Come si riconosce da più parti l’Occidente è ormai piombato nell’era della violenza a prescindere, della violenza internazionale così come della violenza e della repressione interne. L’attacco all’Iran ha portato a galla un complicato gioco geopolitico nel quale tenta di inserirsi Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià dell’Iran.
La guerra scatenata da Israele e Stati uniti in Medio oriente è solo l’ennesima conferma che gli Usa hanno definitivamente rimosso quella patina di fard che nascondeva le vere sembianze di cadavere della democrazia liberale per presentarsi al mondo come potenza liberticida e autoritaria.
Ma oltre all’attacco diretto a stati sovrani, messo in atto con il piglio del bullismo internazionale per depredare e sottomettere, gli Stati uniti e i loro alleati stanno sdoganando una pericolosa pratica di imperialismo sfrenato che è quella del cambio di regime (un cambio di élites o di regime arbitrario) che è soprattutto accelerato e eterodiretto. Quanto avvenuto in Venezuela è peraltro emblematico di questo abominio del diritto internazionale promosso a normalità dall’amministrazione Trump. A Caracas l’aggressione degli Usa ha portato subitaneamente al potere Delcy Rodriguez e l’Amministrazione Trump pare essere ancora abbastanza in sintonia con questa. Tuttavia il mantenimento di molti funzionari del governo Maduro potrebbe portare, già nel breve termine, a esiti incresciosi.
In Iran la situazione è certo peggiore, se gli Usa e Israele dovessero vincere la loro guerra si tratterebbe piuttosto di un integrale cambio di regime che soppianti la ierocrazia con dei candidati che potrebbero essere decisamente inopportuni a garantire una transizione democratica ancorché imposta dall’esterno. Purtroppo uno dei papabili candidati al dopo Ayatollah è l’erede al trono della sanguinaria dinastia degli Scià che tramite i misfatti della famigerata polizia Savak e un’organizzazione accentrata e repressiva trasformò la vita di migliaia di iraniani in un incubo. Le ultime dichiarazioni di Reza Pahlavi lasciano pochi dubbi sul ruolo che l’aspirante monarca vuole ritagliarsi se gli Usa e Israele non vengono fermati. Il figlio dello Scià rivuole il suo regno e il destino che si prospetta all’Iran è quello di una nuova sottomissione ad un governo autoritario. Una sorta di libretto che Reza Pahalavi ha presentato mentre si dichiarava pronto a gestire la transizione del paese verso la democrazia la dice poi lunga sulle sue reali intenzioni. I punti che più preoccupano del programma di Pahlavi, che in un certo senso si impone già come Leader della transizione, sono proprio il fatto che egli dia per scontato la presenza come dirigenti della transizione di tutto il suo entourage (di fatto appartenente ad un’organizzazione stabilita a Washington), che si porrebbe al timone del post-cambio di regime pur provenendo dall’esterno del paese, le chiare simpatie ultraliberali del documento di “transizione” e la possibilità che la transizione possa essere prolungata e rimandata sine die.
D’altronde anche da parte statunitense traspare la possibilità di imporre Reza Pahlavi attraverso l’intervento militare messo in atto. Alcuni segnali suggeriscono che, in ambienti vicini all’amministrazione statunitense, la figura di Reza Pahlavi continui a suscitare un certo interesse come possibile interlocutore in uno scenario di transizione iraniana. Il figlio dell’ultimo scià ha intensificato negli ultimi mesi la propria presenza nel dibattito politico occidentale, presentandosi come garante di una transizione ordinata e filo-occidentale. Tuttavia, la posizione ufficiale di Donald Trump appare, in maniera preoccupante, ambigua. In diverse dichiarazioni, il presidente Usa ha definito Pahlavi “una persona molto piacevole”. Questa cautela riflette il timore di Washington di apparire impegnata in un esplicito progetto di regime change che imponga poi una monarchia. Parallelamente, lo stesso Pahlavi ha più volte invitato Trump a sostenere una trasformazione politica in Iran, arrivando a evocare una collaborazione per “rendere l’Iran di nuovo grande”.
Ci sono i presupposti, insomma, perché questi Stati uniti, autocrati senza trucco, obblighino il palcoscenico internazionale a sopportare un’altra sostituzione di governanti che abbia il volto, questa volta, di una monarchia assoluta e che spinga il Medio oriente ad un livello peggiore di caos rispetto al momento del loro intervento. Non molto differentemente peraltro, da ciò che gli Usa hanno fatto in Afghanistan.
A ben vedere l’unica chance di una risoluzione della guerra che lasci qualche speranza al popolo iraniano potrebbe essere quella di un intervento diplomatico dell’Europa che però permane divisa e balbettante di fronte alla violenza ad ogni costo di Trump. Si tratterebbe di un’Europa nella quale inizialmente solo il governo spagnolo aveva dichiarato la sua aperta opposizione all’attacco ma che, data la gravità della situazione, potrebbe unirsi per dare voce ad una soluzione che supporti davvero il popolo iraniano.
L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, dottore di ricerca in scienze politiche all’Università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. Il suo ultimo libro è A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (Aracne)




