Le chiese evangeliche organizzano il consenso della destra nelle periferie, mentre Lula tiene insieme un fronte democratico diviso e governa con un Parlamento ostile. Alla vigilia del voto, il politologo analizza il vuoto "sociale" che il Pt non è riuscito a colmare

Il più grande Paese del Cono Sur si avvicina al voto, per cercare di comprendere con quali prospettive per il futuro i cittadini brasiliani si recheranno alle urne il 4 ottobre la rivista greca Ephoi ha rivolto alcune domande a uno dei massimi esperti europei, il politologo Gianni Fresu, docente di Filosofia politica presso il dipartimento di Scienze politiche e sociali all’Università degli studi di Cagliari, che peraltro ha insegnato per molti anni in Brasile. D’intesa con l’autore e con la rivista Ephoi riproponiamo qui l’intervista integrale. 

Quali fattori definiscono il contesto di queste elezioni?
«Il primo dato dal quale partire per comprendere l’importanza e l’incertezza delle elezioni brasiliane del 4 ottobre, credo riguardi il contesto internazionale, caratterizzato dallo scoppio di conflitti sempre più distruttivi e devastanti. Il quadro è quello di una “terza guerra mondiale a pezzi” e ha origine nel tentativo dell’Occidente di impedire l’emergere di un nuovo ordine mondiale multipolare al di fuori del proprio controllo.

In questo quadro che ruolo giocano i Brics?
I Brics costituiscono un pericolo mortale per gli Stati Uniti, che riescono ad alimentare il proprio debito pubblico fuori controllo solo grazie al fatto di coniare moneta per le transazioni internazionali. Se i Brics riuscissero a creare banche di finanziamento allo sviluppo alternative al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale, rendendo al contempo concreta la possibilità di una moneta alternativa al dollaro in Asia, Africa e America Latina, Washington crollerebbe con il più grande deficit di bilancio della storia. Tutte le crisi, le guerre e i tentativi di destabilizzazione internazionale degli ultimi 20 anni, anche in Brasile, sono strettamente legati all’obiettivo di evitare uno scenario simile.

Quanto pesano le mire di Trump?
In un simile contesto, riportare il Brasile sotto l’orbita statunitense, dopo aver fatto altrettanto con Argentina, Colombia, Bolivia, e Venezuela è un obiettivo strategico per l’amministrazione nordamericana, tanto per l’importanza di questo Paese in ragione delle sue immense risorse naturali quanto per la funzione egemonica da esso svolta in America Latina. La prospettiva perseguita dai governi del Partito dei lavoratori brasiliano (Pt) favorevole all’affermazione di una sovranità integrata dei Paesi latino-americani e la centralità assunta dal Brasile nei Brics costituiscono per l’amministrazione di Washington un inaccettabile affronto contro-egemonico da estirpare con ogni mezzo. I dazi doganali e le profonde interferenze negli affari interni del Brasile, che stanno raggiungendo il proprio acme proprio ora alla vigilia delle elezioni presidenziali, rappresentano altrettante tappe di un progetto più generale che ha l’obiettivo esplicito e dichiarato di cacciare la Cina, oramai primo partner commerciale del Brasile, da questo emisfero. Non casualmente in questi mesi in ambienti vicini al governo Trump è emersa persino la minaccia di deportare Lula (come hanno fatto con Maduro), così Rubio non ha avuto alcun pudore nell’affermare la volontà di prendersi Cuba e riaffermare il diritto statunitense a imporre con la forza il proprio dominio in tutta l’America latina. Il governo Trump ha ripetutamente dichiarando di voler restaurare i principi coloniali della dottrina Monroe su quello che continuano a considerare il proprio “cortile di casa” e per raggiungere questo obiettivo è pronto a tutto, come dimostra la scandalosa aggressione imperialistica al Venezuela e la rapina a mano armata delle sue immense riserve di idrocarburi.

