Il trionfo elettorale del partito nazionalista e il referendum costituzionale ridisegnano istituzioni e rapporti di forza e lasciano irrisolte polarizzazione interna, crisi economica e tensioni identitarie in un Paese sempre più strategico nel Golfo del Bengala

Le elezioni parlamentari del 12 febbraio 2026 hanno segnato una fase di forte trasformazione politica per il Bangladesh e uno dei passaggi politici più complessi dalla fine dei governi militari tali da incidere profondamente sugli equilibri politici interni e sulla postura regionale del Paese.
Con una partecipazione di circa il 60 % degli aventi diritto (più di 127 milioni di elettori in netto aumento rispetto al 42% delle precedenti elezioni del 2024), il Bangladesh Nationalist Party (BNP) ha conquistato una maggioranza superiore ai due terzi, ottenendo 212 seggi su 299 nel Jatiya Sangsad.
Il ritorno ad un governo monocolore del BNP, reso possibile anche dal rientro in patria nel dicembre scorso di Tarique Rahman – figlio dell’ex premier Khaleda Zia e figura centrale del partito – dopo diciassette anni di esilio, segna l’avvio di una fase di consolidamento della maggioranza.
Il 17 febbraio Rahman si è insediato come Primo Ministro, dopo aver guidato il partito alla vittoria in una tornata elettorale definita “storica” per la riconfigurazione del panorama politico nazionale, la prima dopo più di un decennio di dominanza dell’Awami League.
Accanto alla vittoria del BNP, il voto ha restituito un Parlamento più pluralista nella rappresentanza, anche se non frammentato sul piano della maggioranza parlamentare.
La coalizione islamista guidata da Jamaat-e-Islami ha vinto in 71 circoscrizioni, consolidando una presenza parlamentare significativa dopo anni di marginalizzazione; mentre il National Citizen’s Party (NCP) è riuscito a entrare in Parlamento con 6 seggi — la maggior parte nei collegi urbani e tra l’elettorato giovanile — diventando il canale istituzionale delle istanze dal basso emerse dalla Rivoluzione dei Monsoni, pur rimanendo una forza numericamente modesta nel nuovo parlamento.
Contestualmente al voto parlamentare si è svolto anche il referendum sulla “Carta di luglio”, documento politico-costituzionale prodotto dalle proteste dell’estate 2024 volto a riconoscere formalmente il movimento studentesco come soggetto fondativo della nuova fase politica bengalese., Il 68% dei voti espressi sono stati per il sì alla Carta che prevede una serie di riforme costituzionali tra cui la ristrutturazione del parlamento in un sistema bicamerale, il rafforzamento dell’indipendenza della magistratura, l’aumento della rappresentanza femminile e l’introduzione di un limite di due mandati per il Primo ministro.
Il sistema politico bengalese si è presentato alle urne radicalmente trasformato.
La decisione della Commissione elettorale di escludere l’Awami League dalla competizione, a causa delle responsabilità attribuite al partito nella repressione e nel bagno di sangue del 2024 e delle accuse di crimini contro l’umanità e della condanna a morte a carico dell’ex premier Hasina, ha segnato una rottura storica. Con l’uscita di scena della forza politica che aveva guidato la guerra di liberazione del 1971 e governato il Paese per gran parte degli ultimi cinquant’anni, si è definitivamente chiuso il bipolarismo che, dagli anni Novanta, aveva strutturato l’alternanza tra l’Awami League e il Bangladesh Nationalist Party (BNP).
Il quadro è stato ulteriormente aggravato dall’assassinio di Sharif Osman Hadi, uno dei leader simbolo della rivolta studentesca del 2024, avvenuto nel dicembre scorso e attribuito in circostanze ancora oggetto di indagine a un esponente legato all’Awami League. L’episodio ha riattivato proteste e mobilitazioni, confermando quanto fragile resti la tenuta del Paese.
La Rivoluzione di luglio, guidata dai giovani studenti delle città, aveva suscitato forti aspettative di rinnovamento democratico e di rottura con le pratiche autoritarie del passato. La nomina di Muhammad Yunus, economista liberale e Premio Nobel per la Pace, alla guida di un governo di transizione ad interim con il compito di preparare elezioni libere e un referendum costituzionale, era stata percepita come una garanzia di discontinuità e neutralità istituzionale da parte di osservatori e parte dell’opinione pubblica.
Nel corso del 2025, tuttavia, tali aspettative si sono progressivamente ridimensionate. I movimenti studenteschi, che avevano trovato una rappresentanza politica nel National Citizens Party (NCP), formazione nata direttamente dalle proteste del 2024, hanno espresso crescente scetticismo nei confronti del processo elettorale, percepito come solo parzialmente in grado di tradurre le istanze della rivolta in un reale cambiamento strutturale.
Il voto del 12 febbraio ha chiuso formalmente la fase di transizione apertasi con la caduta di Sheikh Hasina, ma non ha risolto le fratture profonde che attraversano il Paese: la crisi della rappresentanza, il conflitto tra secolarismo e Islam politico e la ridefinizione della sua collocazione internazionale tra India e Cina.
