Quando si accendono le luci in sala, dopo la visione di Naza, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, si percepisce la stessa dignitosa contrizione che accompagna una funzione funebre. Un silenzio assordante domina su tutto. Non si ha voglia di parlare, di commentare. Si resta chiusi nei propri pensieri. Poi ci sarà anche il tempo delle parole e dei commenti, ma non in quel momento, perché si ha l’impressione che non esistano parole umane per descrivere quello che abbiamo immaginato. Sì, perché il film non mostra, non esibisce il dolore, ma lo lascia immaginare attraverso le fredde parole degli ufficiali e dei militari israeliani intervistati.
Eppure siamo stati abituati, per quasi tre anni, a vedere gli effetti di quei bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Ma una delle conseguenze di questa esposizione continua è stata, paradossalmente, una sorta di assuefazione alla violenza e alla morte. La cosa più assurda di questa epoca dell’ipercomunicazione è stata trasformare un genocidio consumato sotto gli occhi di tutti in un evento al quale era possibile abituarsi, con il quale familiarizzare, dalle poltrone delle nostre case.
Naza è servito a squarciare il velo di questa “ipnocrazia”. C’era bisogno del punto di vista del carnefice per provare fino in fondo il dolore delle vittime, per andare oltre il dato sensibile di quello che vedevamo, e per capire finalmente. La testimonianza di 24 militari, uomini e donne dell’intelligence israeliana – che raccontano dall’interno i meccanismi attraverso i quali venivano individuati i bersagli, valutati i rischi e autorizzati gli attacchi – è servita a mettere in discussione la rappresentazione di una guerra sempre chirurgica, tecnicamente impeccabile e condotta attraverso rigorose procedure di tutela dei civili. Con Naza abbiamo scoperto che durante la sedicente “guerra” di Gaza i cosiddetti danni collaterali (appunto, da qui l’acronimo Naza) non erano una conseguenza, ma il fine. Un ufficiale non ha avuto timore a confessare che, per eliminare un presunto membro di Hamas durante un’operazione, è stato autorizzato lo sterminio di 500 persone innocenti.
Gino Strada ci aveva messo di fronte, prima di molti altri, a un mutamento radicale della guerra e dei suoi effetti. Nel Novecento, sosteneva, il rapporto tra combattenti e civili si era progressivamente rovesciato: le vittime non combattenti, che rappresentavano circa una persona su dieci all’inizio del secolo, erano diventate nove su dieci alle soglie del Duemila. È un dato che Strada utilizzava per mostrare come la guerra contemporanea abbia progressivamente trasformato i civili nel principale bersaglio. Si crea così il paradosso che, nelle guerre combattute oggi, può essere più sicuro essere un combattente che un civile.
L’ipertecnologia delle guerre contemporanee ha creato una maggior distanza, non solo fisica ma anche emotiva, tra chi uccide e chi viene ucciso. Gli ufficiali israeliani non hanno provano emozioni. Sono ragazzi come tanti altri che, tra un bombardamento e l’altro, chiusi nel bozzolo della loro console che produce morte a distanza, escono con gli amici e vanno a ballare la sera. Molti di loro confessano di aver eseguito degli ordini e che, se non l’avessero fatto loro, lo avrebbe fatto qualcun altro al posto loro. Confessano di far parte di un ingranaggio più grande di loro, che chiamano anche “fabbrica di morte”. La responsabilità tende così a dissolversi nella struttura.
È proprio qui che si trova uno dei nodi più inquietanti del film: quando la morte dei civili viene trasformata in una variabile, in un numero, in un dato inserito all’interno di una procedura tecnica, si neutralizza la responsabilità morale di chi decide. Naza si regge proprio sulla sproporzione tra il freddo registro linguistico dei soldati e le conseguenze devastanti delle loro azioni. Sembra di assistere, in maniera amplificata, alla deposizione di Adolf Eichmann durante il processo a suo carico fatto dalle autorità israeliane. Ritorna ciclicamente nella storia dell’umanità la banalità del male. Al di là dei nostri “etno-egocentrismi”, non esiste un essere umano ontologicamente migliore o peggiore di un altro, solo per il fatto di appartenere a una nazione, a una religione, a un’etnia, a una cultura, a una memoria piuttosto che a un’altra. Per questo sono particolarmente irritanti i tentativi ipocriti di stabilire una gerarchia morale tra la “barbarie” di Hamas e la “civilissima” Idf nel provocare la morte dell’altro. Come se l’etica della morte dipendesse dalla tecnologia con cui la morte viene prodotta.
