A un secolo dalla promulgazione delle leggi “fascistissime” e dall’arresto di Gramsci, allora segretario generale del Partito comunista d’Italia - rispettivamente 6 e 8 novembre 1926 - all’École Française di Roma è stata presentata L’opera-vita di Antonio Gramsci (Einaudi), traduzione italiana aggiornata dell’importante volume di Romain Descendre e Jean Claude Zancarini, docenti all’École normale supérieure de Lyon.
L’evento, a cui ha partecipato con gli autori il curatore Giulio Azzolini, era presenziato da Francesco Giasi, direttore della Fondazione Gramsci, con il compianto Gianni Francioni curatore dell’Edizione nazionale in corso degli scritti gramsciani e coautore di Un nuovo Gramsci. Biografia, temi, interpretazioni (Viella). E nello stesso 2020 curatore delle Lettere dal carcere per I Millenni Einaudi. Mancano purtroppo le lettere di Tatiana Schucht, invece presenti nella preziosa e ormai introvabile edizione einaudiana 1997 del carteggio degli anni del carcere (1926-1935) a cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele, di cui in molti auspichiamo una ristampa.
Segnale di una rinnovata sintonia culturale italo-francese, la presentazione del volume ha aperto le porte all’importante convegno internazionale “Marc Bloch (1886-1944). Letture dall’Italia”, in quattro sedi romane in occasione dell’ingresso al Pantheon del grande storico, nel 1944 torturato e fucilato dalla Gestapo: un maestro per quanti fin da giovani lo hanno conosciuto e amato come autore dell’Apologia della storia (Einaudi).
A partire dal titolo, il nuovo libro disegna una ricca biografia letteraria del grande sardo che, precoce intellettuale, dal 1915 talentuoso giornalista e infine carcerato, come osserva Zancarini, durante tutta la vita scrisse tanto, senza pubblicare nessun libro.
Un’opera originale dunque che, risentendo anche della consolidata tradizione francese degli Annales, della vicenda gramsciana offre una visione diversa da quella canonica, gettando luce anche su aspetti usualmente lasciati in ombra, eppure importanti nella ricostruzione del coerente sviluppo di pensiero del rivoluzionario sardo, e del suo stesso drammatico destino.
Mi riferisco soprattutto all’interpretazione gramsciana del lascito marxiano, assolutamente originale rispetto al marxismo-leninismo affermatosi con la rivoluzione dell’ottobre 1917, dopo la morte di Lenin cristallizzatosi e divenuto dittatura con la “svolta” staliniana del 1930. Di cui Gramsci ebbe a pagare amaramente il prezzo anche all’interno del suo stesso partito, fino alla morte avvenuta il 27 aprile 1937, senza poter mai rivedere la moglie Giulia Schucht e i due figli Delio e Giuliano, addirittura mai conosciuto.
Il 1926 fu per Gramsci un anno cruciale, e non solo nella sua vita, ma nell’intera storia italiana. La rivendicazione da parte di Mussolini, nel gennaio dell’anno precedente, della “responsabilità politica e morale” dell’assassinio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) a fronte dei crescenti disordini che ne erano seguiti, era il primo atto di una serie di feroci misure tese all’eliminazione di qualunque manifestazione di dissenso, e all’instaurazione di uno Stato di polizia.
In quello stesso 1926 Gramsci aveva steso l’originale saggio sulla questione meridionale - sfuggito al sequestro al momento dell’arresto - che teorizzava la necessità dell’alleanza rivoluzionaria tra operai e contadini, e aveva partecipato al congresso clandestino di Lione, di cui la biografia-vita offre una documentata Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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