Sul piano interno, il nuovo governo si trova a gestire una società ancora profondamente polarizzata, segnata da sfiducia nelle istituzioni, fragilità economica e memoria irrisolta delle violenze seguite alla Rivoluzione del 2024.
Il BNP ha dichiarato l’intenzione di avviare un processo di stabilizzazione istituzionale e di ricomposizione del conflitto sociale, ma persistono timori circa la riproduzione di pratiche clientelari e autoritarie che hanno caratterizzato il sistema politico bengalese negli ultimi decenni.
Un esempio delle incertezze del post-elezione è il comportamento dei mercati finanziari: dopo un iniziale rally, le principali borse di Dacca hanno registrato una riduzione di fiducia degli investitori, riflettendo l’incertezza economica che accompagna la transizione politica.
Uno dei nodi strutturali emersi con maggiore forza nel post-voto resta il rapporto irrisolto tra secolarismo e Islam politico nel dibattito pubblico bengalese.
Il Bangladesh nasce nel 1971 come Stato costituzionalmente laico, nel tentativo di elaborare il trauma di una guerra fratricida combattuta contro il Pakistan, nella quale la religione era stata utilizzata come strumento di legittimazione della violenza. Da quell’esperienza deriva uno dei principi fondativi dello Stato bengalese: la separazione tra fede religiosa e potere politico.
Tuttavia, questo trauma non è mai stato pienamente elaborato. La memoria collettiva è rimasta divisa tra l’Awami League, storicamente promotrice del secolarismo come pilastro dell’identità nazionale, e il BNP, che nel tempo ha favorito una progressiva reintegrazione dell’identità religiosa nello spazio politico.
Nel contesto di transizione apertosi dopo il 2024, la crisi della rappresentanza, la delegittimazione dei partiti storici e l’insicurezza socioeconomica hanno ampliato significativamente lo spazio politico dell’Islam organizzato. Partiti strutturati come Jamaat-e-Islami, tornati pienamente legali, e movimenti di mobilitazione sociale come Hefazat-e-Islam hanno intercettato un diffuso bisogno di identità, ordine e appartenenza, ricevendo un sostegno particolarmente rilevante tra le fasce economicamente più vulnerabili e tra chi percepisce insicurezza sociale.
Il rafforzamento di queste forze contribuisce ad accentuare la polarizzazione ideologica e a influenzare il dibattito pubblico sui temi dell’istruzione, della legislazione morale e del rapporto tra Stato e religione.
Parallelamente l’NCP cerca di esercitare un ruolo di pressione politica, mediatica e simbolica su temi chiave come le riforme istituzionali, la giustizia per le violenze del 2024 e l’ampliamento della partecipazione democratica.
Le opposizioni hanno iniziato a strutturare un’opposizione più visibile, con piani per la formazione di shadow cabinets che osservino e critichino l’azione di governo, evidenziando le divergenze con il BNP sulle priorità politiche e di riforma.
Sul piano internazionale, il voto del 12 febbraio ha rilanciato il ruolo strategico del Bangladesh nelle dinamiche regionali. Il governo di transizione guidato da Yunus aveva avviato un marcato riequilibrio della postura estera del Bangladesh, rafforzando i rapporti con la Cina attraverso investimenti strategici in infrastrutture, tecnologia, semiconduttori e commercio. Questa apertura aveva contribuito a un deterioramento delle relazioni con l’India, storico partner del Bangladesh e attore centrale nella sicurezza del subcontinente.
Con l’insediamento del nuovo governo guidato dal BNP, la politica estera bengalese sembra orientarsi verso un pragmatismo multilivello. L’obiettivo dell’esecutivo è ricucire i rapporti con Nuova Delhi senza rinunciare ai benefici economici della cooperazione con Pechino, adottando una strategia di hedging che consenta di preservare margini di autonomia decisionale nel contesto della rivalità sino-indiana.
L’attuale governo ha già mostrato segnali di volontà di normalizzare le relazioni e ripristinare servizi consolari come la concessione di visti per i cittadini indiani.
La crescente centralità strategica del Golfo del Bengala — snodo cruciale per le rotte commerciali, la sicurezza marittima e la proiezione regionale — rende questo equilibrio tanto necessario quanto instabile. Inoltre, la presenza di forze islamiste e la sensibilità di parte dell’elettorato ai temi identitari costituiscono un vincolo interno rilevante, soprattutto nei rapporti con l’India.
Un deterioramento di tali relazioni avrebbe costi elevati in termini di sicurezza, commercio e gestione delle frontiere, limitando lo spazio di manovra del nuovo esecutivo.
Le elezioni del 12 febbraio 2026 hanno chiuso formalmente la fase di governo ad interim, ma non hanno risolto le tensioni strutturali del Paese. Il Bangladesh entra ora in una nuova fase caratterizzata da un pluralismo politico inedito in cui il BNP governa il sistema, ma le forze islamiste acquisiscono un peso crescente e l’NCP incarna una sfida generazionale e civica.
Il voto non ha rappresentato perciò un punto di arrivo, ma l’inizio di un processo che continuerà a incidere sugli equilibri politici interni e sulle dinamiche dell’intera Asia meridionale.

 foto Yunus, creative commons