Ci sono immagini che hanno quella particolare capacità di sedimentarsi nella nostra memoria, fino a diventare talmente familiari da farci quasi dimenticare da dove provengano e cosa abbiano voluto raccontare. Cani che abbaiano. Corpi che danzano, che si rincorrono e si abbracciano. Bambini raggianti animati da particolare energia. Segni semplici, immediati, colorati e, solo in apparenza giocosi, che riprodotti negli anni su muri, spille, magliette e manifesti, hanno finito per costruire uno dei linguaggi visivi più riconoscibili del Novecento.
Dietro queste immagini c’è Keith Haring al quale, dal 6 ottobre il Museo di Roma, nelle sale del Palazzo Braschi, ospita un’ampia retrospettiva. Giovane artista americano, profondamente immerso nelle grandi contraddizioni politiche e sociali degli anni Ottanta, Haring seppe trasformare il proprio inconfondibile universo di segni in un linguaggio popolare e immediatamente accessibile, facendone uno straordinario strumento di presenza e denuncia civile. Dotato di un particolare talento per il disegno ed il linguaggio del fumetto, la svolta decisiva nella sua formazione artistica coincise il suo arrivo a New York nel 1978, dove una comunità di artisti si muoveva già da tempo al di fuori del sistema tradizionale dell’arte, occupando le stazioni della metropolitana e i luoghi della cultura underground. «Nati come firme (tag), come segni per distinguersi, per rendere manifesta la propria presenza, i graffiti di New York ebbero come primo grande supporto il metallo dei vagoni della metropolitana.

Tutto ciò appariva alla moral majority come una indecenza degna di ragazzacci incivili. Furono fatti vari tentativi per ridurre al silenzio quelle scritte urlanti, ma esse nascevano da una esigenza più drammatica e sentita delle isteriche smanie di “ordine e pulizia” dell’amministrazione cittadina» (in Rockstar, Arte di Frontiera: Keith Haring: vi disegno la storia della mia vita, di M. Di Felice e A. Pizzuti, dicembre 1984). Qui Haring trovò il proprio spazio, disegnando con il gesso bianco su spazi pubblicitari inutilizzati della metropolitana newyorkese. Superfici vuote diventarono le tele ideali per i suoi rapidissimi interventi: figure umane stilizzate, astronavi, serpenti, televisori pulsanti, cuori, bambini che gattonano e corpi danzanti entrano improvvisamente nella quotidianità di migliaia di persone. L’immagine è lì, esposta nei percorsi quotidiani, e circola andando incontro alle persone. Un’arte, quella di Haring, che sceglie di stare dentro il proprio tempo, di entrare nelle strade, attraversandone i conflitti e intercettandone le tensioni. Sorprende ciò che l’artista riuscì a realizzare nei soli dieci anni della suavita artistica pubblica; «l’arte è per tutti» sosteneva e, così dicendo, definiva una precisa concezione politica del suo fare artistico. Un’arte che potesse essere visibile, incontrando anche chi, in un museo, non sarebbe mai entrato. Un’arte accessibile e popolare in una dimensione pubblica per la sua ricerca.
L’artista farà viaggiare le immagini, intervenendo rapidamente e con forza sulle questioni del proprio tempo: guerra nucleare, razzismo, apartheid, capitalismo, consumismo, Aids, omofobia, droga, degrado ambientale, mass media, tecnologia. E il mondo entrerà prepotentemente nei suoi graffiti, provocando reazioni e spesso anche inquietudini. Figure quasi infantili, gesti e immagini rapidi che avranno il potere di narrare qualcosa di più complesso: guerra, discriminazione, oppressione, gli effetti annichilenti che il potere produce sugli esseri umani. Haring sviluppò il proprio linguaggio artistico nel pieno della Guerra fredda, mentre Stati Uniti e Unione Sovietica tornavano a misurarsi nella corsa agli armamenti. Sarà dentro questo clima che la riflessione sulla guerra si intreccerà a quella sui sistemi di potere degli anni Ottanta e sulla cupa stagione politica dell’America reaganiana, segnata da una profonda svolta conservatrice. La possibilità di un conflitto nucleare non appartiene affatto ad un immaginario lontano, ma diventa una minaccia ed una possibilità concreta.
Il 12 giugno del 1982, in occasione della grande manifestazione per il disarmo nucleare al Central Park di New York, l’artista realizzò un manifesto che fece stampare in circa ventimila copie poi distribuite gratuitamente. Ventimila copie! Migliaia di immagini consegnate alle persone perché possano circolare, essere portate via, mostrate, condivise, fatte passare di mano in mano, diventeranno così parte di una protesta. Una concezione democratica dell’arte e di impegno pacifista; una dimensione in cui questione estetica e politica si sovrappongono perché, opporsi alla guerra non significa soltanto opporsi alle armi. Significa difendere ciò che quelle armi possono distruggere: i corpi, l’amore, l’infanzia, la libertà, la possibilità di costruire relazioni, il futuro. La vita. Successivamente, nel 1988 vi tornò con una sorta di ammonimento: attraverso le immagini legate alla campagna Hiroshima: A Message of Peace ripropose la memoria della distruzione atomica. Hiroshima è qualcosa di già accaduto. Rappresenta un fatto compiuto; la testimonianza, non più cancellabile, di quanto alcuni uomini sono stati capaci di fare ad altri uominiE se la guerra rappresenta una delle manifestazioni estreme della violenza, razzismo e apartheid costituiscono l’altra faccia della stessa medaglia. Nel clima politicamente convulso degli anni Ottanta l’artista prenderà posizione contro il regime sudafricano realizzando Free South Africa, una delle immagini politiche più potenti della sua produzione. Una grande figura nera porta un cappio bianco intorno al collo. Di fronte a lei una figura bianca enormemente più piccola. Una sproporzione apparentemente sconcertante che contiene invece il senso stesso dell’opera: una minoranza bianca esercita il proprio dominio su una maggioranza nera. È rovesciando le dimensioni reali del potere che l’artista, paradossalmente, rende immediatamente percepibile l’assurdità.
