Il Teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato ieri il comizio più rivelatore della campagna referendaria: rivelatore non per gli argomenti ma per il contorno.
Meloni aveva dichiarato di non voler personalizzare il voto: il partito aveva tolto nome e simbolo dai manifesti. Ieri quella scelta è finita. Lega e Forza Italia erano altrove, il Corriere della Sera ha letto l’assenza come smarcamento davanti ai sondaggi. Gli alleati cedono il palco.
Il teatro lo ha concesso Andrée Ruth Shammah, direttrice accusata di lettura filo-israeliana su Gaza, nome fatto circolare da La Russa per le comunali milanesi, offerta declinata. La destra la corteggia e lei il teatro lo ha aperto.
Sul palco è salito Orazio Maurizio Musumeci, che aveva annunciato sui social di essere in partenza per incontrare Meloni, riuscendo ad avvicinarsi, consegnarle un libro e chiederle le dimissioni di Mattarella. Il ministro Piantedosi, responsabile della sua sicurezza, non ha commentato.
FdI registra circa due punti di calo da inizio anno, i sondaggi danno il no avanti al 52%. Meloni ha detto che se la riforma non passa stavolta non ci sarà un’altra occasione. Argomento riconoscibile. Il finale ha cambiato registro: immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie. Il catalogo del terrore domestico, a dieci giorni dal voto. Non è più una campagna su una riforma costituzionale. È una promessa di paura.
Quando si misurano i consensi con l’elenco dei nemici interni, il segnale non riguarda la giustizia; riguarda se stessi.
Buon venerdì.




