L'attivista iraniana impegnata nel movimento Donna, vita e libertà e con Amnesty International racconta come la società iraniana sta affrontando questo difficilissimo momento storico

Il 2026 per l’Iran è iniziato con una nuova e imponente ondata di proteste contro la Repubblica islamica, che si riallacciava alla rivolta di Donna, vita, libertà esplosa nel 2022 dopo la morte di Jina Mahsa Amini, provocata dalle violenze subite mentre era sotto la custodia della polizia morale. La repressione è stata durissima: nel giro di poche settimane migliaia di persone sono state uccise e la mobilitazione di massa è stata sostanzialmente soffocata già entro la metà di gennaio. Poi, il 28 febbraio, l’insensato attacco militare sferrato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha precipitato il Paese nella guerra e ristretto ulteriormente ogni spazio per il dissenso. Dopo l’uccisione di Ali Khamenei, la Guida suprema è diventata suo figlio Mojtaba, ma dietro la continuità formale del potere clericale i Pasdaran hanno assunto un ruolo ancora più centrale. E la repressione interna si è ulteriormente inasprita, con migliaia di arresti, nuove esecuzioni e una crescente militarizzazione del controllo sociale. Abbiamo incontrato l’attivista iraniana Parisa Nazari impegnata nel movimento Donna, vita e libertà e con Amnesty International, per cercare di capire come la società iraniana stia affrontando questo difficilissimo momento storico. Ecco cosa ci ha raccontato.

Parisa Nazari, quanto hanno inciso le sanzioni sulla trasformazione economica e sociale dell’Iran e sul rafforzamento dei Pasdaran?

Questa oligarchia si è formata anche grazie alle sanzioni, già con la prima amministrazione Trump. L’Iran è soggetto alle sanzioni sin dai tempi di Ahmadinejad. Ma mai come con Trump al potere le sanzioni hanno colpito così a fondo la popolazione, rendendo di fatto la classe media ormai inesistente; hanno creato queste oligarchie che, proprio con le sanzioni, hanno visto aumentare il proprio volume di affari, approfittando dell’embargo per contrabbandare petrolio. Il Paese ha visto crescere questo gap sociale tra chi è vicino ai Pasdaran e il resto della popolazione, sempre più povera, con l’inflazione alle stelle. Ci sono invece famiglie, in senso un po’ mafioso, che sfrecciano con Lamborghini e Ferrari, che creano holding che di fatto operano nel riciclaggio del denaro sporco. Ci sono sempre più ricchi e masse di poveri che percepiscono che non c’è più prospettiva nel futuro. Ecco perché scendono in piazza, anche quando sanno che potrebbero essere uccisi, come nel gennaio del 2026.

Infatti, nella storia della Repubblica islamica i movimenti sociali e, in prima linea, quelli femminili spesso si incuneano tra i conflitti interni all’establishment; cosa sta accadendo oggi?

Il binomio guerra esterna-repressione interna fa indietreggiare le lotte della società civile. Negli anni recenti abbiamo visto milioni di iraniani in diverse città dire no alla dittatura. La più famosa ondata di protesta forse è stata quella di Donna, vita e libertà del 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, ma la più sanguinaria è stata quella del gennaio 2026; anche nel 2019 il regime ha bloccato internet e ha sparato sulla folla dei manifestanti. Tuttavia questo assurdo intervento militare ha portato i sostenitori del regime a conquistare proprio quelle piazze della protesta, aiutandolo a essere ancora più aggressivo. Chiunque in Iran può essere accusato di spionaggio, di collaborazione col nemico. Tutti questi reati sono legati al clima bellico: è aumentato il numero di esecuzioni capitali per spionaggio.

L’orientalismo continua a dipingere una Persia esotica, un Paese monolitico minato da autoritarismi “naturali”. Trump ha minacciato di distruggere la secolare civiltà. La cultura iraniana è molto diffusa in Occidente. C’è un ruolo delle diaspore in questo senso?

