In molti, criticando la decisione di Trump e Netanyahu di attaccare l’Iran bombardandolo e massacrandone la popolazione (e molti dei governanti), hanno dichiarato di essere contro quella guerra perché “illegale”. Lo ha fatto Elly Schlein, lo ha fatto Maurizio Acerbo, lo hanno fatto altri, usando quelle parole. Poi, naturalmente, hanno condannato una guerra scatenata per motivi che nulla hanno di condivisibile. Tuttavia, dire che noi rifiutiamo questa guerra perché è “illegale” è fuorviante. Che vuol dire “illegale”? Rispetto a quale legge? Se l’avesse approvata il Congresso americano sarebbe legale e dunque accettabile? Se gli USA avessero chiesto l’approvazione del Consiglio di Sicurezza ONU, magari adducendo prove (false) che l’Iran ha la bomba atomica, sarebbe legale e quindi accettabile? E, in quel caso, chi sono gli Stati Uniti e Israele per chiedere l’autorizzazione a bombardare un Paese perché sta contravvenendo alla promessa fatta di non lavorare alla costruzione di una bomba nucleare? Sono forse i “poliziotti del mondo”? Tra l’altro, è noto che lo stesso Israele possiede ordigni nucleari, ma non è stato mai sanzionato dall’ONU o da chicchessia.
La guerra che è stata scatenata contro l’Iran non è semplicemente “illegale”. Peggio. È un atto di aggressione non provocato da alcuna azione deliberata e aperta del governo di Teheran. Criticandola solo perché illegale sembra accettare il fatto che, se fosse stata autorizzata, allora sarebbe stata accettabile. No. È un’inaccettabile atto di guerra, di un Paese, gli USA, che spende mille miliardi all’anno (il 3.4% del Pil), mentre Israele nel spende 46,5 (l’8.8% del Pil), contro uno, l’Iran, che ne spende 7,9 (appena il 2% del Pil). Ricordate forse un conflitto nell’ultimo mezzo secolo in cui uno, anzi due, Paesi iniziano a bombardarne un terzo senza dichiarazione di guerra, senza aver subito un attentato o un attacco, senza una qualche autorizzazione da parte di chissà quale autorità o giurisdizione? Tra l’altro, tradendo gli interlocutori impegnati in un negoziato? No, questo è un atto di violenza e prevaricazione pura che segna un gravissimo precedente, che avrebbe dovuto portare tutti i governi che hanno rapporti con gli Stati Uniti – e a maggior ragione gli alleati – a denunciare un atto unilaterale di ferocia che mina alla radice i rapporti di convivenza umana tra i popoli.
Nel loro primo incontro Trump disse a Meloni: «Make West Great Again». Sembra proprio che intendesse «Make Far West Great Again», ben più crudo e violento di quello di Sam Peckinpah. A differenza del Far West (del cinema), però, qui non ci sono buoni e cattivi, ma solo pericolosi banditi – un demente frequentatore di pedofili ed egocentrico che fa coppia con uno sterminatore di popolo – che pretendono di andare a buttare giù un regime dispotico per “liberarne il popolo” avendo solo in mente di sottrargli il dominio sulle sue risorse. E come nei peggiori western, oggi, l’underdog (l’Iran) sembra avere le carte in mano: comunque vada, sarà l’Iran a dettare le regole per far terminare il conflitto. Se si vuole che l’Iran accetti un cessate-il-fuoco, si dovrà acconsentire alle sue domande, la prima delle quali sarà che Israele rinunci all’idea di colpire ancora. Se, viceversa, si vorrà costringere l’Iran alla resa, questa sarà ottenuta a duro prezzo da parte degli USA e di Israele (e quindi anche nostro, se ci lasciamo coinvolgere), il che non sembra qualcosa che né Trump né Netanyahu vogliono. Per quanto detestabile sia il regime di Teheran, la sua popolazione non sembra in grado di sollevarsi, ed esso sembra disposto a tutto pur di restare al potere. Un’azione avventuristica e scellerata, che porterà solo distruzione e morte e nessuna soluzione, è stata dunque quella dei due banditi, che la Storia potrà solo condannare.
