Una vecchia canzone napoletana afferma che ‘e figlie so’ piezz’e core. I ragazzi, in altre parole, in quanto parti dell’organo vitale più importante, andrebbero trattati con cura e seguiti con attenzione, senza ricorrere alle maniere forti. È vero che la retorica eccede spesso la realtà - la storia degli orfanotrofi e degli abbandoni lo testimonia - ma l’attitudine della società italiana nei confronti dei minori e dei giovani differisce radicalmente da quella di molti altri Paesi.
Una peculiarità che, se da un lato ha frenato la fluidificazione delle soggettività, imprigionandole in legami di parentela più o meno densi, dall’altro ha favorito la formazione di reti di solidarietà e un atteggiamento di maggiore tolleranza nei confronti delle devianze giovanili. Non mancano, ovviamente, i risvolti negativi: la difesa acritica dei membri della propria famiglia, l’eccessivo ripiegamento nel privato.
All’interno di questo quadro socioculturale contraddittorio, nel 1988 era stato costruito un sistema penale minorile imperniato sull’obiettivo di non interrompere la crescita del minore. Un impianto che aveva retto: alla vigilia dell’approvazione del decreto Caivano, nel 2023, i minori rinchiusi negli Istituti penali minorili (Ipm) erano 360. Un numero molto inferiore agli attuali 630 - destinato ancora a crescere - che aveva fatto sì che l’Italia, per una volta, venisse presa a modello sul piano internazionale dai Paesi intenzionati a riformare la giustizia minorile.
Come si è arrivati, allora, a generare un’ondata di panico morale senza precedenti nei confronti dei minori, fino a invocare misure restrittive e a plaudire al loro varo? Le ragioni Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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