Il giornalista d’inchiesta Daniele Biacchessi ha pubblicato oltre quaranta volumi su molti dei punti nodali e critici della nostra storia, alcuni dei quali, purtroppo, ancora irrisolti. Con il suo ultimo libro Cento anni di storia d’Italia. Cronache di un paese smemorato (Jaca Book), il direttore editoriale del Giornale Radio mette sotto osservazione l’uso pubblico e la manipolazione politica della memoria dell’ultimo secolo che hanno prodotto storture che sono giunte fino ai giorni nostri, formando una sorta di contronarrazione per cui i vinti, i carnefici nazisti e fascisti, si sostituiscono e si trasformano da vinti a vincitori
Se il revisionismo, nei fatti, è la rilettura critica della storia basata su nuove prove o diverse interpretazioni, che può sfociare nella falsificazione storica al fine di sostenere particolari ideologie o narrazioni, ricorda Biacchessi. Non è certo la prima volta che accade: nel Novecento, già nel primo dopoguerra, la carneficina della prima guerra mondiale venne rivista e raccontata come se fosse tutto eroismo e amor patrio il sacrificio di centinaia di migliaia di morti e di quasi mezzo milione di invalidi, usati in realtà come carne da macello. Quasi fosse l’ideale finalmente raggiunto di quel processo che era stato il Risorgimento, tutt’altro che completato in un Paese arrivato all’unità solo da pochi decenni.
La retorica imperversava sui mezzi di comunicazione di massa dell’epoca, arrivando ad appropriarsi anche di personaggi come Carlo Pisacane, di cui si dimenticava la formazione socialista e libertaria, o Anita Garibaldi, celebrata come eroina ma lontana dal modello
di donna fascista. Anzi con il fascismo, si spegnevano le prime, minime aspirazioni delle donne sorte sia durante il Risorgimento sia durante i primi anni del socialismo, verso una maggiore istruzione e partecipazione alla vita pubblica e politica, riproponendo il modello moglie-madre-angelo del focolare, senza alcuna possibilità di potersi rendere autonome. A partire dal 1990, dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il conflitto tra la memoria collettiva della prima metà del secolo scorso e i grandi traumi del Novecento è arrivato a manipolare e a produrre narrazioni che creano implicazioni nel presente, in particolare verso quel movimento che è sfociato nella Resistenza, drammatica e complessa, per la scelta di tanti volontari, provenienti da formazioni diverse, di partecipare come partigiani alla guerra armata contro il nazifascismo, senza cui non si sarebbe realizzato il momento fondativo della nostra Repubblica. La cancellazione del passato vuol dire annullamento della storia, fenomeno che aveva già previsto Eric Hobsbawm nel suo Il secolo breve 1914-1991 con la condanna di vivere in un presente permanente. Occorre tornare alla ricerca rigorosa, all’analisi critica delle fonti e Biacchessi, nel suo ultimo libro in cui utilizza la forma del romanzo, sceglie come protagonista proprio un professore di Storia dell’Università Statale di Milano, incaricato di un ciclo di lezioni sul Novecento. La prima parte riguarda il lavoro di preparazione attraverso l’uso delle moderne tecnologie informatiche e le fonti ufficiali come gli archivi, in questo caso l’Archivio di Stato di Roma, la ricerca e consultazione della documentazione desecretata e inedita, le testimonianze scritte e orali, attraverso la ricerca e il rispetto della memoria come testimonianza del passato, per tornare al “mestiere di storico” citato in uno dei titoli più importanti di Marc Bloch. La seconda parte è composta da dieci capitoli, uno per ciascuna delle lezioni dedicate agli studenti e al rapporto con loro, nati nel nuovo millennio abbondantemente iniziato, per il racconto e lo studio di un periodo storico ancora così attuale.
Biacchessi, perché ha scelto la forma del romanzo per il suo ultimo libro e il protagonista, Andrea Guidi, professore di storia, incaricato di svolgere un ciclo di lezioni sul Novecento per i suoi studenti?
Perché tutti noi, soprattutto i giovani, ci emozioniamo attraverso le storie che attraversano la grande Storia. I fautori del revisionismo hanno utilizzato la semantica per costruire una Storia parallela, non vera, non verificata. C’è bisogno di scrivere la Storia così come è andata, quando te l’hanno sostanzialmente riscritta. E questa operazione non è stata messa in campo solo dalla destra, sarebbe stato comprensibile, ma al gioco si sono prestati giornalisti, intellettuali, scrittori, esponenti politici e istituzionali di sinistra o centro-sinistra. Da Giampaolo Pansa con Il sangue dei vinti a Luciano Violante con la parificazione tra repubblichini e partigiani, si è arrivati fino ai nostri giorni. Il professore è un uomo curioso e ricercatore attento. I suoi studenti vogliono conoscere. Lui mette da parte alcune storie di persone normali e sulle loro vite fa scorrere il secolo breve, il Novecento, un secolo che in realtà non si è ancora concluso.
