Nel 1936 l'operaio di Chaplin finiva stritolato dagli ingranaggi della fabbrica. Oggi i suoi eredi sono i data workers del Sud globale, pagati pochi centesimi a click per addestrare l'Ia

Novant’anni fa, al teatro Rivoli di New York, fu proiettato per la prima volta Tempi moderni, uno dei più grandi capolavori di Charlie Chaplin. Era il 1936. Gli Stati Uniti stavano uscendo dalla Grande Depressione, ma gli effetti della crisi economica, della disoccupazione di massa e della povertà mordevano ancora sulla popolazione. Pochi anni prima, nel 1911, Frederick W. Taylor aveva pubblicato la teoria dello scientific management, l’organizzazione del lavoro che aumentava i ritmi in fabbrica, riducendo la prestazione a un’esasperata parcellizzazione dei movimenti e alla frammentazione delle mansioni in azioni minime, calcolabili nei tempi e nei modi ed eseguibili da chiunque, in qualsiasi momento. Nel 1913, Henry Ford, il padrone di uno dei colossi dell’automobile americana, aveva messo in pratica quei principi inventando la catena di montaggio.

Taylor – l’ingegnere – aveva cancellato il sapere operaio e ridotto il lavoro al one best way, un unico modo possibile di eseguire ogni singola mansione, in modo da eliminare ogni possibile perdita di tempo. Ford – l’imprenditore – aveva capito che questo sistema avrebbe reso il lavoro molto più efficiente, ma al tempo stesso era insostenibile per un operaio, a meno di non essere un robot. Non potendo imporlo con la forza, lo impose con la tecnologia. Alla catena di montaggio i tempi del sistema taylorista erano dettati dal nastro trasportatore. L’operaio non aveva scelta. Poteva soltanto correre. Decine di migliaia di operai di ogni nazionalità si ritrovarono ammassati negli immensi stabilimenti dell’automobile ad avvitare bulloni. Per quanto l’aumento della produttività avesse consentito di abbassare l’orario di lavoro e portarlo a otto ore giornaliere e per quanto l’aumento dei profitti avesse reso possibile anche l’incremento dei salari, quello fu il sistema tecnologico e organizzativo dello sfruttamento del lavoro più alienante, faticoso e spietato del Novecento, di cui peraltro non ci siamo ancora liberati.

Charlie Chaplin lo raccontò in Tempi moderni in un modo che tuttora resta insuperato. Più preciso di un manuale di sociologia e più radicale di qualunque pamphlet politico. La sua fu una critica feroce all’uso capitalistico della tecnologia. Eppure surreale e poetica come solo lui poteva essere. L’alienazione spinta fino alla follia, la sorveglianza ossessiva, la riduzione di ogni azione umana a un’operazione misurabile e imposta dalle macchine, ed è memorabile la scena della macchina per mangiare! Tutti gli aspetti più crudeli della nuova organizzazione del lavoro in fabbrica arrivarono sugli schermi di ogni cinema americano e in larga parte del mondo. L’immagine dell’operaio Charlot divorato dagli immensi ingranaggi della fabbrica è diventata iconica dello sfruttamento operaio. Ma c’è di più. La critica di Chaplin ai tempi moderni e alle nuove tecnologie andava oltre la fabbrica.

Charlie Chaplin fu tra gli ultimi registi di Hollywood a utilizzare il sonoro, quasi dieci anni dopo l’uscita, nel 1927, del primo film parlato, Il cantante di jazz. L’industria cinematografica guardava ormai al cinema muto come a un vecchio arnese da mettere in soffitta. Ma Chaplin pensava che la magia del suo vagabondo si sarebbe persa nel momento in cui avesse parlato. Con la parola temeva che sarebbe venuta a mancare l’universalità del linguaggio del cinema. La mimica era capita da chiunque, come la musica classica, in ogni parte del mondo. «I miei film – scriveva nel 1930 in Cosa penso del film sonoro – sono compresi dai cinesi come dagli africani, dai francesi, dai tedeschi». Chaplin pensava che la parola avrebbe impoverito il cinema, perché per essa esisteva già il teatro. Il cinema era altro e parlava per immagini in movimento. Il miglior film parlato non sarebbe stato più bello di un buono spettacolo teatrale. E un film muto rimaneva superiore a entrambi. «Il mio silenzio – scriveva – di sicuro è più eloquente della mia voce».

