Matteo Cimbal è un ragazzo che fa parte della delegazione italiana di Thousand Madleens to Gaza, il grassroots citizen movement, nato nell’estate 2025, in concomitanza con la Global Sumud Flotilla, con la quale ha collaborato, insieme alla Freedom Flotilla, in occasione della missione per Gaza che la scorsa estate ci ha tenuto tutti con il fiato sospeso. Con lui parliamo di questo “movimento nato dal basso” e delle iniziative che stanno organizzando. «Nasciamo nel giugno 2025. Siamo stati la possibilità di agire per la società civile in prima persona per Gaza dopo due anni di dirette Instagram e video dei bombardamenti», mi dice Matteo. «La Freedom Flotilla riapre lo scenario con la missione Madleen di giugno. Da quell’esperienza nasce un account Instagram Madleen con il form di adesione “Facciamo mille Madleens”. Allo stesso tempo nasceva la Global Sumud Flotilla».
Ma ripercorriamo passo passo le fila della storia. Sono 18 anni che la coalizione internazionale si muove per rompere l’assedio a Gaza. Il Free Gaza Movement è stato il primo gruppo a organizzare spedizioni civili via mare. Il 23 agosto 2008 due piccole imbarcazioni del Free Gaza Movement – la SS Free Gaza e la SS Liberty – sono riuscite a raggiungere il porto di Gaza partendo da Cipro. A causa di crescenti difficoltà logistiche e militari a seguito dell’operazione Piombo Fuso di Israele, nel 2010 il Free Gaza Movement decise di unirsi ad altre organizzazioni internazionali per formare la Freedom Flotilla Coalition, passando così da singole barche a veri e propri convogli di navi. La missione d’esordio della Freedom Flotilla Coalition fu quella della Mavi Marmara, divenuta tristemente nota per l’assalto delle forze israeliane in acque internazionali il 31 maggio 2010 che uccisero 10 attivisti e provocarono lo scontro diplomatico Turchia-Israele. Da allora la Ffc ha organizzato diverse spedizioni per Gaza per rompere il blocco navale, fino alle recenti missioni della nave Handala (2023-2024) e della nave Madleen del giugno 2025, a cui ha partecipato anche Greta Thunberg e Rima Hassan, eurodeputata franco-palestinese della France Insoumise. Il movimento Thousand Madleens è emerso tra luglio e agosto del 2025 come risposta della società civile all’escalation a Gaza, ponendosi l’obiettivo simbolico di mobilitare mille imbarcazioni. Mentre le navi della Global Sumud Flotilla erano già in viaggio, la Thousand Madleens ha lanciato la sua flotta principale insieme alla Ffc tra il 24 e il 27 settembre 2025 da porti come Catania e Otranto, che è stata poi intercettata e bloccata a ottobre dalle forze israeliane in acque internazionali a circa 70-120 miglia da Gaza. L’organizzazione a cui appartiene Matteo, la Thousand Madleens, deriva il nome e l’ispirazione dalla Madleen, la piccola imbarcazione che tentò di rompere l’assedio nel giugno scorso. Se una piccola Madleen è stata allora bloccata, oggi mille Madleen non saranno bloccate, perché una forza troppo grande.
Il nome omaggia Madleen Kulab, conosciuta come la prima pescatrice di Gaza. La sua storia è diventata un simbolo di resistenza e determinazione per la popolazione locale. Madleen è cresciuta in un campo profughi di Al-Shati Camp, vicino alla costa di Gaza City. Fin da bambina accompagnava il padre a pescare, imparando così il mestiere, in un settore duramente colpito nel corso degli anni dal blocco navale e dalle restrizioni alla pesca. A Gaza la pesca è quasi esclusivamente maschile. Ma Madleen ha continuato a pescare alla morte del padre: ha guidato la barca da sola e ha sostenuto così economicamente la famiglia. Per questo è diventata un simbolo della resistenza dei civili a Gaza e della loro volontà di continuare a vivere e lavorare nonostante il conflitto. Quella stessa resistenza che troviamo nel nome arabo Sumud. Ed è un nuovo progetto di resistenza per la Palestina, la missione Spring Mission 2026, che si pone in continuità con la precedente e vede nuovamente la collaborazione delle tre organizzazioni per un’azione coordinata via mare e terra. «Qui c’è un’alleanza che mette insieme tutte le capacità logistiche, nautiche e strategiche delle tre organizzazioni in un unico progetto». Si chiama land convoy l’operazione via terra che integrerà la missione via mare.