E tuttavia, nel racconto di Naza, accanto alla freddezza e alla normalizzazione della violenza emergono anche, in alcuni degli intervistati, dubbi e incrinature della coscienza. Uno dei testimoni racconta di essere stato in Polonia da ragazzo, in visita ai campi di sterminio, e si chiede: «I nazisti sono stati il male assoluto, ma mi domando: chi sono io?». È forse questa la domanda più importante dell’intero documentario.
I nazisti non erano antropologicamente diversi dagli altri esseri umani. Erano uomini e donne normali. Potevano essere buoni padri, buoni amici, buoni mariti o cattivi mariti. Erano semplicemente persone che, in una situazione di radicalizzazione, si sono spinti sempre un passo più avanti. Questo può succedere a qualsiasi società e può succedere in qualsiasi momento. Se vogliamo imparare qualcosa dalla storia, forse è proprio questo.
Modificando e manipolando specifiche condizioni storiche e sociali, anche il più civile e umano degli uomini può, ancora una volta, radicalizzarsi. Pensiamo agli esperimenti sull’obbedienza sociale di Stanley Milgram negli anni Sessanta e a quelli sulla deumanizzazione fatti da Philip Zimbardo all’Università di Stanford negli anni Settanta. Tutte le “cavie” di quelle ricerche erano uomini cosiddetti “normali”, padri, madri, figli di un’America perbene, ma, a ben guardare, non così diversi da Adolf Eichmann (fu proprio il suo processo a ispirare gli esperimenti di Milgram).
Nessuno è immune da questo processo di radicalizzazione. Anche noi, nell’Italia democratica e liberale post-fascista, lo abbiamo vissuto in tante occasioni, fino a quella più palese e scioccante – ancora una volta in mondovisione – consumata a Genova nel 2001, nella scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto, quando le garanzie costituzionali sono state sospese e abbiamo assistito a un’autentica pagina di squadrismo istituzionale. Theodor W. Adorno sosteneva che l’unica vera forza capace di opporsi alla barbarie potesse essere l’«autonomia»: «se mi è lecito adoperare l’espressione kantiana, la forza cioè che spinge verso la riflessione, l’autodeterminazione, il non fare ciò che fanno gli altri».
L’antidoto al «principio di Auschwitz», ci dice Adorno, sembra essere allora proprio la capacità di pensare con la propria testa, di sottrarsi all’obbedienza automatica, di conservare la facoltà di giudicare anche quando tutto intorno spinge nella direzione opposta. In questo senso, il principio di Antigone può diventare una potente figura dell’autonomia: la forza della propria legge interiore contrapposta a un nomos imposto dall’alto, quando quel nomos entra in conflitto con ciò che la coscienza riconosce come giusto.
Per questo credo che Naza debba essere visto e discusso. Non soltanto perché porta all’attenzione testimonianze gravissime sui crimini commessi dall’esercito israeliano, ma anche perché costringe a guardare dentro il meccanismo attraverso il quale una società può progressivamente abituarsi alla violenza. E, soprattutto, perché dà voce a quella parte della società israeliana, coraggiosamente rappresentata dai registi Yuval Abraham e Rachel Szor, che sceglie di interrogarsi, di dissentire e di non accettare che l’appartenenza nazionale, politica o religiosa possa diventare un alibi per sospendere la propria coscienza.

L’autore: Piergiorgio Curzi è regista, sceneggiatore, fotografo, montatore
Fonte foto: Locandina del film Naza