L’ultimo film interamente muto fu Luci della città, nel 1931. Poi si fermò per alcuni anni. Fino all’uscita di Tempi moderni, che, pur essendo in larga parte muto, è tecnicamente il primo film sonoro di Charlie Chaplin. Le musiche, che compose lui stesso, e i rumori di scena sono sincronizzati. Per la prima volta in un suo film alcuni personaggi dicono poche e misurate frasi, peraltro fuori scena o meccaniche, come nel caso del padrone della fabbrica, che compare improvvisamente su uno schermo nel bagno della fabbrica per controllare, anche lì, l’operaio Charlot e infrangere anche quell’unico breve istante di libertà.

Fino all’immortale scena della canzone “Io cerco la Titina”. Charlot non riesce a ricordare a memoria le parole e la sua amica, interpretata da un’incantevole Paulette Goddard, lo aiuta scrivendole sui polsini della camicia. Charlot entra in scena. Tutti aspettano che inizi a cantare. Ma i polsini volano via e lui non ricorda più le parole. Tutti vogliono sentire la voce di Charlot, cioè la voce di Charlie Chaplin, ma lui, tutt’uno con il suo personaggio, è nel panico, non sa cosa dire. È in quel momento che avviene la magia: Charlot inizia a cantare senza preoccuparsi delle parole. Canta a vanvera. Parla ma non dice niente: «Se bella giu satore, je notre so cafore, je notre si cavore, je la tu la ti la twah».

Tempo dopo, Dario Fo e Franca Rame porteranno lo stesso linguaggio a teatro con il celebre grammelot, dando ulteriore dignità a questa invenzione artistica, ereditata dalla commedia dell’arte italiana, al tempo stesso buffa e profonda. Ma all’epoca, sugli schermi di Hollywood, quelle insensate parole erano soprattutto una presa di posizione contro le pressioni dell’industria cinematografica e il potere della tecnologia, anche allora preteso come naturale e indiscutibile. Finalmente, per due minuti e mezzo, Charlie Chaplin aveva parlato in un film, ma nessuno sapeva cosa avesse detto perché quelle parole non avevano né capo né coda. Il bello è che non importava perché tutti ridevano, gli avventori del bar di scena come gli spettatori del film al cinema. Così, proprio nel suo primo film sonoro, Chaplin aveva preso radicalmente posizione contro di esso: Charlie Chaplin non ha bisogno di dire qualcosa per far ridere il suo pubblico. Tanto meno per commuoverlo.

Tempi moderni è dunque un pamphlet contro le nuove tecnologie. Non soltanto in fabbrica, come siamo abituati a pensarlo, nel racconto della catena di montaggio e degli ingranaggi dello sfruttamento taylorista del lavoro. Ma anche nel cinema, perché è un film sonoro che non ha nessun bisogno di esserlo. Nel 1940, quattro anni dopo, i tempi erano cambiati. Uscì Il grande dittatore, il film nel quale, in qualche modo, Chaplin si arrende al sonoro, in nome di un’urgenza più alta, che è quella di mettere in guardia il mondo dal pericolo del nazismo. È allora che realizza uno dei monologhi cinematografici più belli di tutti i tempi, un inno all’umanità, alla pace e alla non violenza: «Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto».

