La vicenda di via di Santa croce in Gerusalemme rivela il fallimento nazionale delle politiche abitative e parla del Paese che non arriva a fine mese: due milioni di lavoratori poveri, centomila senzatetto, un Piano casa che guarda altrove

Testo di Lorenzo Fargnoli – Foto di Sara Smeriglio, “Spin time, nonostante” – Il 31 luglio allo Spin Time non si respirava. Parliamo di un edificio di sette piani all’angolo tra via Statilia e via di Santa Croce in Gerusalemme, a due passi dalla stazione Termini. Il piazzale davanti è un rettangolo d’asfalto con dieci platani e nient’altro, e l’ombra è poca: la gente la insegue spostandosi. Tre giorni fa, tutte queste persone avevano una casa. Era quella lì, dietro il cancello adesso chiuso.

Un incendio era scoppiato nella notte tra il 29 e il 30 luglio. Roba da poco, a sentire chi c’era: le fiamme le hanno spente gli abitanti prima ancora che arrivassero i pompieri. Ma è bastato per far scattare il sequestro, e quindi lo sgombero. Le quattrocento persone che ci vivevano non possono più rientrare – famiglie, anziani, malati, più di novanta bambini, neonati compresi. Vengono da 25 Paesi diversi, e non è un dettaglio da poco, perché in Italia sono proprio gli stranieri quelli che la casa la perdono più facilmente. Quei quattrocento buttati in strada in una notte, del resto, non sono un’eccezione romana: in Italia le persone senza tetto sono ormai quasi centomila, il doppio di dieci anni fa.

Conviene fermarsi un attimo su questi numeri, prima di tornare nel piazzale. Se già la classe media fa fatica – quella con lo stipendio fisso e il posto sicuro, che a Roma un affitto se lo permette a stento e un mutuo se lo sogna – chi sta un gradino sotto è messo molto peggio. E quel gradino sotto è affollato. Nel Bel Paese il lavoro ha smesso di essere una garanzia contro la povertà: i lavoratori poveri sono ormai più di due milioni e trecentomila, più di uno su dieci. Persone che lavorano e comunque a fine mese non ci arrivano. Negli ultimi dieci anni gli stipendi italiani hanno perso il 4,5 per cento di potere d’acquisto, mentre in Germania guadagnavano cinque punti e mezzo. I salari fermi, gli affitti no. A Roma il canone medio ha appena toccato il record, quasi venti euro al metro quadro: per cinquanta metri quadri, neanche in centro, ti chiedono novecento o mille euro al mese, bollette escluse. Prova a farci stare uno stipendio da lavoratore povero: quella casa, semplicemente, non te la puoi permettere. E infatti oltre un milione di famiglie in affitto sta sotto la soglia di povertà; essere inquilino, dice l’Istat, moltiplica quasi per cinque il rischio di finire in miseria rispetto a chi un tetto di proprietà ce l’ha. Aggiungici che da noi le case popolari coprono appena il 3,8 per cento delle famiglie, contro il 24 per cento dell’Austria, e che tra le famiglie di soli stranieri la povertà assoluta arriva al 35, sei volte più che tra gli italiani, e si capisce chi è che vive dietro quel cancello. 

Ma proprio fuori dal cancello non ci si vuole arrendere. C’è la Protezione civile, un presidio sanitario, gente del quartiere che porta l’acqua. La rete, però, è più larga: c’è la Cgil col suo presidio, c’è Lunaria che si occupa di migranti, e ci sono le realtà che dentro Spin Time ci sono da anni – Scomodo, la rivista under 30, l’associazione dei genitori Di Donato che manda avanti il doposcuola, Mediterranea Saving Humans. Parte anche una catena sui social per raccogliere casse d’acqua, vestiti, pannolini, assorbenti. Alla scuola Di Donato, lì vicino, distribuiscono i pasti. 

E poi in mezzo a loro ci sono le camionette della polizia, in fila lungo la strada. Stazionano, controllano, parlano, in assetto anti sommossa fermi immobili mentre tutto attorno si muove. Tengono i motori accesi tutto il giorno al minimo per tenere in vita l’aria condizionata, perché anche là sotto, in divisa, si crepa di caldo. Nei gazebo, nei bagni chimici, nelle tende, la calura non molla, e a un certo punto qualcuno accende dei ventilatori industriali, più per non arrendersi che perché servano davvero.

