Testo di Lorenzo Fargnoli – Foto di Sara Smeriglio, “Spin time, nonostante” – Il 31 luglio allo Spin Time non si respirava. Parliamo di un edificio di sette piani all’angolo tra via Statilia e via di Santa Croce in Gerusalemme, a due passi dalla stazione Termini. Il piazzale davanti è un rettangolo d’asfalto con dieci platani e nient’altro, e l’ombra è poca: la gente la insegue spostandosi. Tre giorni fa, tutte queste persone avevano una casa. Era quella lì, dietro il cancello adesso chiuso.

Conviene fermarsi un attimo su questi numeri, prima di tornare nel piazzale. Se già la classe media fa fatica – quella con lo stipendio fisso e il posto sicuro, che a Roma un affitto se lo permette a stento e un mutuo se lo sogna – chi sta un gradino sotto è messo molto peggio. E quel gradino sotto è affollato. Nel Bel Paese il lavoro ha smesso di essere una garanzia contro la povertà: i lavoratori poveri sono ormai più di due milioni e trecentomila, più di uno su dieci. Persone che lavorano e comunque a fine mese non ci arrivano. Negli ultimi dieci anni gli stipendi italiani hanno perso il 4,5 per cento di potere d’acquisto, mentre in Germania guadagnavano cinque punti e mezzo. I salari fermi, gli affitti no. A Roma il canone medio ha appena toccato il record, quasi venti euro al metro quadro: per cinquanta metri quadri, neanche in centro, ti chiedono novecento o mille euro al mese, bollette escluse. Prova a farci stare uno stipendio da lavoratore povero: quella casa, semplicemente, non te la puoi permettere. E infatti oltre un milione di famiglie in affitto sta sotto la soglia di povertà; essere inquilino, dice l’Istat, moltiplica quasi per cinque il rischio di finire in miseria rispetto a chi un tetto di proprietà ce l’ha. Aggiungici che da noi le case popolari coprono appena il 3,8 per cento delle famiglie, contro il 24 per cento dell’Austria, e che tra le famiglie di soli stranieri la povertà assoluta arriva al 35, sei volte più che tra gli italiani, e si capisce chi è che vive dietro quel cancello.

E poi in mezzo a loro ci sono le camionette della polizia, in fila lungo la strada. Stazionano, controllano, parlano, in assetto anti sommossa fermi immobili mentre tutto attorno si muove. Tengono i motori accesi tutto il giorno al minimo per tenere in vita l’aria condizionata, perché anche là sotto, in divisa, si crepa di caldo. Nei gazebo, nei bagni chimici, nelle tende, la calura non molla, e a un certo punto qualcuno accende dei ventilatori industriali, più per non arrendersi che perché servano davvero.

I bambini, intanto, giocano. Li hanno messi dentro delle piscinette gonfiabili portate dai volontari, e loro si rincorrono con le pistole ad acqua, ridono, si bagnano. Sono più di cento, dai neonati ai bambini di otto o nove anni, e tenerli occupati è forse la cosa più difficile di tutte: c’è chi li spruzza con gli idranti, chi inventa un gioco, chi si è messo il costume da clown. Serve a rubare al dramma qualche minuto. Coi piccoli funziona; poi guardi gli adolescenti e capisci che con loro il trucco non tiene. Nei loro occhi non c’è nemmeno rabbia, ma l’incredulità di chi ha visto succedere una cosa che gli sembra ancora impossibile.

E chi resta dalla parte fuori non perde soltanto un tetto: perde la presa sulle cose. Quando ti strappano la casa da un giorno all’altro, entri in una precarietà assoluta, dove tutto quello che davi per scontato smette di funzionare. Il tempo non è più tuo: non lo gestisci, lo subisci, ora per ora, in attesa che qualcun altro decida. Il futuro si accorcia fino a sparire, perché non puoi pensare a settimana prossima se non sai dove passerai la notte. È una spossessione che va oltre i muri: ti toglie la possibilità stessa di progettare la tua vita, di sentirla ancora in mano tua. Per questo il cancello chiuso fa così male. Non tiene fuori solo dalle stanze, ma da ogni certezza su ciò che verrà.

