Il quadro teorico di questo libro è quello dell’economia politica informata dall’analisi storico-antropologica, e il suo spirito origina dalla consapevolezza di quanto profonda, estesa e complessa sia la crisi che investe il pianeta. È una crisi onnicomprensiva e onnipresente, in cui geopolitica, capitalismo, crisi finanziarie, conflitti armati, disuguaglianze, conflitti di classe e di genere, cambiamenti climatici e divisioni razziali, etniche e religiose si intrecciano, alimentandosi e potenziandosi a vicenda in una spirale sempre più catastrofica. Il testo è un tentativo di interpretare e di “mettere in ordine” il caos globale per costruire un quadro interpretativo e una narrativa che sia in grado di fornire alcuni strumenti per comprendere l’apparente anarchica condizione presente del mondo e fornire delle prospettive di uscita.
In particolare, il libro offre un’analisi densa e necessaria del terremoto sistemico che sta scuotendo le fondamenta della civiltà occidentale. In un’epoca segnata dal collasso delle certezze del libero mercato, il testo non si limita a una cronaca dell’instabilità, ma scava nelle radici storiche della modernità utilizzando come bussola intellettuale l’opera di Karl Polanyi (1891-1964). Pensatore poliedrico – economista, sociologo, antropologo e filosofo – Polanyi non è solo un autore da citare, ma il testimone oculare di un secolo di traumi che oggi sembrano ripresentarsi con una maschera nuova. Ha dedicato la sua vita a indagare il rapporto tra sistemi economici e strutture sociali, denunciando il tentativo utopico e distruttivo di separare l’economia dalla vita umana. È stato uno degli osservatori più acuti della crisi economico-politica tra le due guerre e con La grande trasformazione (opera scritta dalla fine degli anni Trenta e pubblicata nel 1944) ha elaborato la teoria del «doppio movimento», che si riferisce al processo dialettico tra la mercificazione e la protezione sociale.
Per comprendere il senso di questo libro è imprescindibile inquadrare la figura di Polanyi. Fu un intellettuale nomade e cosmopolita, la cui riflessione scaturì direttamente dai traumi del Novecento. Nato a Vienna in una famiglia di religione ebraica e cresciuto nella Budapest dei circoli radicali – dove fondò il celebre circolo Galilei – visse il crollo dell’Impero Austro-ungarico (1918) e l’ascesa del fascismo, del nazismo e del comunismo staliniano.
Il suo percorso non fu quello di un accademico isolato: fu redattore del prestigioso settimanale economico liberale Der Österreichische Volkswirt nella “Vienna rossa” (1924-1933) e, fuggendo dal fascismo in Inghilterra (1933-1940), divenne tutor per la Workers’ educational association. Insegnando storia economica agli operai, e poi storia sociale ed economica e affari internazionali nei programmi esterni delle Università di Oxford e Londra, maturò la comprensione degli effetti devastanti della rivoluzione industriale e del capitalismo liberista. Dal 1940 al 1943 fu resident scholar presso il Bennington College, nel Vermont, grazie a una borsa della Fondazione Rockefeller, e in questo ambiente terminò di scrivere il suo capolavoro. Persino la sua maturità è stata segnata dalla politica: pur insegnando alla Columbia University (1947-1953), dovette vivere a Pickering, in Canada, facendo il pendolare con New York perché alla moglie, Ilona Duczyńska, intellettuale e attivista con un passato comunista, era negato il visto statunitense a causa del maccartismo. Questa vita “dislocata” conferisce alla sua opera una sensibilità unica verso lo sradicamento sociale prodotto dal mercato.
Dopo il pensionamento dalla Columbia, Polanyi continuò a dirigere importanti progetti di ricerca interdisciplinari finanziati dalla Fondazione Ford sullo studio delle società antiche e senza Stato, cercando di dimostrare empiricamente che il mercato non è la condizione naturale dell’uomo. Questi seminari sulla “crescita istituzionale” portarono alla pubblicazione di Traffici e mercati negli antichi imperi (Einaudi, Torino 1978,1957), in cui mise in luce come l’essere umano sia un essere sociale i cui moventi non sono solo il guadagno materiale, ma il riconoscimento, lo status e la solidarietà. Questo testo ha definito l’approccio “sostanzialista” all’economia, distinguendolo da quello formale basato solo sulla logica del mercato.
Un elemento cruciale che questo libro approfondisce è lo scontro intellettuale avvenuto nella Vienna degli anni Venti tra Polanyi e i teorici della scuola austriaca, in particolare Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, i “padri fondatori” della scuola di pensiero economico neoliberista. Una disputa che non è una curiosità storiografica, ma la radice stessa del conflitto politico odierno su se e come il capitalismo debba essere regolato.
