«Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere. Per questo tanti poeti muoiono giovani o suicidi. È come se lo scrivere dovesse essere legato a una visione adolescenziale del mondo, e quando si raggiunge la cosiddetta maturità il desiderio di scrivere viene meno». Sono parole che Amelia Rosselli pronunciò in un’intervista a cura di Sandra Petrignani nel 1978; parole che sono risuonate in una bella serata dedicata alla poetessa a trent’anni esatti dalla sua morte. L’ 11 febbraio il Teatro Palladium di Roma si è trasformato per l’occasione nel laboratorio alchemico di questa memoria con lo spettacolo L’Inferno, tessuto da mani perfette, nato dalla collaborazione tra il compositore e regista Fabrizio De Rossi Re e il critico Andrea Cortellessa, prodotto dall’Università Roma Tre attraverso la Fondazione Roma Tre Teatro Palladium e il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo. Un’azione musicale e poetica che ha saputo restituire la complessità di un’autrice impossibile da incasellare. Figlia di Marion Cave e di Carlo Rosselli (famoso esule antifascista, teorico del “socialismo liberale” e fondatore del movimento “Giustizia e Libertà”, assassinato in Francia insieme al fratello Nello), Amelia Rosselli è stata una delle voci più singolari e potenti del secondo Novecento. Cresciuta tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti, ha portato nella lingua italiana un cosmopolitismo tragico e una struttura metrica innovativa, influenzata dai suoi studi in etnomusicologia e composizione. La sua poetica, definita “trilingue” (per l’uso alternato di italiano, inglese e francese), ha esplorato i confini tra trauma storico e disagio psichico. Trent’anni senza Amelia Rosselli non sono bastati a silenziare la sua “variazione”, quella lingua straniera e universale che ha scosso il Novecento. «Ricordo perfettamente la sua voce — ha affermato Fabrizio De Rossi Re — un suono, quello della sua voce intensa e sgraziata, folle e matematica, che circola nella musica ed è presente durante tutto lo spettacolo. Tutto il progetto nasce in effetti proprio da un mio personale ricordo della voce di Amelia Rosselli. Fin da giovanissima aveva studiato musica, e i suoi contatti con l’avanguardia musicale del secondo Novecento, avevano dato alimento negli anni a questa sua identità di poetessa “vicina” alla musica. In Inferno, tessuto da mani perfette ho lavorato principalmente sulle diverse complessità della scrittura di Amelia Rosselli, una scrittura continuamente cangiante. La musica in scena per questo è sempre volutamente poco prevedibile, si trasforma continuamente, e cambia modalità in pochi secondi, come del resto faceva la sua potentissima scrittura». L’evento del Teatro Palladium non è stato un semplice omaggio postumo, ma una vera e propria dissezione dei nervi scoperti della poetessa. La struttura dello spettacolo ha ricalcato la natura polifonica della Rosselli: la parola si è fatta nota, e la nota si è fatta immagine. Al centro della scena, il pianoforte di De Rossi Re ha dettato i tempi di un’inquietudine mai fine a sé stessa, dialogando con la voce di Diletta Masetti. L’attrice ha interpretato diversi testi tratti dalle sue opere maggiori da Variazioni belliche a Documento con un’intensità vigorosa ma controllata, rifuggendo il cliché della “poetessa folle” per restituirci, invece, il suo rigore tecnico assoluto capace di contenere un magma emotivo devastante. Il contrappunto lirico del soprano Maria Chiara Forte ha aggiunto un ulteriore strato di astrazione, elevando il dolore privato a una dimensione mitica e universale in forma di canto. Di particolare rilievo la presenza in scena di Andrea Cortellessa in veste di narratore e bussola critica. Cortellessa, partendo dal suo volume Con l’ascia dietro le nostre spalle. Amelia Rosselli (Electa), ha cucito insieme i frammenti poetici con i passaggi fondamentali della sua vita e ha saputo guidare il pubblico tra le “mani perfette” che hanno tessuto l’inferno rosselliano, un inferno fatto di persecuzioni reali e fantasmi interiori, ma sempre dominato da una tecnica poetica sopraffina. Le video istallazioni di Lorenzo Letizia hanno reso l’opera completa, creando una scenografia liquida e claustrofobica che ha amplificato il senso di urgenza della performance, che ha anche lasciato spazio nel finale al volto e alla voce recitante della stessa Rosselli, un momento di rara intensità. In definitiva, L’Inferno, tessuto da mani perfette è riuscito in un’impresa difficile: non ha spiegato Amelia Rosselli, l’ha fatta accadere di nuovo sotto i nostri occhi, confermando che la sua voce, a trent’anni dalla scomparsa, è ancora una ferita aperta e necessaria nel panorama culturale italiano.
Foto di Chiara Lucarelli