«A stare lontana da qui sto peggio. Lo so che fa caldo, che è dura, ma non riesco ad andarmene da casa mia», dice una signora a un’altra, sotto il cancello. È la seconda notte all’aperto. Famiglie con bambini, anziani, persone fragili hanno dormito su una branda o direttamente sul marciapiede, mentre la casa resta sigillata dietro i poliziotti.
Un tetto, chi lo cerca, lo trova, ma provvisorio, da smontare la mattina dopo. Il Municipio I ha messo settanta posti letto, divisi tra la Casa del Municipio, il Polo civico e il centro anziani dell’Esquilino; i più fragili trovano posto anche al Centro servizi per il volontariato e nella palestra della scuola Di Donato, mentre la basilica di Santa Croce in Gerusalemme apre le porte e la Protezione civile porta brande e prime necessità. È lì che dormono i vecchi, i bambini, chi ha una malattia. Settanta letti per quattrocento persone: gli altri si arrangiano coi materassini da campeggio per terra, e per la doccia bussano ai vicini.
Sopra le teste, intanto, si gioca la partita politica. Il sindaco Gualtieri, appena uscito da un lungo tavolo in Prefettura, dice che il Comune ha messo sul piatto un’offerta per comprare l’edificio, con delle fasi intermedie per far rientrare la gente appena possibile. La proprietà chiede tempo, e tutto slitta a lunedì. Da destra il governatore Rocca mette le mani avanti: se il palazzo si compra e si mette a norma, dentro ci deve andare chi sta in graduatoria, non chi ha occupato. Sotto le dichiarazioni, però, c’è un ostacolo che nessuno nomina: a chiudere il palazzo è stata la Procura, ci sono indagini in corso, e le tempistiche potrebbero essere lunghe. L’unica cosa concessa, dopo ore di trattativa, sono venticinque persone fatte entrare a prendere i medicinali. Nient’altro.

La domanda vera, comunque, resta senza risposta: questa gente, adesso, dove va? Nel 2024 il ministero dell’Interno ha contato oltre quarantamila sfratti, tre su quattro per morosità, e dietro quella parola quasi sempre ci sono persone che hanno smesso di pagare l’affitto solo dopo aver tagliato tutto il resto. È un Paese che produce sfrattati in continuazione e non sa dove metterli. Roma è tutto questo in scala: diciassettemila persone in fila per una casa popolare, più di cinquemila famiglie tagliate fuori dalla parte alta della lista, metà con più di sessant’anni. Dall’altra parte, l’offerta si conta sulle dita: centocinquanta alloggi recuperati in un anno dal Comune, poco più di cento messi a disposizione dall’Ater. Di questo passo, per smaltire la coda ci vorrebbero decenni.
Il paradosso è che le case ci sarebbero. In Italia si stima ci siano almeno centomila alloggi pubblici sfitti, vuoti o murati, fermi perché nessuno li ristruttura o li assegna. Case dello Stato, chiuse a chiave, mentre a poche centinaia di metri c’è chi dorme su una branda. È in questo vuoto che arriva il grande annuncio, il Piano casa del governo Meloni, presentato a maggio dalla premier in persona: dieci miliardi, centomila alloggi in dieci anni. Ma basta guardare la voce più concreta e la cifra si sgonfia: sessantamila case pubbliche da recuperare, con meno di un miliardo spalmato su quattro anni. Briciole, per rimettere in piedi immobili che lo Stato già possiede e lascia marcire. Il resto lo dovrebbero mettere i privati, con un modello pensato dichiaratamente per le giovani coppie del ceto medio strozzate dagli affitti — di nuovo la fascia appena sopra, chi un reddito ce l’ha e non riesce a comprare, non chi un reddito non ce l’ha affatto. Chi sta sotto, in quel disegno, non è previsto. E nel frattempo il fondo per l’affitto e quello per la morosità incolpevole non vengono rifinanziati da tre anni: i due strumenti che potevano tenere una famiglia in casa prima dello sfratto sono a secco, mentre il grande piano promette di ricostruire fra dieci anni quello che oggi, non finanziando quei fondi, si contribuisce a mandare in pezzi.
Qui la storia di via Statilia dice qualcosa che va ben oltre Roma. Sgomberare è facile: bastano un cancello, dei blindati, qualche turno di agenti dentro un palazzo vuoto, e si conta in ore. Dare una casa è lento, costa, non porta voti, e costringe ad ammettere una cosa scomoda, e cioè che quattrocento persone accampate sotto dieci platani non sono un problema di ordine pubblico, ma il sintomo di un patrimonio pubblico lasciato andare e di un mercato che ha espulso chi non riesce a stargli dietro. Quando si chiude una porta e non se ne apre un’altra, il problema non sparisce. Si sposta soltanto, di qualche isolato o di trent’anni di lista d’attesa.