Matteo mi racconta che la missione di oggi della Thousand Madleens consta di 20 barche, un quinto delle 100 imbarcazioni che comporranno l’intera missione, molte di più delle 41 della Global Sumud Flotilla della scorsa estate. In ogni barca ci saranno 7-8 persone: medici, politici, giornalisti e attivisti. Lui non ci sarà. È uno delle centinaia di attivisti che lavorano sulla logistica, un lavoro dietro le quinte, come spesso accade, fondamentale per la riuscita delle iniziative. Appartiene alla delegazione italiana, ma le delegazioni provengono da tutti i Paesi e le aree geografiche del mondo. «Ci saranno degli eurodeputati che parteciperanno alla missione, non si sa ancora quali, ma a titolo personale. Non abbiamo un interesse a essere legati ai partiti», mi riferisce. Partiranno da Marsiglia a ridosso di Pasqua, direzione Gaza, dove sperano di riuscire a salpare. La nave “Bianca”, invece, è già salpata da Livorno pochi giorni fa, il 22 marzo, come parte della nuova Global Sumud Flotilla, per riprovare a portare aiuti e generi di prima necessità. «Rispetto alla scorsa missione sentiamo rinnovata l’esigenza di riprovare a forzare il blocco e l’embargo israeliano. La situazione a Gaza è spaventosa. Vogliamo portare aiuti e riportare l’attenzione politica e mediatica su quello che accade lì», dice Matteo.
Che poi continua: «La nostra è una responsabilità politica e storica: bloccare l’embargo israeliano e delle potenze occidentali alleate».
Vi muovete quindi per riportare l’attenzione su Gaza distolta dalla guerra in Iran?, chiedo. Risponde di sì, ma percepisco – e mi dice – che più che la geopolitica e la comunicazione la loro è una missione mossa da intenti umanitari, umani, elementari. Porteranno anche materiali e utensili da lavoro utili per la ricostruzione di Gaza e dei suoi edifici.
«Oggi c’è un contesto più instabile per salpare, un rischio più elevato: la guerra si è estesa». Ma la loro volontà di denunciare il sistema di guerra che, a suo parere, l’Occidente crea è più forte, così come quella di denunciare le armi e l’approvvigionamento bellico. «Nelle nostre campagne collaboriamo con attività portuali che bloccano l’accesso di armi nei porti europei», mi chiarisce. «Lavoriamo con organizzazioni che evitino che arrivino armi in Europa». E prosegue: «Il nostro sistema economico, per essere stabile, ha bisogno di guerre, di Stati vassalli come Israele da poter influenzare». Matteo mi racconta anche che la Thousand Madleens è in contatto e ha un legame forte con altre organizzazioni e Ong che fanno solidarietà politica nel Mediterraneo, le stesse Ong espulse da Gaza, dove il diritto internazionale umanitario è ormai compromesso. «Ma come farete a salpare a Gaza? Non pensate che sarete nuovamente bloccati da Israele?»
«Ci sono due scenari. È probabile che saremo intercettati e arrestati. Ma se ci sarà una forte mobilitazione delle masse e i governi saranno imparziali, allora avremo la possibilità di salpare a Gaza. Abbiamo contatti a Gaza. Possiamo rimanere lì per mesi. Non ci aspettiamo comunque un passaggio gentile con Israele».