Inutile negare che, a distanza di oltre quarant’anni, le domande che Haring poneva allora attraversino ancora oggi – inevitabilmente – il nostro tempo presente. Dall’omicidio dell’afroamericano George Floyd, ucciso nel 2020 durante un intervento della polizia in Minnesota, a quelli di Renée Good e Alex Pretti per mano di agenti dell’Ice, fino alla recente morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne marocchino deceduto lo scorso 19 luglio a Bologna durante un controllo della polizia. Dal genocidio in Palestina ad opera del governo israeliano alla guerra in Iran, condotta in “perfetto” stile americano, fino ai numerosi conflitti armati, alle guerre ibride o alle guerre per procura che continuano a produrre violenza e crisi umanitarie di vaste e drammatiche proporzioni.
Nonostante la violenza che attraversa molte delle sue immagini, Haring non rinunciò però quasi mai ad una straordinaria energia. Emblematica in questo senso è l’immagine del Radiant Baby (1982), che va ben oltre l’immediatezza grafica: un bambino appena entrato nel mondo. Energia pura. Possibilità. E, in una tensione che attraverserà tutto il suo fare artistico, i suoi piccoli uomini continueranno a correre, a saltare e a ballare. A cercarsi. Quasi a volerci dire che, forse, è proprio nel movimento che si nasconde quella vitale forma di resistenza.
Nel 1988 a Keith Haring verrà diagnosticato l’Aids; battaglia pubblica e privata finirono così inevitabilmente per intrecciarsi. In Silence=Death (1989) dove compaiono figure che chiudono occhi, orecchie e bocche, denuncerà quanto una società sceglierà di non guardare, la paura di parlarne, lo stigma della malattia, la discriminazione, l’indifferenza, il silenzio.
Nel 1989, pochi mesi prima di morire, l’artista arrivò in Italia e, sulla parete esterna della canonica chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa, realizzò Tuttomondo. Un grande murales che continua ad affermare la vita: trenta figure, trenta omini apparentemente semplici che si toccano e si sostengono fino a formare una unica grande struttura pulsante, collettiva. Nessun corpo sembra poter esistere completamente da solo ma ciascuno dipende dalla posizione dell’altro. Una figura sostiene, un’altra protegge, un’altra ancora si lega alla successiva. Esseri umani che stanno insieme, convivono, collaborano in pace. Forse è ancora una volta una risposta. O forse soltanto una possibilità.
Dietro quei “segni” diventati icone della cultura pop, attraversati continuamente da due forze opposte – l’una che opprime, schiaccia e separa, l’altra che unisce e mette inrelazione – prende forma una precisa visione del rapporto tra individuo, potere e società: la difesa dell’essere umano da tutto ciò che pretende di dominarlo, discriminarlo, annientarlo. A tutto questo Haring oppose il suo immaginario, fatto di corpi, bambini, amore, danza, musica, movimento. Corpi che, nonostante tutto, continueranno ostinatamente a cercarsi. Una iconografia, tutt’altro che ingenua e infantile, che chiama alla vita, alla libertà e all’uguaglianza e che chiede di essere condivisa. Il suo linguaggio resta elementare: contorni netti, forme ripetute, figure senza volto quasi a voler dire che quei corpi non appartengono a nessuno in particolare ma potrebbero essere chiunque di noi.
E dunque – oggi più che mai – ci chiama in causa. Tutti. L’11 settembre 1984, in occasione di Arte di frontiera. New York Graffiti al Palazzo delle Esposizioni, Haring realizzò un grande graffito, sullo zoccolo della scalinata, nel lato sinistro della facciata del Palazzo. L’opera fu cancellata nel 1992, durante la giunta di FrancoCarraro, nell’ambito di interventi di pulizia e “decoro urbano” che avrebbe dovuto preparare la città di Roma per la visita di Michail Gorbaciov, prevista in occasione del centenario della fondazione del Psi Pochi giorni dopo l’artista intervenne sulle pareti trasparenti del Ponte Pietro Nenni, attraversato dalla linea A della metropolitana. Anche questa sua opera fu cancellata nel 2000, sotto la giunta Rutelli. Con questa retrospettiva curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi che si apre al Museo di Roma, Keith Haring, la capitale, seppur tardivamente gli rende omaggio.
Foto di Massimo De Felice