Come interpreta l’intensa polarizzazione sociale osservata in Brasile? Cosa la alimenta e quali sono le sue caratteristiche?
La polarizzazione trae origine essenzialmente da due fattori, il primo riguarda il quadro internazionale prima descritto, il secondo ha a che fare con la dimensione interna, segnata dall’asprezza del conflitto sociale. Il Brasile è universalmente noto per essere un autentico caleidoscopio di culture, la sua identità nazionale, infatti, è frutto di un sincretismo in cui si fondono elementi provenienti dalle civiltà native, dalla colonizzazione europea, dalla deportazione degli schiavi africani, dalle ondate migratorie che nel corso dei secoli hanno portato portoghesi, italiani, giapponesi, polacchi, tedeschi, libanesi a insediarsi nelle diverse regioni di questo enorme Paese segnandone in modo nuovo e unico l’essenza. Come è evidente, questa ricchezza culturale non nasce da un processo armonico e pacifico di incontro tra civiltà diverse, è semmai il risultato dialettico di immense contraddizioni, drammi e lotte, passato attraverso la contrapposizione tra forme disumane di sfruttamento e oppressione da una parte e indomabili lotte per il riconoscimento e l’emancipazione dall’altra. Il Brasile è l’ultima nazione al mondo ad aver abolito (formalmente) la schiavitù nel 1888, oltre ad essere sempre stato segnato (fino ai giorni nostri) da un’opera di assedio e sistematica distruzione delle civiltà indigene. Questo processo ha conferito alle sue classi dirigenti un connotato profondamente reazionario, spingendole nel corso del divenire storico a utilizzare ogni mezzo atto a impedire l’irruzione delle grandi masse popolari e dunque l’ampliamento e la democratizzazione delle basi sociali dello Stato.

In che modo il bolsonarismo si inserisce in queste fratture storiche e sociali?
La storia coloniale e i processi autoritari di modernizzazione passiva hanno lasciato lacerazioni profonde che la democratizzazione post dittatura non ha saputo o voluto ricucire, a fronte delle quali il bolsonarismo configura il proprio universo ideologico come resistenza al risultato sincretico, multiculturale e progressivo del suo divenire sociale. Bolsonaro ha fatto emergere pulsioni profonde e mai sopite del tutto, legittimando la volontà delle classi dirigenti tradizionali di riaffermare l’idea di un Brasile protesi tropicale della civiltà bianca e occidentale, con al proprio interno una precisa gerarchia razziale e sociale, rivendicando l’intero sistema di valori, relazioni sociali e di produzione che ne hanno reso possibile l’affermazione planetaria attraverso il colonialismo. In questo senso, l’idea di concepire lo sviluppo del Brasile come funzione subordinata dell’economia statunitense evidenzia la contraddizione di un nazionalismo dipendente che, al di là della retorica patriottica, rinuncia preventivamente alla riaffermazione della propria completa sovranità nazionale. Qui si situa l’altra grande contraddizione che spiega la polarizzazione.

Come valuta Lula nel contesto di queste elezioni?
In un contesto oggettivamente difficile, tanto per le interferenze esterne quanto per la sua debolezza in Parlamento, dove le forze conservatrici e reazionarie hanno ottenuto comunque la maggioranza nonostante la sconfitta di Bolsonaro alle elezioni del 2022, i margini di manovra di Lula si sono rivelati veramente limitati, depotenziando qualsiasi intervento riformatore nelle politiche economiche nazionali. A questa debolezza ora si somma lo scontro istituzionale in seno ai vertici del potere giudiziario tra il Ministro Alexandre de Moraes, protagonista dei processi sul tentato golpe del gennaio 2023, e André Mendonça, ministro nominato da Bolsonaro espressione della destra evangelica reazionaria. Uno scontro che riguarda un clamoroso scandalo finanziario nato nelle viscere del bolsonarismo ma che, nonostante le prove sempre più schiaccianti del proprio coinvolgimento, la destra sta usando abilmente per delegittimare sul piano morale tanto il governo Lula quanto i giudici che hanno condotto le inchieste che hanno portato alla carcerazione di Bolsonaro e di molti dei suoi più stretti collaboratori. Nonostante tutto, Lula è riuscito a conservare una base di consenso dietro alla quale converge un fronte estremamente variegato e per molti versi contraddittorio. Ciò nonostante, Lula è visto come un argine democratico contro il pericolo del sovversivismo reazionario della destra, per questo è sostenuto a sinistra anche da settori per nulla teneri nei suoi confronti. Detto questo, il Paese è spaccato a metà, ed è veramente difficile fare previsioni da qui a pochi mesi