Von Mises sosteneva che qualsiasi intervento dello Stato nell’economia fosse un passo verso il socialismo e la distruzione della libertà. Polanyi rovesciava completamente questa prospettiva. Per lui, la tesi di Von Mises e Hayek secondo cui il mercato è un ordine «naturale» e spontaneo era una falsificazione storica. Egli dimostrava che il laissez-faire fu un progetto politico pianificato e imposto con la forza dello Stato. Lo scontro con Hayek, in particolare, riguardava l’essenza della democrazia. Per Hayek, il mercato doveva essere protetto dalla politica democratica attraverso una «democrazia limitata».
Per Polanyi, al contrario, era la società a dover essere protetta dal mercato attraverso l’estensione della democrazia alla sfera economica. Il testo evidenzia come il trionfo delle tesi hayekiane negli ultimi quarant’anni abbia portato alla desocializzazione dell’economia che viviamo oggi.
Il cuore del libro affronta una distinzione polanyiana fondamentale per comprendere la crisi attuale: quella tra democrazia formale e sostanziale. La democrazia formale è l’architettura procedurale – elezioni, rappresentanza, parlamenti – che il neoliberismo ha svuotato di potere decisionale, subordinandola ai “vincoli esterni” dei mercati e delle istituzioni finanziarie. Polanyi avvertiva che se la democrazia rimane solo una procedura mentre l’economia è governata da poteri autocratici e privati, si crea una frattura sociale insanabile. La democrazia sostanziale, invece, è quella che “incorpora” l’economia nella società, rendendo i cittadini sovrani non solo sulle leggi civili, ma anche sulle condizioni materiali della loro esistenza: lavoro, sanità, ambiente. L’attuale deriva autoritaria nasce proprio dall’incapacità della democrazia formale di fornire risposte sostantive ai bisogni popolari, spingendo le masse verso leader che promettono una protezione autoritaria in cambio della rinuncia ai diritti civili e sociali.
Viene ripetuto – così spesso e senza metterlo in discussione – che capitalismo e democrazia sono inscindibili, come se fossero cresciuti fianco a fianco e avessero semplicemente imparato a condividere lo stesso contesto politico. Mercati liberi, individui liberi, società libere: queste espressioni si incastrano con tale facilità da sembrare più descrizioni di uno stato di cose già esistente che affermazioni, come se non fossero necessarie ulteriori giustificazioni e non se ne potessero fornire di significative. Ma nel momento in cui si smette di dare per scontata questa divisione, la sua stabilità inizia a vacillare.
Il mondo del lavoro, la produzione, gli investimenti e la distribuzione sono strutturati attraverso sistemi di comando che non si basano sulla deliberazione collettiva. Ciò che riscontriamo non è l’assenza di democrazia, bensì un suo attento contenimento: una forma di uguaglianza politica che esiste, ma solo all’interno di uno spazio istituzionale circoscritto. L’ambiente di lavoro rende questo aspetto particolarmente evidente se lo si osserva senza preconcetti. Si tratta di un sistema di governance in ogni senso significativo: vengono impartite istruzioni, ci si aspetta che vengano rispettate e la non conformità comporta delle conseguenze. Eppure non viene trattato affatto come un’istituzione politica. Viene invece descritto in termini gestionali o tecnici, come se l’esercizio dell’autorità al suo interno fosse qualcosa di diverso da una regola.
Il caso Epstein è rivelatore del cortocircuito che vive la democrazia formale. Offre uno squarcio sulla struttura reale del sistema di potere nel regime del capitalismo neoliberista finanziarizzato.
Epstein non era un semplice criminale, ma l’anello di congiunzione tra l’oligarchia finanziaria, l’intelligence e le élite politiche: un sistema di ricatto e cooptazione che agisce “nelle tenebre”, totalmente svincolato da ogni controllo democratico. È l’esempio plastico del lato oscuro del potere: una zona d’ombra dove la sovranità non appartiene al popolo, ma a una rete transnazionale che usa il vizio, il ricatto e il denaro per controllare i governi. Un’oligarchia della finanza e del potere militare che controlla e detta, di fatto, l’agenda ai governanti di vari Paesi. Un’élite bianca, maschile, ricca e potente, espressione di una cinica cultura patriarcale, che esibisce in modo spudorato il proprio potere sul corpo delle donne. Un’élite che non è una deviazione mostruosa del capitalismo, ma il suo volto più coerente: un sistema di potere economico politico dove il corpo di chi è più vulnerabile può diventare terreno di appropriazione: non solo come forza lavoro, ma come vita a disposizione del più forte.
Giovedì 8 ottobre 2026 alle 17, nella Sala Convegni del Centro Servizi per il Volontariato (CSV) del Lazio, in via Liberiana 17 a Roma (Santa Maria Maggiore), si presenta il libro Ecosocialismo o barbarie. La lezione di Karl Polanyi e la sfida democratica al neoliberismo di Alessandro Scassellati Sforzolini, pubblicato da Left Edizioni.
Introduce Giulio Russo, presidente di Casa dei Diritti Sociali Odv. Modera Enzo Morricone, direttore del Csv Lazio. Con l’autore dialogano Giovanni Russo Spena, costituzionalista e già parlamentare, e Franco Russo, saggista e già parlamentare.





