Nessuno che abbia un’esperienza di almeno qualche anno in ambito psichiatrico e psicoterapeutico può ignorare le dimensioni del dramma che è la violenza sessuale, in particolare quella agita troppo spesso da familiari o amici di famiglia su bambini o ragazzi appena pre-adolescenti.
È impressionante la frequenza dei racconti di abusi subiti, storie che riemergono dal silenzio, dall’annullamento, dalla perdita di senso e di speranza.
Le conseguenze di questi reati possono essere gravissime, e i loro effetti perdurano per anni o per tutta la vita, se non si trova il coraggio di ribellarsi a questo che alla vittima appare come un destino. E più tragiche di tutte sono le morti delle giovanissime uccise freddamente da coetanei, come Zoe Trinchero, la ragazzina di diciassette anni picchiata selvaggiamente e gettata ancora viva da un’altezza di tre metri nel torrente che attraversa Nizza Monferrato per aver rifiutato il diciannovenne pugile Alex Manna, in un sabato sera d’inverno in provincia.
Precisamente il 7 febbraio, pochi giorni dopo la modifica al c.d. ddl stupri che ora chiede alle donne di dimostrare il loro dissenso, fingendo di non sapere che proprio il dissenso, il rifiuto, scatena la violenza omicida che nel nostro Paese miete da anni immancabilmente una vittima ogni 72 ore.
Per questo il governo Meloni ha varato il 25 novembre scorso, sfruttando la Giornata mondiale contro la violenza a fini di propaganda, la legge sul femminicidio che stabilisce nell’ergastolo la pena per il carnefice: una legge per le morte, è stato giustamente commentato.
Ma Zoe voleva vivere, sognava di studiare psicologia, e chissà quante altre fantastiche cose che sognano tutti gli adolescenti, come se la vita non dovesse finire mai.
Il ddl 90, che introduce le modifiche all’articolo 609 bis del codice penale in materia di violenza sessuale necessarie secondo la Convenzione di Istanbul (che nel suo articolo 36 richiede che gli Stati parte prevedano l’incriminazione penale di molteplici atti sessuali non consensuali), doveva finalmente
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