«I fautori del revisionismo hanno costruito una Storia parallela, non vera», dice il direttore di Giornale Radio, che nel suo nuovo libro racconta un’Italia che non ha mai fatto davvero i conti con il fascismo e con gli apparati del regime, sopravvissuti indenni alla nascita della Repubblica.

Il giornalista d’inchiesta Daniele Biacchessi ha pubblicato oltre quaranta volumi su molti dei punti nodali e critici della nostra storia, alcuni dei quali, purtroppo, ancora irrisolti. Con il suo ultimo libro Cento anni di storia d’Italia. Cronache di un paese smemorato (Jaca Book), il direttore editoriale del Giornale Radio mette sotto osservazione l’uso pubblico e la manipolazione politica della memoria dell’ultimo secolo che hanno prodotto storture che sono giunte fino ai giorni nostri, formando una sorta di contronarrazione per cui i vinti, i carnefici nazisti e fascisti, si sostituiscono e si trasformano da vinti a vincitori.

Se il revisionismo, nei fatti, è la rilettura critica della storia basata su nuove prove o diverse interpretazioni, che può sfociare nella falsificazione storica al fine di sostenere particolari ideologie o narrazioni, ricorda Biacchessi. Non è certo la prima volta che accade: nel Novecento, già nel primo dopoguerra, la carneficina della prima guerra mondiale venne rivista e raccontata come se fosse tutto eroismo e amor patrio il sacrificio di centinaia di migliaia di morti e di quasi mezzo milione di invalidi, usati in realtà come carne da macello. Quasi fosse l’ideale finalmente raggiunto di quel processo che era stato il Risorgimento, tutt’altro che completato in un Paese arrivato all’unità solo da pochi decenni.

La retorica imperversava sui mezzi di comunicazione di massa dell’epoca, arrivando ad appropriarsi anche di personaggi come Carlo Pisacane, di cui si dimenticava la formazione socialista e libertaria, o Anita Garibaldi, celebrata come eroina ma lontana dal modello

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