Parlare dei termini gravissimi di Trump sarebbe un discorso lungo ma inutile. Probabilmente è più grave il suo agire. Ho fatto parte del movimento Donna, vita e libertà; lavoro in campo interculturale, sempre con uno sguardo ai diritti umani. Da 15 anni collaboro con Amnesty International e ho sempre denunciato le violazioni dei diritti umani e dei diritti delle donne. In particolare, quello che poi mi permetteva di tornare in Iran era lottare contro gli stereotipi, contro questo sguardo orientalistico, esotizzante, che dipinge un Paese come se fosse un tutt’uno. Giustamente tu hai detto le diaspore, perché quella iraniana è una diaspora piuttosto numerosa. Siamo circa 8 milioni. Il nostro Paese non è un tutt’uno e ancora di più non lo è l’esilio. È un Paese di 92 milioni, ricco di etnie, di pensieri: perciò dipingerlo come un Paese bello a me a volte dà fastidio. «Sei iraniana, che bello!». Ma perché? Cosa c’è di bello? Sì, lo posso dire io perché veramente è un Paese bello. L’arte, la poesia, la cultura fanno parte della nostra realtà da millenni. Però di fatto questo modo di dipingere in maniera esotica il Paese è anche un modo di ingessarlo, una scorciatoia per non prendersi le proprie responsabilità.

Che ruolo dovrebbe avere oggi la diaspora iraniana di fronte alla repressione interna e alla guerra?

Oggi in piazza ho cercato semplicemente di veicolare il messaggio dei prigionieri politici che hanno scritto un appello che vi chiedo di pubblicare e che spero abbia un seguito e venga firmato. Guardateci, sosteneteci, non dipingeteci solo come quel Paese bello, ricco di storia, di civiltà quale siamo. In questo momento è urgente che si capisca quanto sta soffrendo questo popolo e come sia schiacciato tra due lame di una forbice, una esterna e una interna. Perciò sì, le diaspore dovrebbero adesso attirare l’attenzione del mondo su ciò che stanno soffrendo gli iraniani, anche se c’è una parte della diaspora che si è data tutt’altra missione. La diaspora dovrebbe agire unita per sensibilizzare la società civile; dovrebbe provare a fare pressioni sui governi perché in questo momento i potenti del mondo se ne fregano altamente del destino del popolo iraniano. Conta solo la questione dello stretto di Hormuz, il passaggio del petrolio. La chiusura di quello stretto è un po’ un emblema di quel che è quel regime, che tiene sotto scacco una popolazione intera. Di questo non si parla per niente.

La crisi di Hormuz rivela quindi una narrazione binaria in cui la verità sembra impossibile da individuare, tanto che nemmeno la parola democrazia viene più evocata.

C’è questo binarismo. Ed è come una piaga, come diceva prima in piazza anche Sadra (Valizadeh, artivista queer), riferendosi all’esatto contrario del suo modo di essere. Nella società iraniana sembra prevalere una logica per cui, se non sei dalla parte della Repubblica islamica, sei a favore di Israele e degli Stati Uniti; noi invece ci chiamiamo la terza via, la terza voce del popolo iraniano. Ci sono sostenitori del regime, sicuramente: nessuna dittatura resiste senza appoggio. Sono aumentati dopo la guerra; succede sempre dopo una guerra che ci sia una sorta di coesione interna, perché si deve difendere il Paese. Questo significa che adesso dobbiamo solidarizzare con il regime iraniano? No. Ci si può indignare, condannare un attacco illegale da parte degli Stati Uniti e di Israele, ma non significa che si è dalla parte di un regime che tiene in ostaggio una parte enorme della popolazione, che può essere condannata a morte per aver espresso un’opinione. C’è un giornalista, Hossein Shanbehzadeh, in carcere da anni per aver messo un punto su un tweet di Ali Khamenei; circa 3 anni fa, la Guida Suprema scrisse un tweet senza mettere un punto. Questo giornalista commentò con un solo punto, che ottenne più like del tweet di Khamenei, e per questo venne condannato ad anni di carcere: lo chiamano il prigioniero politico del punto. Quel punto lì è una specie di referendum. Se un punto ottiene più consenso rispetto a una frase della Guida, significa che c’è una parte della popolazione che non vuole vivere sotto una dittatura e lo dice ogni volta che scende in piazza e viene arrestata o uccisa: tutto questo deve pur significare qualcosa per il mondo che guarda.

Non si è liberi in Iran; è facile finire in carcere. Hossein sta malissimo. In carcere si ammalano tutti e non ricevono cure mediche. Per qualche strana ragione, a chiunque finisca in carcere prima o poi vengono le malattie più strane: Shanbehzadeh sta morendo per quel punto.

Cosa prova una donna che ha sostenuto il movimento Donna, vita e libertà quando sente parlare di patriarcato mediterraneo? Anche in molti Paesi liberali le condizioni femminili stanno decisamente ridefinendosi in maniera negativa. Perché il controllo del corpo delle donne è qualcosa che tormenta una certa visione del potere?