È il clima che cambia, quello a cui il presidente del Senato Ignazio La Russa dice che «ci abitueremo», tanto «non vuol dire che moriremo». Detta da uno che la pronuncia in un ufficio con l’aria condizionata, la parola «abituarsi» suona quasi ragionevole. Il punto è che il caldo non arriva uguale per tutti: prende il disagio che c’è già e lo raddoppia. In un appartamento ai Parioli, con i muri spessi, le persiane e lo split in ogni stanza, ci si abitua benissimo; su un piazzale d’asfalto, senza casa, con un neonato in braccio e settanta letti per quattrocento persone, è tutta un’altra faccenda. La stessa ondata di calore che per uno è il fastidio di un condizionatore da riparare, per chi sta ai margini è il colpo che arriva quando è già a terra. Il caldo lo respirano tutti, ma non tutti hanno dove ripararsi.

I bambini, intanto, giocano. Li hanno messi dentro delle piscinette gonfiabili portate dai volontari, e loro si rincorrono con le pistole ad acqua, ridono, si bagnano. Sono più di cento, dai neonati ai bambini di otto o nove anni, e tenerli occupati è forse la cosa più difficile di tutte: c’è chi li spruzza con gli idranti, chi inventa un gioco, chi si è messo il costume da clown. Serve a rubare al dramma qualche minuto. Coi piccoli funziona; poi guardi gli adolescenti e capisci che con loro il trucco non tiene. Nei loro occhi non c’è nemmeno rabbia, ma l’incredulità di chi ha visto succedere una cosa che gli sembra ancora impossibile.

La stessa incredulità, pochi metri più in là, si fa corpo. Al cancello ci si aggrappa: c’è chi piange, chi stringe i pugni senza rendersene conto. Non è una porta qualunque, è la porta di casa, e dentro sono rimasti sigillati i medicinali, i documenti, le cose di ogni giorno. Gli occupanti lo ripetono: dietro quel cancello non c’è un’emergenza, c’è la soluzione, perché lì ci sono i letti, le cucine, i bagni, i farmaci, l’acqua che scorre. Dall’altra parte, invece, ci sono decine di poliziotti che tengono il palazzo dall’interno, a turni. Per una volta sono loro a stare chiusi dentro, e le famiglie fuori. Che è poi il cuore della faccenda. Il sociologo Agostino Petrillo, in *Peripherein*, ricorda che «periferia», in greco, non indica un luogo lontano: è l’atto di tracciare una linea, di portare fuori qualcosa da uno spazio, di includere ed escludere con lo stesso gesto. Non serve stare a Tor Bella Monaca per essere periferia; basta un cancello, in pieno centro, e da che parte ti lasciano.

E chi resta dalla parte fuori non perde soltanto un tetto: perde la presa sulle cose. Quando ti strappano la casa da un giorno all’altro, entri in una precarietà assoluta, dove tutto quello che davi per scontato smette di funzionare. Il tempo non è più tuo: non lo gestisci, lo subisci, ora per ora, in attesa che qualcun altro decida. Il futuro si accorcia fino a sparire, perché non puoi pensare a settimana prossima se non sai dove passerai la notte. È una spossessione che va oltre i muri: ti toglie la possibilità stessa di progettare la tua vita, di sentirla ancora in mano tua. Per questo il cancello chiuso fa così male. Non tiene fuori solo dalle stanze, ma da ogni certezza su ciò che verrà.

Basta guardarsi intorno, del resto, per cogliere il paradosso della scena. Da una parte lo Stato schierato, con i blindati in fila, i motori accesi, gli agenti a turni dentro un palazzo vuoto, come si presidia un obiettivo sensibile. Dall’altra, quello che c’è davvero da presidiare: anziani seduti in carrozzina all’ombra dei platani, bambini che si schizzano con le pistole ad acqua, madri che allattano su una branda. Tutta quella forza puntata contro dei bagnini improvvisati e dei nonni col ventaglio fa un certo effetto, come se il problema, lì, fosse l’ordine pubblico.

«A stare lontana da qui sto peggio. Lo so che fa caldo, che è dura, ma non riesco ad andarmene da casa mia», dice una signora a un’altra, sotto il cancello. È la seconda notte all’aperto. Famiglie con bambini, anziani, persone fragili hanno dormito su una branda o direttamente sul marciapiede, mentre la casa resta sigillata dietro i poliziotti.

Un tetto, chi lo cerca, lo trova, ma provvisorio, da smontare la mattina dopo. Il Municipio I ha messo settanta posti letto, divisi tra la Casa del Municipio, il Polo civico e il centro anziani dell’Esquilino; i più fragili trovano posto anche al Centro servizi per il volontariato e nella palestra della scuola Di Donato, mentre la basilica di Santa Croce in Gerusalemme apre le porte e la Protezione civile porta brande e prime necessità. È lì che dormono i vecchi, i bambini, chi ha una malattia. Settanta letti per quattrocento persone: gli altri si arrangiano coi materassini da campeggio per terra, e per la doccia bussano ai vicini.