Dopo novant’anni, Tempi moderni ha ancora tanto da raccontarci. Da un lato, perché, lungi dall’esserci liberati del taylor-fordismo in fabbrica, assistiamo oggi a un nuovo e più profondo processo di sfruttamento del lavoro, persino più invasivo del precedente, anche perché spesso invisibile e smaterializzato, interiorizzato e atomizzato. Un iper-taylorismo basato sui dati digitali, che ha effetti persino più alienanti sulla persona e sulla dignità del lavoro, di cui i nuovi Charlot di oggi sono i data workers nel Sud globale, coloro che addestrano l’Ia e moderano i contenuti social per pochi centesimi a click, in una condizione di sfruttamento al limite della violazione dei diritti umani. Dall’altro lato, perché l’introduzione dell’Ia non ha più effetti soltanto sul lavoro ripetitivo e manuale, ma persino sulla creatività e sul talento di chi svolge lavori che fino ad oggi sono stati prerogativa umana. Di nuovo, l’industria cinematografica è alle prese con una trasformazione tecnologica epocale.

Nel passato, a ogni cambiamento tecnologico, sono nate nuove professionalità a Hollywood e altre si sono estinte. Ogni volta, il modo stesso di esprimere la creatività è cambiato, adattandosi alle opportunità tecnologiche date. Non senza resistenze, come quella di Charlie Chaplin che ho raccontato. Ma stavolta siamo di fronte a un cambiamento ben più radicale, che non riguarda soltanto la tecnologia come mezzo e come strumento, ma la natura stessa della creatività. Questo processo non è come i precedenti, cioè rischioso ma comunque in grado di determinare nuove forme espressive oltre che di organizzazione del lavoro. Il rischio è che stiamo vivendo un punto di non ritorno, che incredibilmente pretende di consegnare la fantasia alle macchine, perché l’Ia per la prima volta non è più soltanto uno strumento tecnologico della creatività, ma rischia di diventare un suo agente, che “crea” al nostro posto.

Dovremmo preoccuparci di questi nuovi tempi moderni, in cui Elon Musk promette di fare la sua Odissea interamente con l’Ia. Dovremmo interrogarci su quale cultura vogliamo e su cosa rischia di diventare l’immaginazione se la deleghiamo alle macchine, riducendola a un task prevedibile e misurabile, sulla base di quanti click ha prodotto una canzone o un film su una qualsiasi piattaforma.

Questa domanda riguarda soprattutto chi lavora nell’industria cinematografica e musicale. Molti sono giustamente allarmati dalla possibilità di perdere posti di lavoro, ma anche di vedere svilita la propria professionalità. Molti mestieri rischiano di essere ridotti a chi controlla ciò che il software ha già realizzato, con effetti evidentemente anche sulla riduzione dei salari. A ciò si aggiungono la violazione sistematica del copyright e l’abuso dei dati biometrici, come la voce, il suono e il corpo, per addestrare i programmi di Ia. Professioni e mestieri autorali come il doppiaggio, la sceneggiatura, il montaggio, la fotografia, il trucco, le luci, il casting, persino la recitazione e la musica sono già oggi fortemente sotto pressione. Non a caso, nel 2023, il grande sciopero che paralizzò Hollywood per sei mesi chiedeva, tra le altre rivendicazioni, anche limiti e vincoli all’uso dell’Ia. Oltre all’organizzazione del lavoro e ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, il rischio riguarda però soprattutto la qualità di ciò che viene realizzato e persino la natura stessa della creatività, la sua originalità e unicità. L’Ia nel cinema, nella musica e nel lavoro autoriale e artistico in generale non è quindi soltanto un problema per chi la crea, ma anche per chi, da spettatore, ne fruisce. Tempi moderni è ancora attuale perché la tecnologia, come allora, non è neutra e oggi siamo tutti a rischio di finire divorati dagli ingranaggi.

Foto WM

L’autrice: Eliana Como, sindacalista, fa parte dell’assemblea generale nazionale Cgil e Fiom. È ricercatrice della Fondazione Di Vittorio, si occupa anche di storia dell’arte e cura sui social su chegenerediarte, una pagina dedicata alle donne pittrici