Spesso l’Italia è stata accusata di “non aver fatto i conti con il fascismo”. Eppure il fascismo, nato qui, si è diffuso in Europa: in Germania, nella Francia di Vichy, o nella Spagna di Franco. Perché da noi il testo della Costituzione non è condiviso da alcuni e il 25 aprile, a differenza degli altri Paesi dove il giorno della liberazione dal nazifascismo viene festeggiato, viene considerato divisivo?
Quella Costituzione è nata dalla Resistenza come disse Piero Calamandrei nel suo celebre discorso del 1955 davanti agli studenti milanesi. È stata scritta da donne e uomini provenienti dalle culture politiche tra le più varie: democristiani, socialisti, comunisti, liberali, repubblicani. Quindi la Carta costituzionale non è stata firmata da nessun esponente del vecchio regime fascista. Gli eredi del fascismo, anche solo alla lontana, non possono riconoscersi in quegli articoli, per questo li vogliono cambiare.
La prima parte del libro ricostruisce il ventennio fascista. Colpisce la rapidità degli avvenimenti, tra la nascita dei fasci di combattimento (23 marzo 1919), la loro trasformazione in Partito nazionale fascista (13 novembre 1921), la nomina di Benito Mussolini a primo ministro (30 ottobre 1922, dopo la marcia su Roma). Quanto ha influito, da una parte, la sottovalutazione del fenomeno da parte dei liberali e conservatori e dall’altra le forti conflittualità tra i partiti socialisti?
Il fascismo è nato tra le macerie della prima guerra mondiale, in un Paese lacerato sul piano economico, con centinaia di migliaia di donne vedove senza più i loro mariti, morti inutilmente nelle trincee. Mussolini prende forza mentre lo Stato liberale fallisce e si insinua tra le pieghe delle tante divisioni della sinistra. Gli avvenimenti diventano ancor più rapidi negli anni in cui il fascismo, sostenuto dagli industriali a nord e dai latifondisti a sud, dilaga anche in luoghi dove i socialisti sono maggiormente radicati, tra gli operai delle grandi fabbriche e i contadini protagonisti delle lotte per l’occupazione delle terre. Il fascismo ha prestato il fianco a quanti intendevano mettere in minoranza le sinistre, e le loro squadre della morte sono diventate utili alla più dura repressione.
Mario Draghi, in qualità di primo ministro, il 26 aprile 2021, denunciò che gli italiani non erano stati esattamente “brava gente” durante il fascismo e in particolare durante le “leggi razziali”. Basta leggere cosa scriveva Giorgio Almirante del razzismo. Come è stato possibile che poi i cattivi fossero sempre i tedeschi e gli italiani invece sembravano esserlo un po’ meno?
Draghi aveva ragione. No, gli italiani non sono stati bravi. In pochissimi si sono opposti alle leggi razziali. I professori ebrei venivano esclusi dai loro posti di lavoro, molti costretti a fuggire all’estero per le spietate persecuzioni, e gli italiani non ebrei non hanno battuto ciglio. Hanno preso i loro posti, in gran parte senza meriti. Poi finita la guerra gli italiani fascisti sono diventati pure “antifascisti”, confondendosi negli anni difficili della ricostruzione, e poi nel boom economico. Gli apparati dello Stato erano composti da ex funzionari fascisti che sono passati indenni, senza un giorno di carcere, senza una vera epurazione, determinando le sorti della nascita della Repubblica. I partigiani vennero man mano estromessi dai luoghi del potere.
Che differenza c’è tra il revisionismo che, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, ha tentato di riscrivere la storia e il revisionismo strisciante, più attuale?
Il meccanismo è speculare e ciò che vediamo oggi è solo la trasposizione di una continuità con il passato, una conseguenza politica e culturale. Negli anni Novanta alcuni giornalisti e storici sentivano il momento di posizionarsi. Nel 1994 c’era stata la svolta di Fiuggi di Gianfranco Fini con lo scioglimento del vecchio Msi e la nascita di Alleanza nazionale. Aveva vinto Berlusconi con l’alleanza con Bossi nel Nord e Fini nel centro-sud, ma tutto era in movimento. Oggi al governo c’è quella destra che era stata estromessa dai processi democratici scritti nella nostra Costituzione. Il cruccio della destra, in Italia e in tutto il mondo, è riscrivere la Storia, rompendo quella che definiscono “l’egemonia culturale, vera o presunta, della sinistra”.
L’antifascismo non è solo memoria. È l’atto fondativo della nostra Repubblica e della nostra Costituzione. Per questo fa paura?
Fa paura a quelli che intendono costruire una nuova narrazione. Il professore del mio libro si pone il problema di mettere in discussione quella narrazione, con il racconto della Storia con date, luoghi, fatti realmente accaduti, non interpretabili. Se fosse adottato nelle scuole sarebbe uno stimolo a combattere la bugia come arma politica.
L’autrice: Già dirigente Rai, Sonia Marzetti è vicepresidente della Fiap Roma e Lazio e coordinatrice del Gruppo Storia
29 ottobre ore 17,00 sbarca a Roma Casa della memoria il book tour del libro ” Cento anni di Storia d’Italia. Un paese smemorato tra revisionismo e memoria” di Daniele Biacchessi connla parrecipazione di Vincenzo Vita e Bruno Manfellotto.
Vi aspettiamo.





