Due messaggi programmati su Telegram, per le 14.31 e le 15.31 di sabato, sono rimasti nel notebook senza password di Youssef Siher, secondo gli atti letti dal Fatto Quotidiano, il ricercatore di 30 anni che la Procura di Milano vuole in carcere perché saprebbe usare gli strumenti informatici fino a “sviluppare una strategia rivoluzionaria”. La strategia rivoluzionaria, insomma, era in bella mostra dopo avere lasciato aperto WhatsApp web. E i pm ammettono che nei post di Siher “non vi sono diretti riferimenti alla commissione di atti di devastazione e saccheggio”.
Poi c’è la moglie di Siher, Sagia Hammoud, indagata a piede libero come presunta co-amministratrice delle pagine, e tanto è bastato per i ritratti con le origini in mostra e per un titolo del Giorno che la dà già “accusata di aver fomentato violenze e saccheggi”. Garantisti a marzo, al referendum sulla giustizia, forcaioli a ottobre. Resta da decidere per legge qual è il reddito minimo per meritarsi il garantismo della nostra stampa.
A Padova un diciassettenne gestiva su Instagram un profilo da circa 200 follower dove ci si organizzava per fingersi manifestanti, saccheggiare due negozi di scarpe e tirare fumogeni “contro gli sbirri”: perquisizione e istigazione alla disobbedienza delle leggi. Ma è troppo poco islamico, non va benne per l’esposizione pubblica. Gli mancava il master di Siher. Intanto ieri Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che qualcuno vede in fila per il Quirinale (e che piace ai riformisti del Pd), ha aggiunto la droga: «Se io conduco un’autovettura e taglio i freni, poi vado a sbattere». Siamo al Paradiso degli orchi di Daniel Pennac, con Benjamin Malaussène capro espiatorio a stipendio: i messaggi di Siher sono rimasti nel notebook, i messaggi del governo arrivano puntuali, un colpevole al giorno.
Buon martedì.