Questa è una domanda molto interessante. Il movimento Donna, vita e libertà non nasce in Iran; è stato teorizzato dal popolo curdo ed è un concetto universale che mette la donna al primo posto, promuovendo l’uguaglianza di genere e mettendo la vita al centro. È un movimento antipatriarcale, non violento, contro la guerra e per la libertà. Il patriarcato non è una prerogativa delle società dittatoriali come l’Iran. È vero che il regime iraniano, con le sue leggi misogine, discrimina la donna come se fosse una cittadina di secondo livello. In Italia, dove vivo da 30 anni e che è la mia seconda patria, le leggi sulle donne sono state migliorative, anche se quella sul consenso è stata bloccata al Senato, proprio perché il concetto del consenso ancora dà fastidio. Il patriarcato è presente anche nelle società democratiche e resiste. Perciò alla fine siamo tutti sulla stessa barca, che sta per affondare: dobbiamo combattere insieme il patriarcato, altrimenti non vinceremo mai.

Il recupero del passato in chiave di legittimazione del presente è in atto anche nelle democrazie occidentali, dove la storia diventa una leva su cui costruire una visione della realtà, in particolare nelle scuole. In Iran, nei manuali di insegnamento, all’orgoglio islamico come elemento di resistenza all’oppressione si sovrappone il concetto di autorità forte in funzione di difesa del Paese. Quindi agli studenti viene proposto un modello che esorta nello stesso tempo all’obbedienza e alla resistenza?

Sì, io vedo cose veramente assurde sui libri della scuola in Iran, che danno una visione completamente distorta della storia. Un giovane deve fedeltà non solo alla patria, ma soprattutto al popolo musulmano, definito un unico grande popolo che deve proteggere l’Islam dai miscredenti. Negli ultimi anni il regime si è fatto più furbo, perché fa leva sul sentimento patriottico. In Iran i poeti sono molto amati, quasi fossero dei santi. Le poesie di Firdusi, nato nel X secolo, si ritiene che abbiano salvato la lingua persiana dopo l’invasione araba perché il suo libro, per secoli, è stato narrato oralmente, preservando la lingua persiana. Questo poeta per decenni è stato ignorato, ritenuto un nemico della Repubblica islamica, perché si rifaceva al periodo preislamico. Negli ultimi anni, invece, è stato rivalutato perché hanno capito che, essendo un poeta molto amato, potevano far leva sulle figure eroiche raccontate nel suo libro. Cercano di fare in modo che il patriottismo venga mescolato con la difesa della religione, in maniera da rendere ancora più compatta la popolazione.

Questa sovrapposizione tra religione e patria come viene vissuta dalle nuove generazioni?

Sicuramente ci riescono per una parte che è molto legata alla religione ed è vicina al regime. C’è un’altra parte, invece, che vive la religione come una sfera personale ed è per la separazione dello Stato dalla religione; infine c’è una grande parte che, proprio perché oppressa, è di fatto sempre più lontana dalla fede. C’è purtroppo una forte islamofobia in questo momento sia in Iran sia nella diaspora; se i giovani si definiscono atei va benissimo. L’islamofobia, invece, porterebbe comunque una parte della popolazione contro l’altra. Si tratta di una reazione che scaturisce di fronte a un regime che da 47 anni porta avanti questa retorica della difesa della religione, piuttosto che della patria. Quando andavo a scuola c’era la guerra contro l’Iraq. Continuamente ci parlavano di questa retorica del martirio e stavamo facendo una guerra contro un altro Paese musulmano! Però stavamo difendendo l’Islam. Adesso c’è una guerra del fanatismo religioso condiviso da tutte e tre le parti, perché in Israele c’è una parte del Parlamento che, in nome della religione, ritiene che bisogna annettere tutta la regione con la violenza. Negli Stati Uniti gli integralisti vedono Trump come discendente di Gesù. In Iran sono messianici e sostengono che il 13esimo Imam arriverà quando ci sarà una grande guerra contro i miscredenti e la terra sarà cosparsa di sangue. Il popolo iraniano è schiacciato tra questi fanatismi e i giovani reagiscono spesso andando contro il concetto di religione. I genitori tolgono i bambini dalla scuola, perché non vogliono che vengano bombardati da questa retorica. È una pratica illegale, però si trovano degli escamotage. Ricordo che la mia insegnante di storia è entrata in classe e ha detto: «Ragazzi, questa parte del libro non ve la insegno perché sono tutte menzogne: la storia non è andata così e io mi rifiuto. Se volete, andatela a studiare da soli». Noi studenti la adoravamo.

L’autore: Marco Cosentina è insegnante in una scuola superiore di Reggio Emilia

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