Israele ancora una volta sta riscrivendo unilateralmente l'accordo. Non hanno mai avuto l'intenzione di fermare la guerra

Il giorno dopo la notte in cui Donald Trump ha minacciato la distruzione della civiltà iraniana (badate bene, non lo Stato, la civiltà) spira nell’aria un sospiro di sollievo, come se davvero i pazzi potessero smettere di essere pazzi, come se una tregua pronunciata da bocche criminali possa essere davvero una tregua. 

Dovrebbero essere quindici giorni di stop alle armi, quelli con cui il presidente Usa cerca di levigare il terribile pasticcio in cui si è infilato. Dieci punti. Una garanzia che l’Iran non sarà attaccato di nuovo. Una fine permanente della guerra, non solo un cessate il fuoco. La fine degli attacchi israeliani in Libano e contro gli alleati iraniani. La revoca di tutte le sanzioni statunitensi sull’Iran. L’Iran accetta di riaprire lo Stretto di Hormuz. Introduzione di una tassa di 2 milioni di dollari per nave in transito con Hormuz. Entrate dei pedaggi da condividere con l’Oman. Fondi da utilizzare per la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dalla guerra. Istituzione di protocolli di passaggio sicuro attraverso Hormuz. Un accordo quadro più ampio per porre fine alle ostilità regionali. 

Sostanzialmente si tratta sui punti dell’Iran, stracciando i quindici punti Usa. Trump per ora è riuscito a fare riaprire Hormuz che la sua guerra aveva chiuso. Il nobel della Pace, come scrive Paolo Gentiloni, forse lo meriterebbe il Pakistan che ha rimesso a cuccia l’inquilino della Casa bianca. 

Intanto, sullo sfondo, Netanyahu esclude esplicitamente il Libano dal cessate il fuoco violando le condizioni stabilite dal Pakistan. Israele ancora una volta sta riscrivendo unilateralmente l’accordo. Non hanno mai avuto l’intenzione di fermare la guerra. Sono loro il problema di Trump. Non l’Iran. 

Buon mercoledì.

Foto WMC