Quali critiche muovono alle politiche di Lula le forze a sinistra del Pt, la maggior parte delle quali ha deciso di sostenere la candidatura di Lula fin dal primo turno per impedire che l’esponente di estrema destra Flavio Bolsonaro conquistasse la presidenza?
Sul piano della politica internazionale, dove grazie alle prerogative presidenziali ha spazi di manovra ben maggiori, l’azione di Lula si è dimostrata chiara, ferma e a tratti anche coraggiosa ottenendo a sinistra consensi quasi unanimi: su quello della politica interna, invece, per le ragioni sopra indicate, si è dimostrata molto più debole, costretta permanentemente a un logorante compromesso al ribasso con i deputati del grande centro, vero ago della bilancia del Parlamento. Ciò ha frenato qualsiasi organica azione riformatrice a favore degli interessi popolari (redistribuzione del reddito, politiche pubbliche sociali, sanitarie, educative) e la concentrazione e centralizzazione di ricchezze e potere di una piccola minoranza che fa il bello e il cattivo tempo del Brasile.

Guardando al futuro, qual è il limite più profondo del Pt oltre le difficoltà dell’attuale governo Lula?
Ma il vero limite che il Pt ha dimostrato in questi anni riguarda il ricambio generazionale. Gramsci nei Quaderni del carcere ha scritto che la vera funzione dei partiti è costruire nuovi quadri, aggiungendo che per le forze che intendono modificare lo stato di cose presenti in favore della lotta per l’emancipazione realizzare una elaborazione e direzione collegiale capace di creare e far emergere costantemente quadri capaci di sostituire il leader in qualsiasi momento è fondamentale. Per questo Gramsci muoveva critiche alla guida carismatica, che al contrario attribuisce al capo funzioni demiurgiche che contribuiscono a fare intorno a lui il vuoto, con la convinzione, costantemente alimentata dal culto della personalità, che egli sia insostituibile e dietro di lui ci sia solo l’abisso. Gramsci rifiutava l’idea dualistica e bonapartistica del partito piramidale, dove i corpi intermedi e la base risultano essere massa di manovra di ristretti gruppi dirigenti, incaricati solo di tradurre in azione le intuizioni intellettuali del capo carismatico. Ecco, il fatto che dopo così tante stagioni politiche Lula, a 80 anni, sia l’unica alternativa reale e possibile alla vittoria di una destra così reazionaria deve far riflettere.

Perché il bolsonarismo rimane una forza potente in Brasile? Da dove trae il suo slancio e quali sono i suoi pilastri di sostegno?
Il bolsonarismo non è solo una tendenza politica di destra, ma un movimento che ha dimostrato capacità di coordinamento morale e di mobilitazione politica, sebbene dietro di esso non vi sia un vero e proprio partito disciplinato attorno a un unico centro di gestione gerarchica, e qui troviamo forse la differenza maggiore rispetto al fascismo. Il tessuto connettivo tra le diverse aree che lo compongono è, prima di tutto, il fondamentalismo religioso delle chiese evangeliche, che nella società brasiliana assumono non solo una funzione ideologica, ma anche un ruolo organizzativo più efficace rispetto ai partiti e ai sindacati tradizionali, perché sono reti di relazioni sociali permanentemente impegnate in un’attività egemonica molecolare, capaci di occupare costantemente, giorno dopo giorno, il terreno di lotta della società civile.Come il primo fascismo, il bolsonarismo ha teorizzato e messo in pratica l’idea della conquista militare del campo politico, ricorrendo a metodi di assalto e imboscata, alle milizie con l’ambizione dichiarata di eliminare nemici e oppositori, anche se solo potenziali, dalla vita politica nazionale. Bolsonaro è riuscito a conquistare proseliti non solo tra le classi medie radicalizzate dalla crisi e tra gli strati imprenditoriali interessati a nuove prospettive di profitto legate alla liberalizzazione del mercato del lavoro e allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali nazionali. Egli ha ottenuto anche un notevole sostegno tra le ampie masse popolari delle periferie urbane e rurali sono dominate da una rete capillare di sette religiose di origine nordamericana dotate di enormi risorse economiche.