Anche sulla terza guerra mondiale in cui saremmo già entrati da tempo ci sarebbe da puntualizzare, «una guerra mondiale a pezzi», come la definì Papa Francesco. Certo, vi sono motivi per dare ragione a quella intuizione. Nonostante la tracotante arroganza del personaggio – che aveva criticato i predecessori dichiarando che lui sarebbe stato un «presidente di pace» – l’attuale inquilino della Casa Bianca ha dimostrato di essere ben desideroso di usare la forza militare ben più di chi lo aveva preceduto. L’apparente differenza sembra essere che lo fa a “piacimento”, senza nessun bisogno di sentirsi autorizzato, senza mandato o approvazione del Congresso né tanto meno delle Nazioni Unite. Laddove altri avevano finto che vi fossero ragioni impellenti per intervenire, questo lo fa per asserire la potenza del «paese militarmente più forte del mondo», rispolverando un imperialismo d’antan. Così, oltre all’Iran, sotto Trump gli USA sono già intervenuti in Iraq, Siria, Yemen, Venezuela, Nigeria e Somalia, bombardando, uccidendo, rapendo presidenti, cercando il “regime change”.
È vero poi che gli Stati Uniti non sono l’unico Paese ad essersi lanciati in operazioni militari. Israele, l’alleato con il quale si sono lanciati nel furibondo attacco all’Iran e ai suoi vertici, è già da più di due anni impegnato non solo nella distruzione incondizionata della Striscia di Gaza e nello sterminio della sua popolazione, ma nel bombardamento di Libano e Siria e nella repressione dei Palestinesi in Cisgiordania, dando una mano con l’esercito ai suoi coloni assassini.
Ci sono Pakistan e Afghanistan, ora ai ferri corti, tanto più con la crisi iraniana. E ci sono le guerre combattute in Sudan, nel Sahel, tra Niger, Burkina Faso e Mali, in Yemen, in Myanmar, nella Repubblica Democratica del Congo. Per non parlare della guerra in Ucraina, ormai nel suo quinto anno, che perdura lasciando sul terreno vittime a migliaia tra militari e civili, in una situazione di stallo che non sembra trovare soluzione. I morti causati da tutti questi conflitti sono centinaia di migliaia, uno stillicidio di stragi, le crisi umanitarie innumerevoli, le distruzioni e i danni all’economia incommensurabili.
È vero, dunque, sembra che il mondo stia cadendo in pezzi, se lo guardiamo con la lente di questi conflitti, nessuno dei quali appare originato da un qualche movimento di liberazione o di resistenza (ovvero: sono tutti conflitti di potere, dove una parte, solitamente più forte, sta cercando di schiacciarne un’altra, che cerca di resistervi e di liberarsene, ma nessuno di questi appare determinato dalla “ricerca di libertà” di un popolo, se si esclude, forse, Myanmar).
Per certi versi, quindi, è vero che siamo già in una guerra “mondiale”, se non fosse che con quel termine si sottintende ciò che le altre due erano state: conflitti su scala globale tra potenze. Con la differenza che oggi, vi sono potenze impegnate in conflitti (gli Stati Uniti, la Russia) ma non l’una contro l’altra.
Se non siamo in una guerra mondiale, intesa in quel senso, siamo però entrati in una fase che appare incontrovertibilmente caratterizzata dallo smodato uso della forza militare, in sprezzo a quanto l’ordine internazionale liberale era andato asserendo per decenni, che non è così che si risolvono i conflitti. E ciò sta accadendo in modi che appaiono tanto smisurati quanto illegittimi, ovvero immorali. E che le potenze in gioco non sembrano neppure più voler giustificare da quel punto di vista. Quell’ordine è finito, non lo rispettano più: ogni guerra può diventare “mondiale”, con l’effetto dominio delle alleanze, delle ripicche e contro-ripicche.
Tanto la guerra di Putin in Ucraina che quelle di Trump risultano infatti motivate più dalla volontà di riaffermare una supremazia perduta che altro: territoriale e geopolitica la prima, economica e politica la seconda. Gli USA non sono più la super-potenza economica che erano e ora, sotto il comando di uno scriteriato despota in fieri, vogliono tagliare le gambe agli avversari riaffermando la propria forza con le armi, brutalmente. Lo stesso Israele, peraltro, agisce con lo stesso obiettivo: passato è il tempo in cui si acconsentiva al “negoziato”, ora preferisce l’annientamento totale del nemico (difficile è trovare un’altra giustificazione per quanto è stato fatto a Gaza).
L’Europa delle nazioni – la cui unica vera motivazione per avere cercato l’unità era stata quella di dire basta ai conflitti che l’avevano devastata per secoli – oggi pare avviluppata nella stessa logica militare, fomentata nuovamente dal bellicismo, nell’idea di “proteggersi” (ma in realtà per riaffermare la propria egemonia), rinunciando così a quel bisogno fondante che ne aveva sancito la nascita. Poteva giocarsi un ruolo che l’avrebbe portata di nuovo al centro della Storia, oltre la Storia, riaffermando la preminenza dello scambio, della tolleranza e dell’interazione. Sta preferendo, invece, la sua morte, avvinta anch’essa in un delirio di potenza che la fa scivolare nella spirale della dissoluzione.




