dello Stato di Palestina. Abuamara, nonostante la giovane età, vanta un solido curriculum diplomatico. Da quando nel settembre scorso si è insediata a Roma è rappresentante permanente presso le agenzie delle Nazioni Unite Fao, Ifad e Wfp ed è stata anche capo delegazione palestinese in Canada.

Appartiene ad una generazione politica capace di unire il dovere di essere istituzione con la volontà pervicace di far sentire la voce di un popolo intero. «In attesa di un riconoscimento, intrattengo normali e costruttive relazioni diplomatiche col governo italiano e col ministero degli Affari esteri, alla pari di altri diplomatici», racconta. «C’è sempre stato un rapporto speciale fra i nostri due popoli. Abbiamo visto e sentito il sostegno nelle strade e l’Italia ha guidato le manifestazioni che ci sono state in tutta Europa per la causa palestinese e per la fine del genocidio». Mobilitazioni che hanno sorpreso anche gli altri Paesi europei. «Questo dice molto su quanto il vostro popolo ci porta nel cuore. Percepisco questo calore e sento che c’è uno spazio per parlare ed essere ascoltati. Anche a livello politico ci sono già state discussioni serie e approfondite su diversi temi. Abbiamo aperto vari file e ho incontrato rispetto. Mi auguro che questo nuovo anno porti più incontri, discussioni e cooperazione in grado di determinare cambiamenti concreti». Le chiediamo come riesca ad interagire con un governo di destra che si è dimostrato il più vicino alle politiche di Netanyahu. «La causa palestinese deve trovare un’unità di intenti. Noi dobbiamo andare al di là delle divisioni, non accentuarle. L’Italia ha un governo con cui vogliamo trattare. Non ignoriamo il sostegno di cui gode Israele. Quello che cerchiamo di fare è mostrare ciò che accade in Palestina bucando la nebbia della propaganda israeliana. Una posizione trasparente senza la quale verrebbe considerata unicamente quella di Israele. Facciamo luce sulla condizione del nostro popolo, su ciò che ci aspettiamo e di cui abbiamo bisogno dai nostri amici, in particolare dall’Italia, Paese che può compiere passi importanti per aiutarci a porre fine all’occupazione. Per questo il mio primo obiettivo è politico e non solo umanitario. Solo una soluzione

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