Dai musei londinesi degli anni Trenta alle macerie di Saint-Lô, gli scritti sull’arte di Beckett raccontano il passaggio da una catastrofe ontologica a una catastrofe storica. E l’imperativo che ne discende: costruire l’opera anche sapendo che fallirà

Sir Samuel Beckett (di cui ricorrono quest’anno i 120 anni dalla nascita con molte nuove edizioni, a cominciare dai Radiodrammi riproposti da Einaudi, ndr) gli anni londinesi furono soprattutto anni di musei e gallerie. Tra il 1933 e il 1935, il giovane scrittore irlandese, ancora sconosciuto, frequentava assiduamente le principali collezioni della città, dalla National gallery alla Tate, dalla Wallace Collection al Victoria and Albert museum, tanto da presentare persino una domanda per un posto alla National gallery. L’amico pittore Avigdor Arikha ricorderà che poteva trascorrere anche un’ora davanti a una sola tela, assaporandone linee, forme e colori fino al più piccolo dettaglio. Ma ciò che lo affascinava non erano solo le soluzioni formali: cercava di comprendere i processi mentali che presiedono alla costruzione dell’immagine pittorica e, soprattutto, se sia ancora possibile rappresentare un mondo ormai irriducibilmente estraneo all’uomo. Nel 1934, davanti ai dipinti di Cézanne alla Tate gallery, Beckett riconosce per la prima volta il problema che attraverserà tutta la sua riflessione sull’arte. In una lettera a Thomas MacGreevy - l’amico che a Parigi lo ha introdotto nella cerchia di Joyce - scrive che Cézanne è il primo a vedere il paesaggio come «materiale di un ordine strettamente peculiare, incommensurabile con qualunque espressione umana»: un paesaggio atomistico, senza velleità di vitalismo. In quella pittura Beckett riconosce il segno di una frattura ormai irreversibile tra l’uomo e il mondo. È ormai

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