Sopra le teste, intanto, si gioca la partita politica. Il sindaco Gualtieri, appena uscito da un lungo tavolo in Prefettura, dice che il Comune ha messo sul piatto un’offerta per comprare l’edificio, con delle fasi intermedie per far rientrare la gente appena possibile. La proprietà chiede tempo, e tutto slitta a lunedì. Da destra il governatore Rocca mette le mani avanti: se il palazzo si compra e si mette a norma, dentro ci deve andare chi sta in graduatoria, non chi ha occupato. Sotto le dichiarazioni, però, c’è un ostacolo che nessuno nomina: a chiudere il palazzo è stata la Procura, ci sono indagini in corso, e le tempistiche potrebbero essere lunghe. L’unica cosa concessa, dopo ore di trattativa, sono venticinque persone fatte entrare a prendere i medicinali. Nient’altro.

C’è poi un pensiero che quasi nessuno pronuncia, e che gira sottovoce tra gli abitanti e i volontari, in un’occhiata o in una frase lasciata a metà. È il sospetto che l’incendio – spento in fretta, con il palazzo che non sembra poi così malandato – c’entri poco con quello che sta davvero succedendo, e che dietro l’emergenza di oggi si chiuda una partita cominciata molto prima. Un edificio di sette piani a un chilometro da Termini, in una città dove il metro quadro vale come oro, non è un dettaglio che sfugga a nessuno. Lo scriveva già David Harvey, ne *Il capitalismo contro il diritto alla città*: gli sgomberi arrivano quasi sempre vestiti di ragioni sociali, di sicurezza, di decoro, e quasi sempre, sotto quei vestiti, c’è il valore di ciò che si libera. Nessuno, sotto quei platani, lo dice ad alta voce, ma è un pensiero che resta lì, nell’aria ferma del pomeriggio.

La domanda vera, comunque, resta senza risposta: questa gente, adesso, dove va? Nel 2024 il ministero dell’Interno ha contato oltre quarantamila sfratti, tre su quattro per morosità, e dietro quella parola quasi sempre ci sono persone che hanno smesso di pagare l’affitto solo dopo aver tagliato tutto il resto. È un Paese che produce sfrattati in continuazione e non sa dove metterli. Roma è tutto questo in scala: diciassettemila persone in fila per una casa popolare, più di cinquemila famiglie tagliate fuori dalla parte alta della lista, metà con più di sessant’anni. Dall’altra parte, l’offerta si conta sulle dita: centocinquanta alloggi recuperati in un anno dal Comune, poco più di cento messi a disposizione dall’Ater. Di questo passo, per smaltire la coda ci vorrebbero decenni.

Il paradosso è che le case ci sarebbero. In Italia si stima ci siano almeno centomila alloggi pubblici sfitti, vuoti o murati, fermi perché nessuno li ristruttura o li assegna. Case dello Stato, chiuse a chiave, mentre a poche centinaia di metri c’è chi dorme su una branda. È in questo vuoto che arriva il grande annuncio, il Piano casa del governo Meloni, presentato a maggio dalla premier in persona: dieci miliardi, centomila alloggi in dieci anni. Ma basta guardare la voce più concreta e la cifra si sgonfia: sessantamila case pubbliche da recuperare, con meno di un miliardo spalmato su quattro anni. Briciole, per rimettere in piedi immobili che lo Stato già possiede e lascia marcire. Il resto lo dovrebbero mettere i privati, con un modello pensato dichiaratamente per le giovani coppie del ceto medio strozzate dagli affitti — di nuovo la fascia appena sopra, chi un reddito ce l’ha e non riesce a comprare, non chi un reddito non ce l’ha affatto. Chi sta sotto, in quel disegno, non è previsto. E nel frattempo il fondo per l’affitto e quello per la morosità incolpevole non vengono rifinanziati da tre anni: i due strumenti che potevano tenere una famiglia in casa prima dello sfratto sono a secco, mentre il grande piano promette di ricostruire fra dieci anni quello che oggi, non finanziando quei fondi, si contribuisce a mandare in pezzi.

Qui la storia di via Statilia dice qualcosa che va ben oltre Roma. Sgomberare è facile: bastano un cancello, dei blindati, qualche turno di agenti dentro un palazzo vuoto, e si conta in ore. Dare una casa è lento, costa, non porta voti, e costringe ad ammettere una cosa scomoda, e cioè che quattrocento persone accampate sotto dieci platani non sono un problema di ordine pubblico, ma il sintomo di un patrimonio pubblico lasciato andare e di un mercato che ha espulso chi non riesce a stargli dietro. Quando si chiude una porta e non se ne apre un’altra, il problema non sparisce. Si sposta soltanto, di qualche isolato o di trent’anni di lista d’attesa.