C’è un sito dell’organizzazione che raccoglie fondi per l’impresa, ma – mi sottolinea Matteo – più che il supporto economico ciò che gli interessa è riuscire a far entrare persone nell’organizzazione e creare spazi di lavoro.
Ma la situazione a Gaza com’è ora, dopo la pace siglata da Trump? Facciamo il punto. Il 58% del territorio di Gaza è stato annesso da Israele e il 60% della Cisgiordania è sotto occupazione totale israeliana, entrambe illegali secondo il diritto internazionale.
Si legge nella nota manifesto dell’organizzazione: «Nonostante il cosiddetto cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, il genocidio perpetrato da Israele continua senza sosta. Israele ha commesso più di 500 violazioni dell’accordo in sette settimane, uccidendo più di 350 palestinesi. Solo il 24% degli aiuti umanitari che dovrebbero entrare a Gaza ogni giorno, in base all’accordo, viene autorizzato. La fame continua a essere utilizzata come arma di guerra. Si sta istituzionalizzando una procedura legale per l’esecuzione degli ostaggi palestinesi. I civili vengono uccisi per aver attraversato una linea immaginaria – segnata da blocchi gialli – sulla loro stessa terra, una linea che priva Gaza del 98,5% dei suoi terreni agricoli».
È questo che spinge l’organizzazione a partire e che aggrega così tante persone della società civile: decine di operatori sanitari, marinai, tecnici, avvocati, cuochi, artisti, giornalisti e studenti. Oggi le violazioni sono più di 2000, i palestinesi uccisi quasi 700 e i feriti circa 1876. Dal 7 ottobre 72.267 palestinesi sono stati uccisi, compresi 20.179 bambini; 171.967 sono i feriti. Gli ospedali sono in condizioni catastrofiche.
«Dopo anni di bombardamenti incessanti, fame deliberata, furto di terre e genocidio del popolo palestinese da parte di Israele, la lotta non deve fermarsi, seguendo le orme delle flottiglie di cittadini internazionalisti lanciate pochi mesi fa», riporta la nota. «Non daremo tregua al regime coloniale di Israele. Abbiamo fatto una promessa ai nostri compagni in Palestina: inviare flottiglie fino a quando l’assedio illegale di Gaza da parte di Israele non sarà spezzato, il genocidio – che è entrato nel suo terzo anno – non sarà terminato e il popolo palestinese potrà finalmente vivere in libertà e autodeterminazione».
Un dato su tutti a conferma di questo quadro descritto dall’organizzazione: dal cessate il fuoco fino al 27 marzo Israele ha attaccato Gaza 147 giorni su 169. Il 90% della popolazione è sfollata.
«E il progetto di Israele non si ferma ai confini della Palestina. Israele sta ridisegnando i confini e attaccando chi difende i diritti umani, rivendicando libertà e dignità umana per tutti, schierandosi fianco a fianco con chi resiste all’occupazione: Libano, Siria, Yemen e Iran. Ribadiamo che la situazione dopo il “cessate il fuoco” rimane immutata: il genocidio continua e la società civile mondiale deve quindi intensificare le sue azioni in solidarietà con il popolo palestinese. Di fronte all’orrore di Israele, dobbiamo essere all’altezza della situazione. Le flottiglie lanciate pochi mesi fa – la Global Sumud Flotilla, Thousand Madleens e la Freedom Flotilla Coalition – ci hanno mostrato che, quando i popoli del mondo si uniscono, i cittadini possono liberarsi dall’impotenza. Insieme abbiamo il potere di confrontarci con il sionismo, sfidare lo Stato israeliano e spostare l’equilibrio di potere a favore dei popoli liberi. Ci stiamo preparando a tornare, più forti e più numerosi che mai, poiché le flottiglie rimangono un mezzo di azione internazionale cosciente in risposta al genocidio in corso, complementare alle azioni locali contro l’industria delle armi e contro le aziende e gli Stati che finanziano il genocidio di Israele».




