Mesi di tregua fittizia, mesi di un assedio condotto anche con l’aiuto della dimenticanza. Il 10 ottobre, nel sobrio scenario di Sharm el-Sheikh, si è persino festeggiato un piano di rinascita in venti punti, di matrice trumpiana, sottoscritto dai grandi della Terra. Nel cosiddetto Board of peace non compare alcun riferimento a un futuro Stato palestinese, mentre il 53% dell’enclave resta occupato dall’esercito israeliano. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco si contano quasi duemila feriti e almeno 733 morti. L’ultimo, Mohammad Wishah, giornalista di Al Jazeera, è stato ucciso da un drone mentre era alla guida della sua automobile. Accanto alle bombe e ai massacri, si combatte anche un’altra guerra: quella del linguaggio. Nel conflitto israelo-palestinese, alle armi si affianca uno scontro altrettanto duro, fatto di parole che polarizzano, irrigidiscono, impediscono il confronto. È qui che la ragione fatica a trovare spazio.
“Israele, ma che cazzo!”: avrebbe potuto essere questo il titolo del libro appena uscito di Daniel Sokatch, Per parlare di Israele, pubblicato da Altrecose, il marchio editoriale creato dal Post insieme a Iperborea. Così racconta l’autore, intervistato da Left: «La prima edizione del libro è uscita nel 2021, quindi ben prima dei fatti del 7 ottobre. Già allora esistevano moltissimi libri su questo tema. Mia moglie mi diceva spesso: “Dovresti scriverne uno anche tu”. E io rispondevo: “Se lo facessi, il titolo sarebbe ‘Israele, ma che cazzo?’”. Col tempo però ho capito che questa storia andava raccontata ancora, analizzata. Volevo scrivere una guida che offrisse a lettrici e lettori strumenti per orientarsi dentro un argomento così complesso».
Una guida che parte da lontano, perché
questa è una storia che si sviluppa da quasi 150 anni.Qual è l’inizio vero di questa storia fatta di sangue e oblio?
Non è un conflitto che nasce, come sostiene il nostro “presidente idiota”, migliaia di anni fa. Le sue origini risalgono al 1880, quando iniziò la migrazione ebraica dall’Europa verso la Palestina. Per molti aspetti si tratta di un’impresa coloniale portata avanti da persone disperate, che non avevano un luogo dove andare: un colonialismo della disperazione. Allo stesso tempo, è necessario considerare le condizioni delle popolazioni ebraiche in Europa prima di quel momento. Il giudizio europeo nei loro confronti non è mai stato benevolo, come dimostrano i numerosi ghetti presenti nelle città italiane. Se a un certo punto uno Stato, negli Stati Uniti o in Canada, avesse invitato gli ebrei a stabilirsi lì, probabilmente oggi non saremmo in questa situazione e ci sarebbero sei milioni di ebrei in più nel mondo. Non è accaduto, e gli ebrei hanno pagato il prezzo di questa condizione storica. È una vicenda che prende forma attorno al 1880, ma affonda le sue radici in un contesto europeo che per gli ebrei era diventato intollerabile.
Quello che si nota oggi è che esiste anche una guerra delle parole. Una parola in particolare infiamma gli animi: genocidio. Secondo lei, oggi a Gaza si può parlare di genocidio?
La parola “genocidio” è stata coniata nel 1944 da Raphael Lemkin, un avvocato polacco-ebraico. Dal punto di vista giuridico indica la distruzione sistematica, totale o parziale, di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, con l’intento specifico di annientarlo. È un crimine internazionale definito dalla Convenzione Onu del 1948. Oggi è in corso un procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia, che accusa Israele di aver violato quella Convenzione nella Striscia di Gaza. Il processo potrebbe durare anni e difficilmente si arriverà a un verdetto prima del 2027.
E lei, personalmente?
Per quanto mi riguarda, ai miei amici palestinesi dico sempre che, per me, sì, si tratta di genocidio. Nella storia recente esiste un precedente: il massacro di Srebrenica, in cui furono uccisi oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci, riconosciuto nel 2007 dalla Corte internazionale di giustizia come genocidio.
Israele non rappresenta tutti gli ebrei del mondo. Come vive questa situazione internazionale da ebreo? E come spiega il fatto che chi critica Israele venga spesso accusato di antisemitismo?
Esistono molte persone che criticano le politiche di Israele senza avere nulla contro gli ebrei. Ma esistono anche persone che sono realmente antisemite e che utilizzano Israele come pretesto per esprimere questo odio. Tra queste due posizioni c’è una vasta zona grigia. Faccio un esempio: ero a Bologna e ho visto una targa medievale che ricordava la creazione del ghetto. In quel momento sono passati due giovani che, leggendo la targa, hanno detto “Free Palestine”. In questo modo si attribuisce agli ebrei perseguitati di cinquecento anni fa la responsabilità di ciò che accade oggi. È come se si rimproverassero i cattolici italiani per il genocidio in Rwanda. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che Israele sostiene di parlare a nome di tutti gli ebrei, così come fanno alcune organizzazioni ebraiche americane. Ma questo non è vero. Io non voto in Israele, non sono cittadino israeliano e non mi sento rappresentato da Israele in quanto ebreo.
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