Erranti alchimie è il titolo della mostra personale di Monica Di Brigida, che si apre il 16 aprile presso Betterpress Studio in via Portuense 189 a Roma (ore 19) e raccoglie una selezione di fotografie volutamente di piccole dimensioni.
Circa trentacinque sono, in tutto, gli scatti esposti, a tracciare un percorso non cronologico ma emozionale tra momenti diversi della biogr afia dell’autrice e della sua personale ricerca visiva. Spiega infatti l’artista: «Questa mostra nasce da un ri-trovarsi. È il frutto di incontri, del sedimentarsi silenzioso di istanti raccolti negli anni: frammenti di realtà che si cercano e si intrecciano per re-inventarsi. Le immagini dialogano tra loro attraverso echi e ritorni. Non c’è una cronologia, ma una risonanza: luce che taglia lo spazio, dettagli di muri, riflessi in una finestra, la geometria involontaria dell’acqua. Tematiche ricorrenti che emergono come inciampi gentili, inattese costanti. In un’epoca di immagini urlate e onnipresenti, che scivolano via senza lasciare traccia, dove lo sguardo si perde in un insieme senza ascolto – prosegue Di Brigida – queste fotografie scelgono il piccolo formato come atto di (r)esistenza, di riappropriazione del segno di una memoria. Uno sguardo intimo che trova sosta nel silenzio del particolare».
L’intimità non è nei soggetti raffigurati, quanto piuttosto nel tipo di rapporto che l’artista ha instaurato con la realtà al momento dello scatto; nella ‘scelta di parte’ per una comunicazione sommessa, riservata, quasi pudìca, che attraverso l’auto-sottrazione sollecita il pubblico a mettere in atto un maggiore grado di attenzione. Soprattutto, chiede di accorciare le distanze, a partire da quelle spaziali, per entrare meglio in contatto; perché nella vicinanza s’intrecciano pensieri, si cuciono memorie, si accordano sentimenti, si disegnano immaginari sensibili. In tal senso Monica Di Brigida lavora sulla dimensione esperienziale della pratica fotografica, che si dispiega sia a monte sia a valle del processo creativo. Dunque, fotografia come relazione e rapporto (con).
Vieni più vicino
Confidenze sussurrate a fior di labbra sono le immagini proposte da Di Brigida, per raccontare viaggi mai programmati ‘aperti’ a incontri imponderabili, itinerari mutevoli, esplorazioni fortuite. D’altra parte il medium fotografico è un meraviglioso dispositivo per stabilire rendez-vous con la realtà, a prescindere dalle sue specifiche qualità estetiche, simboliche o narrative. Selezionate nell’inquadratura, doppiate e digitalizzate dalla macchina e infine restituite, ormai decontestualizzate, sullo schermo o sulla carta, le circostanze più ordinarie, i particolari più anonimi oppure inflazionati acquistano, se non un significato diverso, un senso inedito all’interno del loro nuovo statuto d’immagine. Un processo di trasfigurazione ‘infrasottile’ è contenuto, infatti, nel linguaggio letterale per antonomasia della riproduzione fotografica: una metamorfosi immaginifica, che è in qualche modo simile o analoga a quella della mente umana, che nell’atto stesso della percezione rielabora ciò che è dentro e fuori di sé. Ecco cosa significa il riferimento, nel titolo della mostra, all’alchimia, ossia a quel complesso di conoscenze – frutto raffinato del melting pot medioevale – che propugnava la trasmutabilità dei metalli vili in oro e la ricerca della ‘pietra filosofale’ attraverso lo studio della Natura.
Appunti di diario
La riflessione di Monica Di Brigida – che ha esposto per la prima volta nel 2007 in due personali e ha poi proseguito la propria ricerca partecipando a collettive in Italia e all’estero – ruota attorno a soggetti ricorrenti: il movimento cangiante del mare; la natura in città, che diventa cifra di tenace resistenza a un ambiente distratto e a volte ostile; la natura in tono minore dei luoghi di frontiera o di passaggio fra l’urbano e il rurale, mutuata dall’amore nutrito dall’autrice per i paesaggi di Luigi Ghirri e della new wave italiana; le finestre delle case, che come occhi spalancati vigilano sulla notte; e poi segni, macchie e décollage prodotti dal tempo sui muri delle strade, che registrano l’instabilità di eventi e di vissuti. Nel catturare i suoi temi d’affezione Di Brigida ricerca la morbidezza. In alcuni casi, lo fa attraverso effetti flou, che valorizzano le ‘alte luci’, o blur, che lavorano sulla messa a fuoco. Altre volte gioca con le rifrazioni prodotte dall’acqua e da superfici specchianti o riflettenti, utili a scomporre la realtà per ricostruire mondi. Una scelta operativa che è parte integrante della sua poetica, come testimoniano le fotografie di grandi dimensioni, stampate su metallo, che hanno segnato le mostre precedenti. Vale in particolare per il dittico Shahriyar – Shahrazad (dalla serie Suhub, 2010) o 6263_R05 (dalla serie Acqualuce, 2007). Le sue immagini non sono determinate da un’estetica a priori, ma dall’energia di poche linee, dall’organizzazione di essenziali piani cromatici e, soprattutto, da un lucore che rivela le forme con discrezione. Attraverso questa economia di mezzi e un linguaggio volutamente diaristico, queste fotografie dicono sottovoce e per accenni. Eppure, scorrendo lo sguardo è possibile leggere micro-avventure in luoghi fin troppo familiari; perlustrazioni di tempi perduti in dettagli anodini. In queste abituali o accidentali investigazioni di indizi visivi, Monica Di Brigida utilizza il medium fotografico come esercizio sensoriale nei riguardi della realtà, con il quale disegnare spazi psichici o isole di pensiero.
In apertura: © Monica Di Brigida, Incontri






